EVANGELIARIO

EVANGELIARIO. - Per E. (da evangeliarum [= ius], evangeliare o anche evangelistarium) s'intende il libro liturgico, che contiene i brani del Vangelo da leggersi durante l'anno nella Messa solenne.

Il termine E. non è primitivo né il solo. Più spesso si trova capitulare evangeliorum (sec. VIII), corrispondente al capitulare lectionum per le epistole. Il medioevo si sbizzarri in molti altri nomi: breviarium (= ius) lectionum evangelii, tituli, quotationes, tabula, registrum, volumen, liber, libellus, ordo, opusculum, pronuntiatio, intitulaciones, terminationes, inventarium evangeliorum. Fu detto anche comes, ma con la differenza che capitulare indicava solo la lista delle pericopi, tutt'el più con l'incipit e l'esplicis, mentre il comes riportava la pericope intera.

I. STORIA

La storia dell'E. segue assai da vicino, spesso fondendosi, a quella dell'epistolario. Il primo abbozzo di E. si trova, come per le epistole, nell'indicazione dei rispettivi brani da leggersi in determinati giorni, indicazione posta in margine al testo sacro. Si trattò, dapprima, di casi sporadici, perché originariamente, e in talune Chiese fino al sec. IV (Africa) e v (Ravenna), il sistema normale di lettura della S. Scrittura era la lectio continua, cioè si leggeva un libro dal principio alla fine, un po' per volta, per il tempo stabilito da chi presiedeva l'assemblea, il quale commentava poi con il sermone il brano letto.

Ma sin dai primi tempi nelle solennità che commemoravano i grandi misteri della Redenzione, Pasqua e Pen-

tecoste, poi, nel IV sec., Natale e Epifania, ed anche in determinati periodi dell'anno, come Quaresima e Avvento, la lectio continua veniva interrotta per dar luogo alla narrazione evangelica corrispondente. Si venne così formando, adagio adagio, la serie delle pericopi per le principali feste dell'anno.

Dai sermones di s. Agostino, S. Beissel ha potuto ricomporre l'ordinamento lezionale almeno per il periodo pasquale in uso nella Chiesa africana (cf. Entstehung der Perikopen des Römischen Messbuches, Friburgo in Br. 1907, p. 44); alla serie del Beissel andrebbero ora aggiunti i sermones post naurinus reperit publicati dal Morin nella Miscellanea agostiniana (Roma 1930).

Nel sec. VII, epoca alla quale risalgono i più antichi manoscritti giunti fino a noi, si trova il sistema della lettura molto cambiato. Al posto della lectio continua si vede l'elenco delle pericopi (detto capitulo fin dal sec. V) determinate una volta per sempre. Non si hanno elementi certi per stabilire come sia

avvenuto il passaggio dall'uno all'altro ordinamento, e dobbiamo quindi accontentarci di congettare.

Già all'inizio del III sec. si manifesta la tendenza a fissare gli elementi costitutivi del culto. Questa tendenza si accentua nei secoli seguenti. Così avvenne che anche la lettura della S. Scrittura andò verso un ordinamento determinato. A questo deve aggiungersi la scomparsa dei catecumeni (sec. V), per i quali principalmente la lectio continua costituiva la prima istruzione cristiana impartita attraverso la celebrazione liturgica. È certo, comunque, che un'organizzazione lezionale fissa era in vigore nel 400 in Africa (s. Agostino, Sermo 86, Tract. da quarta feria post Pascha, in Miscell. agost., I, Roma 1930, p. 324; Sermo 315, 1: PL 38-39, 1426; Tract. VI in Ioann., cap. 18: ibid., 35, 1433) e nel 450 nelle Gallie (Sidonio Apoll., Epist. IV, 11, 6: ibid. 58, 516; Gennadio, De script. eccles., 79: ibid. 1103 sg.).

È poiché lo sviluppo liturgico delle varie Chiese d'occidente segue un solco parallelo, è verosimile che anche Roma prima del sec. VII, forse addirittura già dal sec. V, abbia avuto un proprio ordinamento di letture scritturali. La lettura era affidata a chierici, i quali fissarono giorno per giorno il testo da leggersi, segnandone il riferimento in apposite liste (capitulum, da cui il termine capitulare data agli elenchi e poi al volume delle pericopi) all'inizio del Codice sacro o trascrivendo la pericope in un volume a parte.

Questa congettare del Klauser si basa sul fatto che le più antiche raccolte romane di pericopi evangeliche, giunte fino a noi, sono a forma di elenchi o di lezionari veri e propri: ma anche perché non c'è, in tutta la serie dei manoscritti esistenti, una terza forma di raccolta scritturale.

Il periodo aureo dei Capitularia Evangeliorum è stato il IX sec., nel quale si contano non meno di 140 codici. Nel sec. X il numero scema assai. Nel sec. XIII il Capitulare va definitivamente declinando.

E si comprende. Già nel Messale di Montecassino, scritto forse a Roma, intorno al 700, appaiono per la prima volta le pericopi in un'ultima forma: le lezioni sono inserite nel Messale assieme alle altre parti della Messa. Questa forma si svilupperà nei secoli seguenti, fino a diventare regola, con i Messali plenari del sec. XIII.

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(fot. Biblioteca Vaticana) EVANGELIARIO - Incipit del Vangelo di s. Giovanni - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 8523, f. 215' (sec. IX-X).
Con la balia di Pio V del 1570 il Messale plenario acquisì il diritto di cittadinanza nella Chiesa universale e anche l'ordinamento delle pericopi evangeliche resta per sempre fissato, quale i secoli l'avevano formato e tramandato.

II. TIPI

Dei Capitulare Evangeliorum si sono occupati prima il card. Tommasi e più recentemente, con stretto metodo scientifico, il Frere e il Klauser, che indipendentemente, sono giunti a eguali conclusioni, salvo qualche divergenza di dettaglio. Il Klauser, che ha esteso l'indagine ad oltre 1300 manoscritti, classifica i capitolari sotto quattro tipi:

Tipo II. Rappresenta l'uso romano puro intorno al 645 ed ha il miglior esponente nel codice di Würzburg (Biblioteca dell'Università, cod. mp. th. f. 62; ed. G. Morin, Liturgie et hostilques de Rome au milieu du VIIe siècle d'après les listes d'évangiles de Würzburg, in Rev. bénéd., 28 [1911], pp. 286-330; V. anche dello stesso: Les notes liturgiques de l'Evangélaire de Burchard, ibid., 10 [1893], pp. 113-26), detto anche E. di Burchard, perché pare appartenuto a s. Burchard, monaco inglese, poi vescovo di Würzburg dal 741 al 753.

Tipo A. - Dà ancora l'uso romano puro, ma in epoca più tarda, ca. il 740, ed è rappresentato dal codex aureus (ora nella Biblioteca Comunale di Treviri, cod. XXII), scritto intorno all'800 (ed. K. Menzel, Die Trierer Ad-Haubschrift, Lipsia 1880, pp. 15-27).

A questo tipo appartiene anche il capitulare, che si trova nell'E. di s. Cutberto (British Museum, Cotton Nero D. IV) trascritto a Lindisfarne da un E. usato nella chiesa di Napoli e portato in Inghilterra dopo la metà del sec. VII (edito da G. Morin, La liturgie de Naples au temps de sa Grégoire, in Rev. bénéd., 8 [1891], pp. 481-93, 529-37, in Anecdota Maredolana, I, Maredolana 1893, pp. 426-35).

Tipo E. - Rappresenta ancora l'uso romano puro del 755. Principale manoscritto cod. lat. 1588 manu. acq. della Biblioteca nazionale di Parigi, scritto ca. l'800.

Tipo A. - Rappresenta l'uso romano franco dopo il 750. Principale esponente cod. lat. Vat. 8523, scritto tra il IX e X sec.

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EVANGELIARIO - Natività e Annunzio ai pastori. Pagina miniata dell'E. detto della contessa Matilde (sec. XI) - Nonantola, Abbazia.
(fot. Orlandini)
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EVANGELIARIO - Copertura dell'E. di S. Maria in Via Lara (sec. XI) - Biblioteca Vaticana, Museo Sacro.
(fot. Sannini)

III. NELLA LITURGIA

La Chiesa ha professato sempre verso l'E. grande venerazione a rispetto. L'arte ha reso questo sentimento rappresentandolo su un trono. Così nei musaici di Ravenna, Roma e Aquileia. Nel IV Concilio di Costantinopoli (869), celebrato nella basilica di S. Sofia, l'E. stava su un trono assieme alla reliquia della S. Croce. Il medioevo conobbe un altro uso, che risale al sec. V: quello di tenere il libro dei Vangeli sull'altare: la parola di Dio vicino all'Eucaristia. Sul Vangelo ancora oggi, dal tempo di Giustiniano, si proferiscono i giuramenti.

Nella liturgia pontificale del medioevo l'E. veniva portato all'altare con gran pompa, processionalmente prima della Messa, da un accolito, accompagnato da un suddiacono. Arrivando in presbiterio, tutto il clero si alzava in piedi in segno di ossequio. Quindi il suddiacono riceveva dall'accolito l'E. per metterlo sull'altare dove restava fino al canto del Vangelo. La mensa consacrata, che anticamente non tollerava alcun altro oggetto, all'infuori dell'oblate, accoglieva l'E. Questa cerimonia è rimasta, in parte. L'E. è ora portato nel corteo pontificale d'ingresso all'altare, davanti al celebrante, ma, appena questi l'ha baciato dopo la Confessione, vien riposto sulla credenza. Altri segni di venerazione sono l'incensazione e i cari accesi che ne accompagnano la lettura.

Tutte cerimonie già in gran parte consegnate nell'Ordo Romanus I del sec. VIII (cf. M. Andrieu, Les Ordines Romanes du haut moyen-âge, II: Les textes, Lovanio 1948, pp. 87-88) e in parte completate e sviluppate nei secoli seguenti. Sono l'espressione viva della fede della Chiesa verso la parola di Dio.

BIBLI. I principali documenti relativi all'E., oltre che nelle fonti citate volta per volta, sono raccolti da G. Godu, Evangiles, in DACL, V, coll. 852-923; J. Baudor, Capitulare Evangeliorum, ibid., II, coll. 2060-69; J. M. Tommasi, Opera omnia, ed. A. P. Vezzosi, Roma 1750, pp. 421-526; J. Baudor, Les Évangéliaires, Parigi 1907; W. H. Frere, Studies in early roman liturgy: III. The roman gospel-lectionary, Londra 1935; T. Klauser, Das Römische Capitulare Evangeliorum, I: Typen, Münster in West.

1935; è il lavoro più completo sull'argomento (seguiranno altri due volumi, uno per le prove relative alla datazione dei singoli tipi, l'altro per la classificazione dei capitolari rimanenti). A pp. xxiii-xxv complica bibliografia fine al 1934 (cf. anche Ephém. lit., 30 [1936], pp. 81-83). Annibale Bugnini

IV. DECORAZIONE

A varie gradazioni dell'arte orientale del sec. vi appartiene un cospicuo gruppo di E. quali il codice purpureo della cattedrale di Rossano, il codice siriaco detto di Rabula (monaco di Zagba in Mesopotamia) datato all'a. 586, ora nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; il codice di Sinope oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi; ad essi si ricollega, sebbene più tardo (sec. x) l'E. di Etschmiadzia (Armenia) racchiuso in un dittico eburneo anteriore.

L'E. conservato a Cambridge nella Biblioteca del Corpus Christi College (cod. 286) appartiene forse al gruppo di quelli inviati in Inghilterra ad Agostino di Canterbury da papa Gregorio I (500-604) e sembra eseguito a Roma o nell'Italia meridionale, perché le miniature che l'adonnano risentono delle forme pittoriche proprie dell'Italia centrale fra il VI e il VII sec.

Al principio del VII sec. appartiene anche l'E. di Lindisfarne oggi nel Museo Britannico, che dimostra nelle belle miniature delle iniziali il senso raffinato della decorazione allora proprio dell'arte che fioriva nelle isole britanniche.

Nell'età d'oro degli E., cioè sotto Carlomagno, si formarono apposite scuole, annesse agli scriptori dei monasteri, che, lavorando con amore, intelligenza ed arte, produssero veri capolavori. Il monastero di S. Martino di Tours, diretto dal celebre Alcuino, la scuole di S. Gallo, Mera, Reims, Orléans, l'abbazia di Corbie, Luxeuil, ecc. lasciarono opere meravigliose. Tra i calligrafi più famosi di quel tempo sono meritamente ricordati Alcuino, autore dell'E. donato da Carlomagno all'abbazia del S.mo Salvatore di Aniane (Montpellier), Godescalco che scrisse l'E. oggi al Museo del Louvre, Pietro a cui si deve l'E. di Carlomagno oggi nella « Schatzkammer » di Vienna; notevoli sono ancora le miniature del codice Ada, nella Biblioteca Comunale di Treviri e dell'E. di Echternach del II sec. conservato a Gotha.

Nel sec. IX-X le prime pagine degli E. sono tinte di porpora. D'oro si trovano le inquadrature delle pagine, le iniziali, grandi e piccole, poi i titoli e le rubriche (E. di Carlo di Rohan-Soubise, ora alla Biblioteca nazionale di Parigi), infine tutto il resto viene scritto in oro o argento (E. di S. Martino des Champs, ora alla Biblioteca de l'Arsenal). Questa magnificenza aurea raggiunge il suo più grande splendore nel periodo carolingio, quindi declina.

Appartiene agli inizi del XII sec., ed ha miniature che rammentano il fare proprio della pittura cassinese nelle iniziali, e della pittura romana di quella età nelle figure, l'E. proveniente da Farfa ed ora nella Biblioteca Vallicelliana di Roma (cod. E. 16). Mostrano un gusto analogo anche le figure dell'E. forse proveniente dal Convento romano di S. Cecilia oggi nella Laurenziana di Firenze (PL 17-27) mentre l'E. proveniente dal Convento del SS. Apostoli, pure di Roma ed ora nella Biblioteca Vaticana (cod. Vat. lat. 5974) ha schietto carattere bizantino perché eseguito nel XII sec. dai miniatori della badia greca di Grottaferrata.

Caratteristiche sono anche le forme proprie delle miniature dell'E. donato dalla contessa Matilde alla badia di Polizone ca. 1/a. 1109. Il codice è oggi nella Biblioteca Morgan a Nuove York e riflette i modi propri della pittura nell'Italia settentrionale agli inizi del XII sec.

Riflessi invece dell'arte ottoniana sono in un codice della cattedrale di Vercelli e più vivi ancora in un altro che è nel tesoro del duomo di Padova eseguito l'a. 1170 da un Isidoro doctor bonus.

L'E. della fine del XII sec. detto della contessa Matilde che è nella badia di Nonantola ha alcune miniature che imitano modelli germanici mentre altre hanno un fare più libero e spigliato in armonia con le contemporanee pitture italiane.

Più frequenti si fanno gli E. nei tempi successivi, ugualmente riflettendo nelle decorazioni - come gli altri testi sacri - i modi propri dell'arte delle regioni in cui vennero eseguiti.

Per abbellire ed animare gli E. furono usati disegni e pitture. Le iniziali ebbero la preferenza dei calligrafi, che o usarono simboli (fase ieratica) o riprodussero la natura (fase naturalista); poi si sviluppò la tendenza verso la rappresentazione di edifici, scene, personaggi fittizi o anche reali, come i donatori, i grandi del tempo o il calligrafo stesso. Si deve ai libri liturgici la conservazione d'un gran numero di ritratti storici che senza di essi non sarebbero mai giunti fino a oggi (p. es., Carlo il Calvo sull'E. di St. Emmeran di Ratisboni, Enrico III e l'imperatrice Agnese, Corrado il Salico e Gisèle su quello dell'Escuriale, la contessa Matilde sul suo E. alla Biblioteca Vaticana (cc.). La magnificenza appare anche nella rilegatura dei manoscritti. Già s. Ambrogio ricorda «arca Testamenti undique auro tecta idea: doctrina Christi» (Epist., IV, 4: PL 16, 890). Nel duomo di Milano si conservano due tavolette d'avorio del sec. V, che ricoprivano un E. Ceschlata in lamina d'oro è la custodia dell'E. di Monza (sec. VI), donato dalla regina Teodolinda alla chiesa di S. Giovanni. L'avorio e l'oro furono molte usati per gli e. Si può citare per il IX sec. l'avorio che orna una parte dell'E. di Lorach alla Biblioteca Vaticana; per il sec. X gli avori dell'E. di Echternach; per l'XI la celebre rilegatura dell'E. di Besançon. L'avorio veniva fissato con placche d'oro e d'argento, ma poi si fecero intere legature con questi metalli preziosi, come l'E. gotico di Uffla (Codex argentens) e le legature decorate con smalti e rilievi delle regioni della Mosa e del Reno. - Vedi av. LVII.

BIBLI: P. Macrè, s.v., in Cath. Enc., V, pp. 640-41; P. Tuessa, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim. Annibale Bugnini - Emilio Lavagnino

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“EVANGELIARIO.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 540. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/evangeliario.