FARCITURA. - Dal francese farce, si dice di una serie d'interpolazioni a un testo liturgico cantato o recitato: «Kyrie farcito», «Epistola farcita». Il termine tecnico più adoperato è «troppo» quando si tratta di testi cantati, mentre l'espressione «farsa» si applica di preferenza ai testi letti con modulazioni o ai recitativi (Epistola, Vangelo, Prefazio, lezioni dell'Ufficio).
I troppi in senso stretto risalgono al sec. IX; non si hanno invece tracce di letture farcite prima del sec. XI. All'inizio la f. non è altro che una parafrasi, un'ampli-ficazione del testo sacro; a poco è poco vi s'introducono cose aliene al concetto sacro e anche di carattere burlesco o satirico. Il Concilio di Trento, insieme con i troppi e le sequenze, soppresse le letture farcite. Nel senso moderno la farsa è diventata principalmente una commedia che può andare fino alla trivialità. Il passaggio del termine dall'uso ecclesiastico al teatro profano può essere avvenuto nel sec. XIII o poco prima. Per opera dei «cleres de la Basoche», addetti alle scritture presso i Padannenti di Parigi, altre città, si sviluppò l'uso di contaminare a scopo d'italità il latino con parole volgari; la «farce» fu uno dei tanti tipi di «jesus» e «fabiliaux» che rimasero in voga sotto vari nomi fino ai nostri giorni. Il teatro comico francese in cui prevalse questo genere e dal quale passò in altri paesi, deve ancora molto alla «farce» nel suo più alto esponente Molière, il quale iniziò la sua brillante carriera appunto con delle «farces». Dalla fine del sec. XV con la celebre *Farce de l'avocat Pathelin* al sec. XX con i *vadivalles* le «riviste» si può dire che lo spirito della farsa è rimasto sempre vivo.