FRANCESCO D’ASSISI

FRANCESCO d’Assisi, santo - Immagine di S. F. fiancheggiata da storie della sua vita. Scuola di Giunta Pisano (ca. 1250). Pisa, chiesa di S. Francesco.
FRANCESCO d’Assisi, santo - Immagine di S. F. fiancheggiata da storie della sua vita. Scuola di Giunta Pisano (ca. 1250). Pisa, chiesa di S. Francesco.

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(2nd. Anderton)

FRANCESCO d’Assisi santo - L’oratorio delle scimmate con in fondo la cella di S. F. - Cortona, Celle.

VI. Gli ultimi ann

i. Le simmate

S. F., tipo troppo ideale e riuscito, si sentì presto incapace di dirigere personalmente il vasto movimento a cui aveva dato vita, e già dopo i turbamenti del 1220 (v. Frati Minori), aveva rinunciato all’ufficio di superiore o ministro generale dell’Ordine, istituendo nel Capitolo del 1220 un suo vicario, fra’ Pietro Cattani, morto il quale (1221), elesse a succedergli frate Elia. Da quel momento, pur conservando sempre nell’Ordine la sua grande autorità personale, che gli veniva come fondatore, si estranò sempre più dalla amministrazione diretta, dedicandosi maggiormente alla sua vita mistica, fatta soprattutto di mortificazione, di rinuncia, di sacrificio nell’imitazione di Cristo. Giunse così, nel 1224, al prodigio ineffabile della Verna, il sacro monte che gli era stato donato nel 1213 dal conte Orlando di Chiusi, dove «da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due armi portano»: le stimmate.

Dopo il prodigio della Verna F. visse ancora due anni; ma il suo corpo, indebolito già per i continui digiuni e le aspre penitenze, era tormentato da incessanti dolori di stomaco di fegato, ai quali si aggiunse una molestissima malattia degli occhi, che lo ridusse ad una quasi completa cecità. Invano cercò conforto nella valle di Rieti, piena di tanti dolori ricordi, come la cara solitudine di Fonte Colombo, dove aveva composto la Regola del 1223, e il bosco di Greccio, testimonio della prima rappresentazione del presepio nella notte di Natale del 1223. Né per altro gli giovò la soave Siena, né il ritiro delle Celle di Cortona, dove fu colpito da idropisia, cosicché presentendo l’avvicinarsi di «sorella morte», si fece nuovamente portare alla sua città natale, per terminare la sua vita religiosa dove l’aveva incominciata. Desiderava recarsi direttamente alla sua diletta Porziuncola, ma dovette cedere alla pressione dei suoi figli, che per meglio curarlo vollero condurlo all’episcopio.

VII. La morte

Pieno di gioia spirituale per l’avviso della prossima morte e desideroso d’incontrarla a S. Maria degli Angeli, comandò ai suoi compagni che se lo trasportassero, ed ivi si preparò al sereno trapasso con tutto l’affetto della sua grande anima. L’incomparabile libro dei Fioretti di S. F., il gioiello più prezioso della letteratura popolare del sec. XIV, ha tramandato il testo della benedizione del Santo infermo alla sua diletta città natale, che rivedeva per l’ultima volta.

Prima di morire volle vedere la sua grande beneficente romana Giacomina dei Settesoli, che era solito chiamare «frate Jacopa», e all’uopo le fece scrivere di

venire quanto prima. Ma mentre si cercava un mezzo per mandare la lettera, quella matrona con i figli ed altra compagnia giungeva improvvisamente alla Porziuncola, potendo così assistere al transito del Santo. Per i suoi frati viventi e futuri compreso il suo testamento, in cui riassunse tutte le sue anteriori esortazioni sulla fede cat-tolica e la osservanza della Regola, specialmente riguardo alla povertà, sua mistica sposa: «raccomando la sua donna più cara e comandò che l'amassero a fede» (Dante, Par., XI, 123). Finalmente il 3 ott., volendo morire nudo come Cristo, si fece spogliare delle sue misere vesti e stendere sulla nuda terra; quindi si congedò dai suoi figli benedicendo tutti i Presenti, incominciando dal vicario dell'Ordine, e gli assentati sparì in tutte le nazioni. Volle poi che gli leggessero la Passione di Gesù Cristo secondo s. Giovanni finalmente con i presenti incominciò a recitare il salmo «Voce mea ad Dominum clamavi», giungendo fino agli ultimi versetti: «Togliete l'anima mia dalla prigione... i giusti mi attendono», allora la sua lingua terrena tacque per sempre; quell'anima san

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tissima, sciogliendosi dalla carne, fu assorta nell'abisso della luce eterna ed il suo corpo si addormentò nel Signore (I Celano, 110). Al momento del transito, secondo la testimonianza di s. Bonaventura (Leg. maior, 14), un nuovo di allodole venne a posarsi sul piccolo tetto alla Porziuncola, levandosi poi a volo nel crepuscolo vermiglio e tempestando di trilli l'orizzonte. Soddisfatta la pietà dei frati e del popolo accorso a venerare il corpo stimato di questo Santo, la mattina seguente (4 ott.) la preziosa salma fu portata trionfalmente in città, arrestandosi il corteo funebre davanti al conventino di S. Damiano, affinché Chiara e le sue figlie potessero contemplare per l'ultima volta il volto e le sacre piaghe del Padre. Quindi la comitiva si mosse lentamente il sacro corpo fu provvisoriamente inumato nella chiesa di S. Giorgio.

VIII. LA CANONIZZAZIONE E IL CULTO

Non erano trascorsi due anni dal transito, che il 15 luglio 1228, Gregorio IX, il grande amico e protettore di F. venendo da Perugia (ove momentaneamente si trovava la corte pontificia) ad Assisi, nella chiesa di S. Giorgio, canonizzava il Poverello umbro tessendo personalmente l'elogio del Santo e fissandone la festa il 4 ott. Il giorno seguente il Pontefice stesso poneva la prima pietra della grande basilica (S. F.) destinata ad accogliere le spoglie del Santo, affidandone la cura a frate Elia. La Chiesa inferiore era già pronta nel 1230, e in occasione del Capitolo generale, appositamente convocato ad Assisi, fece la solenne traslazione del corpo del Santo, il 25 maggio. Essendosi smarrito con il tempo il ricordo del luogo preciso della tomba del serafico, dopo inutili tentativi compiuti nel 1570, nel 1607 e nel 1806, finalmente nel 1818 si ritrovò il luogo e si procedette alla ricognizione della salma. Senza rimuovere l'urna, venne smagliata la cripta e ornata di bronzi e di marmi la tomba.

Particolarmente solenni riuscirono le ultime commemorazioni centenarie francescane: quella della nascita nel 1881 e quella della morte nel 1926, per la quale occasione Pio XI emanò l'enciclo. Rite expiatis (AAS, 18 [1926], p. 153 sgg.). Benedetto XV l'aveva già dichiarato nel 1916 patrono dell'Azione Cattolica e Pio XII, il 18 giugno fu definito «Alcoranum Franciscanorum seu blasphemiarum et nugarum Lerna de stigmatizzato Idolo quod Franciscum nominant» (Francoforte 1542); libro che ebbe molta diffusione in varie edizioni versioni. Fu disprezzato pure dagli enciclopedisti e razionalisti del sec. XVIII; Goethe, nel suo viaggio in Italia, narra di non aver voluto vedere la basilica di S. F. Nella reazione romantica del sec. XIX, s. F., ad opera specialmente di G. Gorres, fu rivalutato anche da un lato nuovo, soprattutto come poeta e trovador.

Da allora in poi la letteratura francescana andò sempre più moltiplicandosi; trovò un appassionato e valente cultore specialmente in Paul Sabatier, che si può dire diede un nuovo indirizzo scientifico agli studi sulla vita e l'anima del Poverello d'Assisi.

X. LA FIGURA DI S. F. - È una di quelle figure gigantesche della storia, che appaiono raramente, destinata da Dio ad attuare un mirabile capovolgimento spirituale nella società. Dopo sette secoli egli ancora vivo nell'anima dei popoli, anzi ogni giorno il suo profilo ingigantisce maggiormente, grazie al suo fecondo apostolato di dolcezza, di semplicità e di povertà evangelica, fondato sulla base dell'amore e della fraternità universale. Egli è passato sulla terra come un «alter Christus», ricopriendo in sé la figura divina del Salvatore come a nessun altro santo era stato concesso, assurgendo inoltre a prototipo della stirpe italica per il suo carattere gentile, intelligente, semplice, poetico, fino a far scrivere a qualche autore moderno, con forse discutibile esattezza: «F. è il più santo degli italiani e il più italiano dei santi».

Batt.: I. Ponti; a) Scritti di S. Francesco, Quelli cartamorte autentici si riducono ai seguenti: due Regole dei Frati Minori (una lunga del 1221 e quella definitiva del 1221); il restamento; alcuni frammenti inseriti nella Regola delle Clericali, 24 admonizioni, la Salutatio virutum, l'opuscolo De religiosa habitatione in sereno, 6 epistole, e le preghiere: Laudes Dei, Laudes domini, Salutatio B. Virginis, l'ufficio della Passione e il Cantico di frate Sole. La prima edizione assai volte ripetuta, ma