FULBERTO di CHARTRES. – Vescovo e teologo n. ca. il 960, m. a Chartres il 10 apr. 1828. Da alcuni è detto francese, probabilmente dell’Aquitania, dal Mabillon invece è ritenuto italiano, sulla scorta di una lettera di F. ad Einardo (PL 141, 192). Dalla medesima lettera si ricava che egli apprese i primi rudimenti del sapere da un vescovo italiano, dal quale ricevette pure gli Ordini minori. Fu poi a Roma, addetto alla Biblioteca, dove conobbe il famoso Gerberto d’Aurillac (poi papa Silvestro II). Passato alla scuola di Reims ebbe a compagno il figlio di Ugo Capeto, Roberto, poi re di Francia, con il quale mantenne amichevoli relazioni. Nel 987 (secondo altri nel 992) si recò, dietro invito del vescovo Oddone, o del suo antico condiscopolo Erberto, a Chartres, ove fu capo di quella rinomata scuola, alla quale accorsero studenti, non solo dalla Francia, ma anche dall’Italia e dalla Germania ed ove esercitò anche la medicina.
F. non fu monaco, come alcuni ritengono, ma ebbe intimi rapporti con le più celebri personalità monastiche del suo tempo (Oddone di Cluny, Riccardo abate di Fleury). Nel 1006, col favore del re Roberto, fu designato alla sede episcopale di Chartres e venne consacrato da Leo-terico, arcivescovo di Sens, che era stato suo condiscopolo a Reims.
FULBERTO di CHARTRES. – Scurse a fremmentario le notizie intorno alla sua attività pastorale: lasciata la pratica della medicina, continuò l’insegnamento e da Guglielmo, duca d’Aquitania, fu nominato tesoriere di S. Ilario di Poitiers. Ricostruì la cattedrale di Notre-Dame di Chartres (distrutta da un incendio nel sett. del 1020) con il mufifico aiuto di Roberto re di Francia, di Stefano re d’Inghiera e di Canuto, re d’Inghilterra e di Danimarca.
Stimandosi impari al suo ufficio di vescovo, pensò di dimettersi, ma ne fu dissuaso da Oddone di Cluny. Come membro del Consiglio di Stato, ebbe gran parte negli affari politici del suo tempo.
La produzione letteraria attribuita a F. comprende opere agiografiche (di dubbia autenticità), tra cui la Vita di S. Oberto (m. nel 607 ca.) vescovo di Arras e di Cambrai, componimenti poetici in diversi ritmi su argomenti sacri e profani, tra cui poesie autobiografiche e versi mnemonici sulle arti liberali; 9 sermoni, di cui cinque sulla purificazione e sulla natività della Madonna, della quale era particolarmente devoto; inoltre due trattati, il primo dei quali ha come soggetto Il passo: Misit Herodes vex manus, ut affigeret quosdam de Ecclesia (Act. 12, 1) ed il secondo dal titolo Tractatus contra Indaeos, nel quale dimostra che la profezia di Giacobbe Non auferetur sceptrum de Inda (Gen. 49, 10) si è compiuta in Gesù Cristo. Le sue 128 lettere, ritenute nel medioevo come modelli di stile epistolare, sono importanti, specialmente quelle che si riferiscono alla disciplina della Chiesa ed alla liturgia, perché ne illuminano la prassi del sec. XI. Tra le lettere la più interessante è quella diretta ad Ado-dato De tribus quae sunt necessaria ad profectum Christianae religionis (ca. 1007), in cui illustra il mistero della Trinità, la natura del Battesimo e l’Eucaristia.
