FUOCO, BENEDIZIONE del. - La benedizione del f. potrebbe avere le sue origini nei primi tempi cristiani come consuetudine ebraica di offrire a Dio l'elemento che dà luce e calore. Se ne ha un ricordo nel 'lucernario' della liturgia ambrosiana. Invece la benedizione del f. nel Sabato Santo è di parecchi secoli posteriore.
Viveva l'uso di nascondere tre lampade nel tardo Giovedì Santo al Matutino delle tenebre, quando venivano spenti tutti i lumi, e di riportare fuori il Sabato PASQUA (v.); la cerimonia aveva lo scopo di ricordare i tre giorni della sepoltura di Cristo e la sua Risurrezione. Forse per rendere ancora più forte il simbolo si volle avere un f. nuovo il Sabato Santo ottenuto dalla pietra focola e da altra materia. Qualunque sia stata la genesi di tale rito, papa Zaccaria (m. 753) scrivendo a s. Bonifacio di Germania afferma l'uso romano delle lampade nascoste e di ignorare invece l'altro uso che sembra comune presso i Germani ed i Franchi: il Franz non esclude che fosse la continuazione cristiana di un rito in onore di Wotan all'inizio di primavera; questa interpretazione non è in contraddizione con la ipotesi formulata della rappresentazione più accurata del simbolo, tanto caro alla scuola carolingia; ché anzi l'una può aver preparata l'altra, favorita pure dal fatto che nel medievo qualunque cosa, prima di essere usata per il culto, veniva benedetta. Lo Schuster dice che la b. del f. fu introdotta a Roma per quella specie di compromesso tra gli usi gallicani e la liturgia romana, che venne concluso nel primo periodo carolingio. Nell'appendice al 'Ordo Romanus I' (PL 78, 960) il f. nuovo viene procurato il Giovedì Santo, ma sarà pure usato il Sabato. Invece Annalario (De ecc. offic., IV, 22) fa pensare che l'accensione venisse compiuta in ognuno dei tre giorni del triduo sacro. Solo però l'Ordo X (sec. XII) dà il rito come è oggi, comprese le orazioni che furono appropriate al nuovo uso dall'antico di accompagnamento dell'accensione della candela serale, che al principio della sacra veglia doveva accendersi a fianco del leggio, come una specie di poetico sacrificio di luce in omaggio a Colui che è la luce del mondo» (Schuster).
L'accensione del nuovo f. aveva grande importanza anche per la vita domestica. A Roma, contemporaneamente allo spegnimento dei ceri nella chiesa, avveniva quella dei f. in ogni casa, riaccesi poi con pezzi di legna benedetti con il nuovo f.: «Et de ipso igne accendunt in omni domo, quia omnis anterior extingui debat» (Ord. Rom. I: PL 78, 955).
Alla benedizione del f. succede quella dei cinque gravi 'incenso, che verranno poi infissi dal diacono nel coro pasquale. «L'orazione, che a tal fine è recitata dal Celebrante, faceva parte della formula di benedizione del Cerco contenuta nel Gelasiano» (L. Muratori, Lit. Rom. vestis, I, Venezia 1748, cap. 565). Per adattarla all'incenso si dovette storcere malamente il termine originale hunc incensum (= a lume acceso) in hoc incensum (= pro- lume), senza avvertire che tutto il contesto parla invece del nocturnum splendorem, acceso visibilmente dall'uomo, ma invisibilmente dalla mano rigeneratrice di Dio (Rit. hetti). - Vedi tav. CXXII.