CERO PASQUALE. - È un c. di grandi dimensioni, artisticamente decorato, benedetto nel Sabato Santo, e posto sopra un candelabro (di frequente artistico, detto candelabro pasquale) dal lato del Vangelo dell'altare maggiore fino alla festa dell'Ascensione. Serve inoltre nel rito della benedizione del fonte battesimale nella vigilia di Pasqua e di Pentecoste. Il c. p. deve essere acceso nelle Messe solenni nei Vespri del tempo pasquale; si spegne dopo il Vangelo della Messa solenne dell'Ascensione.
ORIGINE E STORIA DEL C. P. - La derivazione del c. p. dall'uso quotidiano della sinagoga di accendere sul calar della notte una lucerna con una formola di benedizione, oppure da quello analogo vigente nella basilica dell'Anastasis di Gerusalemme e descritto dalla pellegrina Eteria (ca. 383-88), o, comunque, dall'accensione del lume all'inizio del primitivo ufficio liturgico serale (lucernare), non è provata.
L'uso del c. p. fa parte e deriva direttamente dalla solenne illuminazione delle chiese nella vigilia di Pasqua, chiamata da s. Agostino la «mater omnium vigiliarum» (Sermo 219), come si Exultet (v.), che le ultime indagini attribuiscono a s. Ambrogio. Da Eusebio si sa che Costantino fece illuminare non solo la chiesa, ma tutta la città in questa vigilia (De vita Constantini, IV, 22) e s. Agostino descrive commosso l'effetto grandioso dell'illuminazione vigiliare della Pasqua. Le necessità utilitarie della liturgia, vale a dire la necessità di disporre, nel presbiterio, di una luce che durasse tutta la notte, condussero all'uso di un c. di grandezza straordinaria, posto nel mezzo del coro, che, sin dal sec. IV, fu oggetto di una particolare benedizione incorpicata da un poetico elogio della sua materia e del suo simbolismo. Di questa Laus cerei (Carmen cerei, Praec-o-nium paschale) si hanno testimonianze in s. Girolamo (lettiera al diacono Presidio di Piacenza, 384) e in s. Agostino (De civitate Dei, XV, 22) che si dice autore d'un simile elogio. Dal che si può concludere che l'uso particolare del c. p., verso la fine del sec. IV, era largamente diffuso in Italia, e forse in Africa. Lo si trova poi in Spagna e nelle Gallie.
Non è facile però delinearne la storia concreta, poiché gli usi e i riti variarono a seconda delle Chiese. Ci basti seguire il c. p. attraverso l'uso romano. Il Lib. Pont. (I, p. 225) attribuisce al papa Zosimo un constitutum secondo cui egli avrebbe dato facoltà di benedire il c. p. alle Chiese suburbicarie, il che fa pensare che a Roma l'uso di benedire il c. non fosse introdotto. Infatti l'Ordo Romanus attribuito dal p. Silva-Tarouca a Giovanni "archicantor" della basilica Vaticana (680) non parla del c. p. ma semplicemente di a cerei a da benedire, identici forse alle due torce ricordate dagli Ordines, detti di St-Amand e di Einsiedeln (sec. Ix). Anche in questi due Ordines non si fa parola del c. p., ma solo di due torce (faculae), che, come attesto l'Ordo di St-Amand, in ogni tempo dell'anno seguono sempre e dappertutto il papa nelle sue funzioni. Esse vengono portate da due suddiaconi regionali, i quali, nel Sabato Santo, escono col papa dalla sacrestia, si pongono, durante le lezioni, presso il pulpito, scendono poi al fonte, ove, a suo tempo, le immergono nell'acqua battesimale, seguono quindi il papa nel consignatorio e nella Messa.
L'Ordo Romanus
I (nn. 32 e 39, parte ritoccata nel sec. Ix), parla del fuoco da riporre nel Giovedi Santo per conservarlo in una lucerna fino

(do M. Axtro. The Emitet Eells of Santa (tale, Friorcton Uniccrita BSE, (on, XIV) Cero pasquals - Benedizione del fonte battesimale con immersione del c. (a descendat virtus Spiritus tui a). Rotalo dell'Exultet di Bari (sec. XI), la miniatura si trova in senso opposto alla scrittura ner essere veduta dal popolo - Bari, archivio della Cattedrale.
al Sabato Santo (al tempo di papa Zaccaria erano tre lampade). Nel Sabato Santo poi, si accende subito il gran c. p. da questa lucerna, lo si porta in processione in chiesa, ma senza canto, e lo si pone davanti all'altare sopra un gran candelabro. Segue la Praefatio, cioè il preconio pasquale, ed allora dal grande c. p. si accendono le due torce, che accompagnano poi il papa nei vari riti. L'appendice (n. 9) ripete la cosa in forma più concisa, ma come portatori delle due torce, pone due notari. I sacramentari della stessa epoca (sec. Ix) ci informano che il c. p. veniva benedetto con la preghiera Veniat, attualmente in uso per la benedizione dei cinque grani d'incenso. Ma il testo stesso si rivela ancor oggi, nonostante alcuni infelici adattamenti, come destinato a benedire il grande c. acceso (incensum - acceso) e che, terminata la funzione, veniva ridotto in pezzi e distribuito ai presenti quale segno di benedizione. Quando la parola incensum nel linguaggio ecclesiastico divenne d'uso esclusivo per l'incenso in senso stretto, la formola Veniat, servì nell'alto medioevo per benedirne i cinque grani.
Intanto invalse l'uso di accendere, fuori della chiesa, un gran fuoco, suscitato da una pietra, con cui poi si accendeva il c. p. Infatti, nell'Ordo XII di Cancio camerario ( 1888 , poi Onorio III), sappiamo che si metteva il nuovo fuoco in cima ad una lunga canna, portandolo processionalmente, cantando tre volte Lumen Christi, al c. p. che veniva subito acceso e posto sul suo candelabro. Nell'Ordo XIV del card. Gaetano Stefaneschi (1311) appare la prima volta l'harundo, alta 31 / 2 cubiti, con la triplex candela.
Il cosiddetto Pontificale romano del sec. XII contiene pure il rito degli Ordines Romani XII e XIV, ma con una particolarità : il diacono, prima di cantare il preconio pasquale, incide nel c. una croce, le lettere alfa e
omega, e l'anno. Era questo, a quanto pare, un uso particolare della basilica Lateranense, come si ricava dall'Ordo del card. priore Bernardo (prima del 1176). In altre chiese, specialmente in Francia, si incideva l'elenco delle feste dell'anno. A Roma invece, al dire del ven. Beda, si soleva incidere il calendario festivo su un gran c. che rimaneva poi esposto durante tutto l'anno, in occasione del S. Natale. Le dimensioni del c. p. sono sempre state notevoli: l'Exultet lo chiama "columna", ma nel medioevo erano talvolta cosi enormi che lo si doveva accendere dal soffitto.
Il c. p., sebbene originato da necessità pratiche, ebbe subito anche una sua interpretazione simbolica, come risulta dai testi più antichi del preconio pasquale: fu paragonato a Cristo risorto, a Cristo luce, messo a confronto con la colonna di fuoco che guidò il popolo di Israele attraverso il mar Rosso, immagine del Battesimo e della liberazione del popolo eletto cristiano. Sul simbolismo del c. p. si veda Amalario (De eccl. officiis, I, 18: Pl. 103, 1033 ; ed. J. M. Hanssens [StudieTesti, 139], Città del Vaticano 1948, pp. 111 113), Giovanni Beleth e Guglielmo Durando.
L'uso di infiggere nel c. p. i cinque grani d'incenso è di origine medievale; sono ricordati nel Sacramentario di Ratoldo (sec. x) e al tempo del Micrologo (dopo il ro86) il loro uso era già comune.
Giovanni Beleth, nel suo Divinorum officiorum explicatio (capp. 105-109), posteriore al 1165 , accenna all'inserzione, nel c. p., dei cinque grani d'incenso, ma non parla della loro benedizione; accenna invece alla benedizione oltre che del c. p. di due altri ceri minori, per simboleggiare i due testamenti. Guglielmo Durando (m. nel 1296), che nel suo notissimo Rationale divinarum officiorum (VI, 80) riassume tutta la dottrina liturgica e simbolistica del medioevo, non conosce ancora la benedizione dei grani d'incenso, simboli degli aromi usati dalle pie donne e delle cinque piaghe del Signore. Vedi Tav. LXXXII.