GIANO (Ianus). - Antico dio romano. Benché il suo nome non figuri nel più antico calendario romano, è dimostrato che la festa del 9 genn. indicata con il termine Agon(ium), era celebrata in suo onore. Questa è la prima festa dell’anno solare, come Janua-rius (gennaio) ne è il primo mese. Tale posizione di inizio, in base alla quale si poteva dire: «pens Iovem summa, penes Ianum prima», viene confermata anche da altri fatti: tutti i sacrifici e preghiere dovevano cominciare con un’invocazione a G. (e ter-minare con un’altra a Vesta).
Anche il primo giorno di ogni mese è sacro a G.: egli, insieme con Giunone, dea delle Kalendae, quale giorno di novilunio, riceve mensilmente un sacrificio: in questa connessione si chiama anche Ianus Iunonius. G. è perciò un «principium deorum», il primo degli dèi, «dio degli dèi» e «buon creatore» (dionus cerus) come lo invocava l’antico carme dei Salii. Nel mito ro-mano questo suo carattere si esprimerà nella sua posi-zione di «primo re» del Lazio. Anche il rex sacrorum che può esser considerato quale suo sacerdote partico-lare - è lui che offre al dio un ariete nel giorno dell’Ago-nium - è il primo nell’ordine gerarchico dei sacerdoti romani. Nelle prime monete romane (IV sec. a. C.) l’unità, l’as, porta l’effigie del dio: effigie bifronte che gli è propria in tutti i tempi. Questo singolare tipo di raffigurazione che trova riscontro presso dèi solari di altri popoli, in-sieme con altri elementi (festa, vittima ecc.) getta luce sulla natura solare del dio, intuita anche dagli esegni antichi e confermata forse anche dall’etimologia del nome: oggi, infatti, si tende ad abbandonare la supposta deri-vazione dal termine concreto ianus, ianus (arco, porta) e, senza riprendere, peraltro, l’inverosimile tesi di un
GIANNO, PIETRO - Ritratto da un’incisione di J. F. Sedelmier.
gno, sicché, dopo fortunosi brevi soggiorni a Venezia, Modena, Milano, si recò a Ginevra (1735), dove resistette alle lusinghe di conversione al calvinismo. Avversato il G. da tempo per le sue idee e i suoi programmi dalla Curia romana, il primo ministro del re di Sardegna pensò di acquistarsi benemerenze presso quest’ultima imprigionandolo. Difatti, attirato con inganno, per mezzo di un emissario, in luogo prossimo a Ginevra ma sotto-posto alla giurisdizione sabauda, ivi lo fece arrestare e poi condurre in prigione a Chambéry e al castello di Miolans (apr. 1736). Ivi rimase fino all’anno successivo, essendosi le autorità sabaude rifiutate di consegnarlo alla Cancelleria romana, che lo aveva richiesto (ma furono inviate a Roma le carte del G.). Trasferito a Torino, ivi firmò, travolto da minacce e blandizie, un atto di abiura delle sue antiche idee (marzo 1738). Da Torino passò al carcere di Ceva, dove rimase fino al 1744, occupandosi nella stesura di nuove operette storiche, nelle quali, pur fra qualche professione di fede cattolica, ritornano i vecchi motivi polemici. Ricondotto a Torino, morì nel carcere della cittadella.
Il G., nelle opere maggiori e in quelle minori, nel suo iniziale sensismo, nel suo giurisdizionalismo, nel suo stesso socianiesimo va considerato come uno degli scri-tori che recarono un efficace contributo alla affermazione delle posizioni laicali nel sec. XVIII.