GIONDA, CIMITERO DEI

GIONDA, CIMITERO dei. - Sulla Via Salaria nuova. Nulla si può dire di sicuro sulla denominazione in plurale di questo cimitero che ha fatto pensare ad alcuni ad una corruzione di «Germanorum» ad altri ad un nesso con il fiume «Iordanus», ad altri ancora ad un nome di associazione. Vi furono sepolti i martiri Marziale, Vitale e Alessandro che la leggenda indica come tre dei sette figli di S. ELIA (v.). Sui loro sepolcri si celebrò la commemorazione fin dalla prima metà del sec. IV, come indica la «depositio-martyrum» al «VI idus julias», giorno che ricorre anche nel Sacramentario leoniano e nel Martirologio geronimiano, il quale addita sepolte nello stesso cimitero e commemorato al 31 dic. un gruppo di sette vergini cioè Donata, Paolina, Rogata, Do-minanda, Serotina, Saturnina, Ilaria. Tanto queste, quanto i tre martiri sopra ricordati furono venerati nel sec. VII, come attestano gli Itinerari.

Il cimitero, restaurato dal papa Simmaco (498-514) ebbe forse all'aperto cielo un oratorio detto «ad S. Alexandrum» da uno dei tre martiri; esso, danneggiato nell'assedio gotico, fu ripristinato dal papa Vigilio ed è ricordato nei Capitularia Evangeliorum; l'ultimo restauro fu compiuto dal papa Adriano I (775-92). Dopo l'abbandono generale dei cimiteri romani nel sec. IX, in seguito al trasporto delle reliquie nell'interno della città, il cimitero dei G. tornò alla luce casualmente il 31 maggio 1578, quando alcuni operai, scavando in una vigna sulla Via Salaria nuova, s'imbatterono improvvisamente nelle gallerie del cimitero con i sepolcri ancora chiusi dalle loro iscrizioni e con cubicoli e arcossi dipinti. Tale scoperta richiamò non solo la curiosità dei visitatori e tra questi S. Pietro Canisio e il card. Cesare Baronio, ma anche degli studiosi che trascrisero le iscrizioni e copiarono le pitture WEINGARTEN (v.) Chacon (v.).

Ma il cimitero venne rovinato nel 1590-91 e lo stesso Antonio Bosio che iniziò le sue esplorazioni nel nov. 1593 non riuscì a penetrarti, contraendosi nella sua Roma sotterranea di copie delle iscrizioni e delle pitture fornitegli dal Chacon e dal De Winge.

La gallerie tornarono ancora improvvisamente in luce nel dic. 1921 per le fondazioni di un villino tra la Via Salaria nuova e la Via Anapo.

Si tratta di un cimitero a due piani della fine del sec. III e dell'inizio del IV, nel quale furono ritrovate le pitture già vedute tra il 1578 e il 1590 e copiate con mirabile fedeltà da Filippo De Winge, ad eccezione di due, l'una con la rappresentazione dell'apostolo Paolo, l'altra con il fosso Trofimo al lavoro. Tra le pitture si notano nel ciclo del Vecchio Testamento: Noé nell'arca, il sacrificio d'Abramo, il ciclo di Giona, Daniele tra i leoni, i tre fanciulli nella fornace, Mosè che batte la rupe; nel ciclo del Nuovo Testamento: Gesù docente tra i dodici Apostoli, il buon Pastore, la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro; poi oranti maschili e femminili, genetti e una scena di caccia al cervo e al cinghiale. Le pitture furono in parte barbaramente deturpate prima del 1591.

Delle iscrizioni rinvenute nel 1578 solo due si sono conservate; ma fin da allora, come si legge in una lettera di S. Pietro Canisio, molte erano state asportate o spezzate. Infatti delle 120 iscrizioni rintracciate, la quasi totalità era stata ridotta a pezzi. Due appartengono a sarcofagi, tre sono dipinte in rosso su tegola, le altre tutte in marmo. Sono da ricordarsi quella di un «Demophilus» che fu vescovo non si sa di dove per oltre 23 anni, di un fosso «Aelius Auxanon» che da vivo si preparò «suis

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(da E. Joni, in Rivista di arch. crist., 8 (1931), p. 281)