GIOVANNI L'ELEMOSINIERE. - In greco: Ἐλεήμων (= « misericordioso »), patriarca di Alessandria di Egitto, n. ad Amato (Cipro) nella seconda metà del sec. VI, m. ivi ca. il 619. Mortigli la moglie ed i figli, distribuì le sue cospicue ricchezze ai poveri e si diede ad una vita di perfezione. La fama della sua bontà s'era tanto diffusa che clero e popolo di Alessandria lo domandarono all'Imperatore come patriarca (610-611).
Lottò efficacemente contro il monofisismo e gli abusi introdottisi fra il clero e il popolo, facendo rifiorire le pratiche della religione; ma soprattutto si distinse nella larghezza verso i poveri, che chiamava « i suoi padroni ». Appena giunto in sede, ne fece stendere una lista, che raggiunse il numero di 7500, e li provvide ogni giorno di elemosina; visitava e soccorreva gli ospedali, gli ospizi e i monasteri; quasi tutti i suoi proventi andavano in elemosine e Dio stesso intervenne varie volte in modo straordinario. L'invasione dei Persiani nell'Egitto lo costrinse a riparare ad Amato, dove non molto dopo morì.
Il suo corpo fu portato a Costantinopoli; indi donato dal sultano a Giovanni Corvino, re di Ungheria (1458), che lo fece collocare nella sua cappella reale a Buda; nel 1530 passò a Tali, presso Presburgo, e di là, il 23 genn. 1632, nella cattedrale stessa di Presburgo. Presso i Greci, la sua festa cade il 12 nov. (cf. Synax. Constantinop., coll. 215-19); nel Martyr. Romanum il 23 genn.
G. compose una Vita del patriarca s. Ticone di Alessandria, ma non ne rimangono che pochi tratti (editi
da H. Usener, Der hl. Tychon, Lipsia 1907). - Vedi tav. XLIV.