GREGORIO l’ILLUMINATORE, santo. - N. presidente simbolmente verso il 250-52 da nobile famiglia arsacide, perciò anche nominato *Partheus* (parto).
Suo padre Anak, uno dei principali satrapi, indotto dai Sassanidi della Persia (probabilmente dal successore di Artasir, Sapore I [242-72/73]), uccise Cosroe I, re d’Armenia, unico superstite arsacide, ed a sua volta fu massacrato insieme alla famiglia dai fidi di Cosroe I nella fuga verso la Persia. Un solo bambino, salvato dalla nutrice e poi battezzato, fu chiamato G. G., già adulto, si trovò, nel seguito del re Tiridate, davanti all’arca della dea Anahit. E poiché rifiutò di venerare l’idolo fu sottoposto a molteplici torture; quindi, condotto verso la provincia di Ararat, fu gettato in una fossa-prigione nominata *Khorvirap*, presso Artasat, perché fosse cibo delle vipere. Un editto condannò tutti i seguaci del cristianesimo (Agatangelo, XII, p. 106 sgg.). Tiridate fu poi colpito da una grave malattia. Sua sorella Khosrovidukht vide in sogno che solo per l’intervento di G., ancora dopo 15 anni dall’editto languente nella prigione, sarebbe guarito il re. Liberato, G. guarì
corpo e anima del monarca e convertì la sua corte. Un editto bandì per tutta l'Armenia la fede di G. (295-300: Sozomeno, Hist. eccl., II, 8). Pressato dalle istanze della corte e del popolo, G. fu condotto in Cesarea di Cappadocia con pompa e fu ordinato dall'esarca Leonora, scordato e vescovo, e quindi metropolità dell'Armenia. Ciò avvenne nell'estate del 302 o forse prima, ca. il 295 (cf. F. Tournebize, V. BIBLICA.). Di ritorno, accompagnato da uno stuolo di chierici raccolti da Sebaste e da varie città dell'Armenia Minore, G. entrò nella provincia di Taron e nelle acque dell'Eufrate battezzò il Re, la corte e molte migliaia di cittadini. Sui resti del centro pagano di Aštišat, all'Ovest dell'attuale città di Muš, costruì la prima cattedrale (Majr Jēkēlētai = «chiesa madre») dell'Armenia, che fino al sec. v fu la sede dei katholikōi.
Un lustro di attività di s. G., proprio quando in tutto l'Impero romano infieriva l'ultima persecuzione, si compendiata nella distruzione dei templi pagani e degli idoli e nell'erezione di chiese, aiutato in ciò dalla forza militare del re Tiridate. G. organizzò tutta la Chiesa armena. Lo storico Agatangelo accenna all'ordinazione di ben 400 vescovi (1), cifra esagerata, dato che nelle epoche successive le sedi note, risultanti anche da sinodi nazionali, non superano 30-40. Tutte le chiese furono dotate di benefici ecclesiastici, consistenti di 4 campi per quelle dei villaggi e di 7 fabbricati per quelle di città. La sede del katholikōs ebbe 15 cantoni ricchi in varie province dell'Armenia, tra i quali Aštišat fu il principale. Di tale dotazione fatta dal Re parlano documenti posteriori degli dì fede.
Si ignora la data della morte di s. G. Durante il Concilio di Nicea (325) era ancora vivente; ma fu rappresentato nel Sinodo da s. Aristakes, suo figlio. Gli ultimi anni di G. trascorsero nella solitudine fra i monti Sepuh. Le reliquie, gelosamente custodite, furono in seguito parzialmente trasferite a Costantinopoli. In Armenia rimase sempre la mano destra, diventata poi simbolo della giurisdizione patriarcale. A Napoli, nella chiesa di S. Gregorio armeno, si conserva il teschio, molto venerato dagli Armeni. Gregorio XVI inserì il nome di G. nel martiologo romano, fissandone la data al 10 ott., però vi appare al 30 sett. come nei Sinassari e Menologi bizantini.