IDOLATRIA (ΕἸΔΏΛΩΝ ΛΕΣΠΈΛΑ)

**IDOLATRIA** (εἰδώλων λεσπέλα). -

I. Nozione

Nel suo significato letterale indica il culto degli idoli. Il termine idolo (εἰδώλων) nella S. Scrittura è adoperato con vari significati: sta ad indicare enti sia reali che immaginari, cui viene prestato un culto; e l'agiofago non ignora che spesso sotto un'imagine ed un simulacro gli uomini prestano la loro adorazione ai demoni; ma comunemente sotto il nome di idolo è indicata l'immagine di una falsa divinità (Deut. 32, 17; Ps. 106, 37; I Cor. 10, 20 ecc.; cf. ancora F. Prat, Idole, in DB, III, coll. 816-25).

Da s. Agostino vengono chiamati idolatri coloro che dànno ai simulacri quel culto che è dovuto a Dio.

Occorre tener presente che in vari modi l'umanità ha prestato e presta il suo culto agli idoli. Nell'antico mondo pagano greco-romano, mentre il popolo non separava la divinità dalla sua immagine, i teologi, per così dire, del paganesimo non partecipavano a questo errore, sebbene anch'essi stimassero che lo spirito del dio abitasse nelle immagini e le tendesse venerande e benefiche.

Perciò, l'ì. in senso stretto si può definire l'attribuzione del culto supremo dovuto a Dio, ad una falsa divinità, alla sua immagine, al suo simbolo. In senso più ampio si può intendere per i. ogni culto vizioso prestato alla creatura, in quanto questo culto non può in nessuna maniera essere riferito a Dio.

Circa l'origine dell'ì., dalla stessa Rivelazione è noto monoteismo (v.). Ma quanto a conoscere quali furono le cause dell'ì., non è facile (v. POLITEISMO). Oggi alle forme rozze di i. si sono sostituite, nel mondo paganeggiante che vive ai margini del cristianesimo, altre forme più sottili, ma non meno pericolose di i., e si è divinizzata la materia, la collettività, il sangue, lo

Stato. Per dimostrare il diverso grado di colpevolezza dei vecchi e nuovi idolatri, occorre quindi distinguere le varie forme e le varie prestazioni di i.

II. Divisione

Si può distinguere innanzi tutto: 1) un'ì, per ignoranza: tale è il caso degli infedeli e dei pagani, i quali credono in buona fede che gli idoli siano la vera divinità; 2) un'ì, reale che è il peccato di coloro che conoscendo il vero Dio, adorano gli idoli: questo caso è frequente nella storia degli Ebrei; 3) un'ì, simulata, che è il peccato di coloro che per timore della persecuzione compiono l'atto esterno di adorazione davanti agli idoli, senza dare loro il culto interno; a questa categoria appartengono nell'antichità i cosiddetti «lapsi» (v.). L'ì, «per ignoranza» o «simulata» viene anche detta i. materiale, mentre l'ì, «reale» viene chiamata formale. Quest'ultima si può inoltre suddistinguere in perfetta ed imperfetta. Perfetta quando si attribuiscono ad una creatura gli onori divini, con la convinzione che essa abbia realmente poteri divini. In questo caso l'ì, è unita all'infedeltà (v. INFEDELI). Imperfetta, quando si conosce la falsità degli idoli e tuttavia, mosso da un sentimento di odio verso Dio o dalla speranza di ottenere dal demonio qualche vantaggio, si rende un culto divino all'idolo che si conosce come falso.

III. Malizia

Ogni i., che non derivi da ignoranza invincibile, è peccato grave. Nel Vecchio Testamento fu proibita dal primo precetto del Decalogo e punita con pene severissime (Deut. 5, 7-9; 7, 25-26 ecc.). Sotto la legge evangelica, nei primi secoli della Chiesa, l'ì, fu considerata come uno dei peccati più gravi e sottoposto ad una penitenza pubblica e molto lunga.

La malizia di questo peccato consiste nel fatto che esso comporta una vera e propria ribellione contro Dio, derubandolo di quel culto che a lui solo è dovuto e che indirizza alle creature. Nessuna meraviglia quindi che la S. Scrittura usi termini molto forti contro questo peccato: essa lo dice «fornicazione», «prostituzione» (cf. Ex. 34, 15; Lev. 17, 7; Deut. 31, 16 ecc.).

È i. anche offrire il sacrificio od altri atti apparecchiato in alcuni di latria agli angeli, ai santi e in genere agli esseri superiori all'uomo e inferiori a Dio, perché, sebbene questi esseri siano vicini a Dio ed a lui cari, tuttavia non a tutti i superiori si deve uguale reverenza ed onore. A Dio in particolare si deve un culto superiore a tutti gli altri esseri, il culto appunto di latria. Però l'ì, considerata sotto il punto di vista del peccatore, è più o meno grave secondo che uno la pratiche scientemente o per ignoranza (Sum. Theol., 1a-2a, q. 94 a. 3). È chiaro che l'ì, simulata causata dal timore è meno grave che l'ì, reale la quale deriva da perversità di cuore; però è sempre considerata peccato mortale.

Infatti viene in ogni caso offesa la virtù di religione, accordando esteriormente ad una creatura l'onore riservato esclusivamente a Dio: è una perfetta menzogna in materia religiosa e spesso vi è congiunto un grave scandalo. Infine costituisce una mancanza grave contro il precetto di professare la propria fede anche esteriormente. Perciò non è mai permesso di simulare l'adorazione degli idoli, neanche per salvare la vita.

Commette i., secondo tutti i moralisti e lo stesso S. Tommaso, il sacerdote che distribuisce ai fedeli ostie non consacrate o che esponga all'adorazione dei fedeli un'ostia non consacrata (Sum. Theol., 3a, q. 80, a. 6).

Per il peccato di i. nei primi secoli della Chiesa: V. LAPSÌ.

Bibl.: Sum. Theol., 1a-2a, q. 102, a. 3; 2a-2a, q. 92 e 94; 3a, q. 80, a. 6; A. D'Alès, L'élit de Calliste, Parigi 1914, passim; A. Michel, Idolatrie, in D'II. C., VII, coll. 602-69; E. Genicot-J. Salmans, Institutions théologiques morales, Bruxelles 1946, n. 263; P. Palazzini, Il monoteismo nei Padri apostolici e negli apologisti del II sec., Roma 1946, passim. Giuseppe Sette.