INCENSO. - Sostanza resinosa, che bruciata emette un gradito odore aromatico e fumo.
**I. Sacra scrittura.** - Nella Bibbia si parla spesso di i. (ebr. lebbonah, grecizzato in λέβανός, perché « bianco », almeno nella qualità più pregiata, cf. Plinio, Hist. natur., XII, 14), specialmente nella leghizzazione rituale. L'uso dell'ì ricorreva di continuo nel culto ebraico.
Già nel Tabernacolo mosaico vi era un apposito altare (v.) dei profumi, sul quale mattina e sera il sacerdote faceva ardere un miscuglio di sostanze aromatiche, cioè storace, onice, galbano ed i. (Ex. 30, 34). Questa miscela detta thymiana (ibid. 30, 9; Num. 16, 7, 47) era riservata all'uso cultuale sotto pena di morte (Ex. 30, 38).
L'ì era prescritto per le oblazioni (Lev. 2, 1, 2, 15, 16), mentre era proibito nei sacrifici di espiazione (ibid. 5, 11) e nelle offerte per il rito della gelosia (Num. 5, 15); di esso venivano cosparsi anche i dodici « pani di presentazione » (Lev. 24, 7). Tanta era l'importanza dell'ì che talvolta esso è nominato espressamente insieme agli
animali e ad altre offerte incruente (cf. Ier. 17, 26; 41, 5); all'inizio dell'ì era volgare si parla, in una precisazione cronologica, dell'ì « ora dell'ì ». (Lc. 1, 10). La fragranza dell'ì suggerisce immagini graziose al Cantico dei Cantici (4, 6, 14); la sua colonna di fumo giunge gradita a Dio come la preghiera (cf. Ps. 140, 2; Apoc. 8, 3, 4). La Bibbia allude al suo alto costo, trattandosi di un prodotto importato da Saba (Ier. 6, 20) e da altre località dell'Arabia meridionale (Is. 68, 6). La medesima provenienza è indicata da autori classici (cf. Virgilio, Georg., I, 58). L'ì veniva estratto, a quanto sembra, dalla boswellia Carteri della famiglia delle burseracee.
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Angelo Penna
**II. Liturgia.** - L'uso dell'ì nel culto è attestato dalla più remota antichità presso tutti i popoli orientali. Malachia ne aveva profetizzato l'uso nel Nuovo Testamento: « Et in omni loco thus adolebunt » (I, 11, secondo il testo ebraico e la versione greca dei LXX), La liturgia cristiana fu per qualche tempo ostile, soltanto perché preoccupata di staccarsi dagli usi pagani. Si spiegano così le affermazioni precise di Tertulliano che, elencando i doni del cristiano a Dio afferma: « non grana thuris unius assi arabicae arboris lacrimas » (Apolog., 30); di s. Agostino: « Securi sumus: non imus in Arabiam thus quaere » (Enarr. in ps., IXL, 14). Per questo motivo altre asserzioni anteriori alla metà del sec. IV che sembrano alludere all'uso cristiano dell'ì debbono essere intese come allegoriche; quella poi del Liber pontificalis per papa Sotere (162-70) risale al sec. VI. Tuttavia non si escludeva l'uso dell'ì nelle case dei cristiani e talvolta negli edifici sacri, ma soltanto per profumare l'ambiente: a questo servivano gli incensieri donati da Costantino alla Basilica Lateranense. Quando poi nella seconda metà del sec. IV il pericolo pagano diminui, probabilmente l'ì. entrò nell'uso liturgico.
Alcuni autori dubitano che un passo di s. Ambrogio: « utinam nobis quoque adolescentibus altaria, sacrificium deferentibus » (PL 15, 1625) abbia significato reale piuttosto che allegorico: altri ne fanno il testo più antico attestante l'uso dell'ì nella Messa. Affermazioni esplicite invece si hanno in Paolino da Nola (ibid. 61, 637) e Gregorio Magno (ibid. 77, 989). Il primo testo diretto è però del sec. VII (Ordo rom., I) e l'ì è usato in onore del Papa e dell'Evangeliano nella processione che accompagna il Sommo Pontefice all'altare per la celebrazione della Messa. L'uso liturgico dell'ì è dunque in Occidente posteriore nei confronti dell'Oriente, dove è attestato sicuramente dal sec. IV.
L'influsso orientale si fece poi sentire dapprima in Gallia e poi a Roma dove, con il sec. IX, s'introdusse l'incensazione dell'altare e poi del clero e delle oblate. Nella prima metà del sec. XIV (Ordo XIV) è costituito quello che oggi prescrivono le rubriche. Parallelamente è introdotto alle Lodi ed al Vespero durante il canto del Benedictus (nella liturgia ambrosiana l'incensazione è sospettata ai salmi in Laudate) e del Magnificat. L'ì veniva adoperato anche in onore dei defunti, tanto più se martiri o confessori, ed anzi da qui venne l'uso d'inconsape da ogni lato l'altare dove appunto sono raccolte le reliquie di santi. Nel tardo medioevo, dimenticate le finalità primitive dell'ì, gli venne dato l'Ufficio « ut omnis nequitia daemonis propellatur; fumus enim incensi vae lere creditur ad daemones effugandos » (Innocenzo III, De sacrificio Missae, 2, 17). La forza purificatrice non era però intesa come intrinseca dell'ì, ma dovuta al fatto di essere stato benedetto. Da allora vennero incensate palme, candele, ceneri, ecc. nelle diverse cerimonie. Rimanere sempre fondamentale però che l'ì si offre alla divinità direttamente o indirettamente nelle persone o cose che richiamano Dio. Fu sempre ritenuto il simbolo più bello della preghiera secondo le parole stesse dell'Apoc.