INTARSIO

INTARSIO: V. TARSIA.

(da F. Maden, Mediaeval Palaeography, Oxford 1907, tav. 15)

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INSULARE, SCRITTURA e MINIATURA - Scrittura minuscola anglosassone. Helvas Bradford cede una terra in Oxford a Guglielmo di Roberto di Norhamt (ca. 1180) - Oxford, Archivio della Università, ms. CLXVII.

e poi in Irlanda, nella miniaturistica. Ciò va detto soprattutto per la decorazione, che nei manoscritti insulari predomina largamente e si manifesta in intrecci complessi, fregi geometrici attorno e nelle lettere iniziali, puntini rossi che contornano il primo elemento di ogni capoverso. L'elemento ornamentale è spesso composito, distribuito su tutta la pagina con uno studio paziente di schemi e di proporzioni; la stessa figura animata (uomo o bestia), tracciata sempre con rozzezza, assume un aspetto fantastico, grottesco e rimane limitata a una funzione puramente decorativa. Il colore è in genere cupo, particolarmente nei testi irlandesi: in quelli anglosassoni la pagina è ravvivata a volte dall'oro. Queste caratteristiche esercitano poi variamente la loro influenza anche in alcuni centri del continente. Ma con il sec. IX penetra nelle scuole inglesi l'arte carolingia, soprattutto da Reims; il nuovo indirizzo trova la sua espressione più compiuta nel monastero di Winchester.

Tra i prodotti più cospicui della miniatura

i. sono l'Evangelario di Lindisfarne, il Codex Aureus di Stoccolma, il Book of Kells

Vedi tav. VIII.
BIBL.: E. M. Thompson, The history of English handwriting, A. D. 700-1400 (Transactions of the Bibliographical Society, 5), Londra 1901; F. Steffens, Lateinische Paläographia, III, Friburgo 1903, pp. XIV-XVI (con indicazione delle più importanti raccolte di facsimili); W. M. Lindsay, Early Irish Minimaute script, Oxford 1910; id., Early Welsh script, 1912; L. Schiaparelli, Intorno all'origine e ad alcuni caratteri della scrittura e del sistema abbreviativo irlandese, in Archiv. storico int. 74, 11 (1916), pp. 3-126; E. A. Lowe, Codices latini antiquiores, II, Oxford 1935, pp. v-XII. Importanti osservazioni anche in L. Traube, Perrona Scottorum. Ein Beitrag zur Überlieferungsgeschichte und zur Paläographie des Mittelalters (Sitzungsber. d. kl. bayer. Akad. d. Wissensch. Philol.-histor. Klasse, 4), Monaco 1910, ripubblicato in Vorlesungen und Abhandlungen, III, Monaco 1920, pp. 95-119. Fondamentale il quadro di L. Bleier, Insular palaeography, in Scriptorium, 3 (1949), pp. 267-89. Sulla miniatura: E. H. Zimmermann, Vorkarolingische Miniatura, III e IV, Berlino 1916; E. G. Millar, La miniature anglaise du Xe au XIIIe siècle, trad. dall'inglese, Parigi 1926; K. Pfister, Irische Buchmalerei, Postdam 1927; O. E. Saunders, English illumination, I, Firenze 1928; F. Masai, Essai sur les origines de la miniature dite irlandaise, Bruxelles-Anversa [1947]; C. Nordenfalk, Before the Book of Durrow, in Acta archaeologica, 18 (1947), Alessandro Pratesi, pp. 141-74.

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INSULARE, SCRITTURA e MINIATURA - Salterio gallicano proveniente dall'abbazia di Coupur-Angus in Scozia (sec. XII-XIII). Biblioteca Vaticana, cod. Palat. lat. 65, f. lr.

prima = si bemolle; nona seconda = si naturale. Vi si aggiungono segni derivati dalla comune notazione misurata (il sistema cifrato introdotto in Francia da un contra- tello del p. Mersenne ebbe continuatori). Tutto diverso è il concetto che presiede alla notazione per luito o per chitarra. Qui si volle indicare non la nota, ma il punto di pressione del dito sulla corda, cioè il tasto. I due linee di rigo indicano le corde, e sono quindi tante quante le corde stesse dello strumento. La divergenza è completa tra il sistema italiano e quello francese: in quest'ultimo la linea superiore del rigo corrisponde alla corda più acuta: nel sistema italiano invece vi corrisponde la linea inferiore. I francesi applicano al rigo le lettere, gli italiani i numeri. I tedeschi sopprimono il rigo mantenendo però in un allineamento ideale la notazione alfabetica. Fra i più antichi teorici che trattano delle i. è celebre K. Paumann con il suo Fundamentum organizandi (1452; ed. Berlino 1925).

Le i. hanno trasmesso e conservato molte musiche dei secc. XV, XVI e XVII. Le i. di luito particolarmente sono utili non solo per la conoscenza della tecnica dello strumento, ma anche perché risolvono punti dubbi di quelle opere polifonico-corali che furono trascritte nelle i. stesse.

I maestri-cantori, nei secc. XV e XVI, chiamavano Tablaturi (insieme delle regole per musicare un testo poetico.

Bibl.: J. Wolf, Handbuch der Notationskunst, I, 1, Lipsia 1919. Edgardo Carducci Agustin