INSULARE, SCRITTURA E MINIATURA

INSULARE, SCRITTURA e MINIATURA. - La scrittura latina della Gran Bretagna fra i secc. VII-X e dell'Irlanda fra i secc. VII-XII, viene indicata oggi nel suo insieme con il nome di i., datole la prima volta da L. Traube: essa va posta nel novero delle scritture nazionali, ma ha origine e svolgimento diversi dalle altre. Per giunta si estende, subendo naturalmente influissi diversi, anche al continente, nei centri monastici che l'attività evangelica dei monaci irlandesi e anglosassoni disseminò in Francia, in Svizzera, in Germania, in Italia. L'i. propriamente detta si distingue sostanzialmente in due tipi: una scrittura rotonda e una minuscola; il tipo intermedio,

1.α=a; b=b; σ=d; Γ=f; L=f; H=n;
2.u a a α=a; θ=e; ρ=p; ν=r; ν=s;
3.δ=θ; ρ=w; 4. Α=a; θ=h; Σ=σ;

INSULARE, SCRITTURA e MINIATURA - Lettere caratteristiche della scrittura i.

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(da E. Sullivan, The Book of Kells, Londra 1955, inv. 31).
INSULARE, SCRITTURA E MINIATURA - Simboli degli Evangelisti.
Particolare di una miniatura del Libro di Kells (secc. VIII-IX).
Dublino, Biblioteca del Trinity College.

che lo Steffens chiama «semirotonda» (halbrunde irisch-angelsächsische Schrift), è piuttosto una forma di transizione.

I.

I. ROTONDA

È il tipo più antico di scrittura i. (secc. VII-VIII), che succede immediatamente a una fase imitativa, in cui si ripetono le forme classiche romane (soprattutto onciali e semionciali), penetrate in Irlanda e in Gran Bretagna con l'evangelizzazione cristiana. Si è creduto a lungo che la terra di origine delle forme nuove fosse l'Irlanda e che di qui esse si siano propagate anche fra gli Anglosassoni: oggi si tende piuttosto all'idea contraria, ma sostanzialmente il problema rimane aperto. Si può solo affermare con certezza che l'i. rotonda deriva dall'onciale e dalla semionciale e si presenta pertanto come una scrittura mista, in cui però i tratti sporgenti sono così ridotti da consentire anche alle lettere di forma minuscola di essere comprese quasi sempre in un sistema bilincare: di qui il nome, improprio, di «maiuscola i.». Il ductus rotondo ne costituisce l'elemento distintivo fondamentale, ma il segno più caratteristico è rappresentato da un coronamento triangolare («dente di lupo») che limita in alto verso sinistra le aste verticali lunghe e talora anche le corte (i, n): dovuto all'influenza della scrittura runica, esso si tramanda anche all'i. minuscola. Tra le singole lettere (cf. tabella, n. 1) vanno segnalate: la a, formata da due tratti ricurvi, di cui quello di sinistra più grosso e chiuso ad anello su quello di destra; la b di forma minuscola, con l'asta di sinistra breve e leggermente piegata e la pancia molto ampia; la d quasi sempre di forma onciale, con l'asta superiore fortemente piegata a sinistra, quasi parallela al rigo; la f di forma maiuscola ma in posizione di minuscola, con il tratto orizzontale inferiore ponito sul rigo e l'asta verticale che ne scende al disotto; la l con l'asta ondulata; la n spesso maiuscola, con il tratto mediano quasi orizzontale.

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Una distinzione tra l'i. rotonda dell'Inghilterra e quella dell'Irlanda non è paleograficamente possibile, e forse neppure giustificata, per quanto genericamente si riconosca ai prodotti irlandesi un tratteggio più angoloso e meno regolare.

II.

I. MINUSCOLA

Con il sec. VIII prende il sopravvento una forma di scrittura minuscola la cui origine non è stata ancora sufficientemente chiarita, ma che deve comunque riconoscersi, almeno in parte, come il risultato di una nuova fusione di quegli elementi che figurano nella rotonda, per soddisfare l'esigenza di un'esecuzione più semplice e più rapida: tanto che il suo uso è limitato in un primo tempo ai documenti, pur senza raggiungere mai forme veramente corsive, e solo con il sec. IX trionfa anche come scrittura libraria. È ricca di legamenti; presenta lettere sviluppate in lunghezza più che in larghezza, dai tratti molto angolosi, con le aste discendenti che si chiudono a punta. Da principio conserva qualche elemento onciale, soprattutto la r tonda, ma nell'epoca del suo maggiore sviluppo si ritrova di questa forma solo la d. Sono lettere caratteristiche (cf. tabella, n. 2): la a di tipo corsivo (aperta) oppure chiusa in tre forme diverse: con l'anello limitato in alto da un tratto obliquo e rigido da sinistra verso destra; con l'anello limitato da un tratto superiore orizzontale; con l'anello ricurvo

ma più basso dell'asta verticale di destra; la e che in legamento sporge al di sopra del rigo; la p con la pancia aperta e terminata da un grosso punto; la r con l'asta di sinistra che scende sotto il rigo, e il tratto complementare molto allungato in basso; la z in cui la linea curva superiore si irrigidisce in due tratti spezzati, il primo obliquo ascendente, il secondo, più grosso, verticale discendente. Si incontrano anche altri segni (cf. tabella, n. 3) per esprimere i suoni th e w: il primo è reso con una d onciale tagliata da un tratto obliquo, e, più tardi, con il segno runico di doru (= d); il secondo con il segno runico di vcn, molto simile a una p latina. L'influsso della scrittura runica si manifesta anche in un particolare alfabeto maiuscolo, usato soprattutto per i titoli (cf. tabella, n. 4).

Nell'i. minuscola la distinzione fra anglosassone e irlandese è più accentuata che nella rotonda; la prima ha un andamento più sciolto e curve più ampie, la seconda è invece rigida, angolosa, a forti contrasti, con minore sviluppo dei tratti lunghi. Questo suo aspetto si accentua ancor più con il sec. XI, quando in Inghilterra la conquista normanna sopprime ogni residuo di scrittura i., la quale sopravvive invece in Irlanda in forme più ingrossate e stereotipe, usate ancora oggi per i testi gaelici.

Le abbreviazioni. - Senza entrare nel vivo della discussione circa l'origine delle abbreviazioni di tipo i. e i rapporti di dipendenza con quelle del continente, va ricordato tuttavia che nei testi delle Isole Britanniche abbondano abbreviazioni derivate dal sistema tironiano e dalle notae iuris, alcune delle quali si incontrano poi anche nella terraferma (v. ABBREVIATORE). Sono pure frequenti certi compendi caratteristici (per, pro, propter, proprius, quam, quia, quis, et reliqua, ecc.) che non hanno riscontro nelle altre scritture latine.

III. LA MINIATURA I

Nei codici d'Inghilterra e d'Irlanda la miniatura si presenta con caratteristiche fortemente diverse da quelle degli altri paesi: tuttavia studi recenti (Masai) hanno dimostrato che non si tratta di elementi originali celtici, ma piuttosto di motivi già noti, impiegati nell'oreficeria e trasportati, prima in Inghilterra

(Int. Enc. Catt.)

INSULARE, SCRITTURA E MINIATURA - Scrittura i. rotonda. Evangelio del sec. VIII - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 570, f. 40².

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(da F. Moden, Mediuerei Palaeography, Oxford 1907, tov. 15)
INSULARE, SCRITTURA E MINIATURA - Scrittura minuscola anglosassone. Helyas Bradford cede una terra in Oxford a Guglielmo di Roberto di Norhamt (ca. 1180) - Oxford, Archivio della Università, ms. CLXVII.

e poi in Irlanda, nella miniaturistica. Ciò va detto soprattutto per la decorazione, che nei manoscritti insulari predomina largamente e si manifesta in intrecci complessi, fregi geometrici attorno e nelle lettere iniziali, puntini rossi che contornano il primo elemento di ogni capoverso. L'elemento ornamentale è spesso composito, distribuito su tutta la pagina con uno studio paziente di schemi e di proporzioni; la stessa figura animata (uomo o bestia), tracciata sempre con rozzezza, assume un aspetto fantastico, prottesco e rimane limitata a una funzione puramente decorativa. Il colore è in genere cupo, particolarmente nei testi irlandesi: in quelli anglosassoni la pagina è ravvivata a volte dall'oro. Queste caratteristiche esercitano poi variamente la loro influenza anche in alcuni centri del continente. Ma con il sec. IX penetra nelle scuole inglesi l'arte carolingia, soprattutto da Reims; il nuovo indirizzo trova la sua espressione più compiuta nel monastero di Winchester.

Tra i prodotti più cospicui della miniatura

i. sono l'Evangelario di Lindisfarne, il Codex aureus di Stoccolma, il Book of Kells

Vedi tav. VIII.
BIBL.: E. M. Thompson, The history of English handwriting, A. D. 700-1400 (Transactions of the Bibliographical Society, 3), Londra 1901; F. Steffens, Lateinische Paläographie, III, Friburgo 1903, pp. xiv-xvi (con indicazione delle più importanti raccolte di facsimili); W. M. Lindsay, Early Irish minuscule script, Oxford 1910; id., Early Welsh script, ivi 1917; L. Schiaparelli, Intorno all'origine e ad alcuni caratteri della scrittura e del sistema abbreviatico irlandese, in Archiv. storico ital., 74, 11 (1916), pp. 3-126; E. A. Lowe, Codices latini antiquiores, II, Oxford 1935, pp. v-XII. Importanti osservazioni anche in L. Traube, Perrona Scotorum. Ein Beitrag zur Überlieferungsgeschichte und zur Paläographie des Mittelalters (Stirungsber. d. kgl. bayer. Akad. d. Wissenschaft., Philol.-histor. Klasse, 4), Monaco 1910, ripubblicato in Vorlesungen und Abhandlungen, III, Monaco 1920, pp. 95-119. Fondamentale il quadro di L. Bieler, Insular palaeography, in Scriptorium, 3 (1949), pp. 267-89. Sulla miniatura: E. H. Zimmermann, Vorharolingische Miniaturen, III e IV, Berlino 1916; E. G. Millar, La miniature anglaise du Xe au XIIIe siècle, trad. dall'inglese, Parigi 1926; K. Pfister, Irische Buchmalerei, Postdam 1927; O. E. Saunders, English illumination, I, Firenze 1928; F. Masai, Essai sur les origines de la miniature dite irlandaise, Bruxelles-Anversa [1947]; C. Nordenfalk, Before the Book of Durrow, in Acta archaeologica, 18 (1947), pp. 141-74. Alessandro Pratesi

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“INSULARE, SCRITTURA E MINIATURA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 60. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/insulare-scrittura-e-miniatura.