JAVEDI. - Nome di popolazioni di razza e lingua curda, professanti una propria religione. Il numero complessivo, progressivamente discendente, è stato calcolato di recente (A. H. Hourani, V. BIBLICA., pp. 76, 91) a poco più di 30.000. Si trovano distribuiti in gruppi nelle seguenti regioni: 1) Sayhān, a nord di Mossul, sede del nucleo più numeroso e del principale santuario; 2) Ġebel Sinġār, ad ovest della stessa città; 3) Ġebel Sim'ān, presso Aleppo. Nuclei minori si trovano presso Dijārbekir, nell'Arme-nia sovietica ed in Persia.
I. NOME ED ORIGINI
Le indagini di Ahmad Tajmūr, 'Abbās 'Azzāwī e M. Guidi fanno derivareil nome j. da Jazid, secondo califfo umajjade (680-683), famoso per la strage di Husain, figlio di 'Ali, a Karbala', e perciò particolarmente odiato dagli 'Siti' (v. ISLAM, Lesette). È stato, in particolare, merito di M. Guidi l'aver individuato, nella più antica letteratura araba, le tracce dell'eterodossia estremista (guluwaw) favorevole a Jazid, mostrando in essa un fenomeno parallelo, seppur antitetico, a quello dell'estremismo 'Siti', e pertanto ad esso analogo in molti elementi costitutivi.
Pur permanendo scarse le tracce del movimento jazida nel periodo più antico, la tesi di M. Guidi è attualmente da preferirsi all'altra, sostenuta per ultimi da G. Furlani e T. Menzel, secondo cui il nome j. deriverebbe dal persiano 'ized' « angelo » e le origini del movimento non avrebbero nulla a che fare con il califfo Jazid.
II. STORIA
Quasi nulla si sa sulle vicende e sulle credenze dei seguaci di Jazid nel Kurdistan durante i primi secoli dell'egira. Le notizie divengono più precise quando, nel sec. XII d. C., il mistico 'Adi b. Musafir, discendente della famiglia umajjade, si stabilì a Latè, nella regione di Sayhān, fondandovi una confraternita che da lui prese nome ('adawijjah').In questa confraternita si delineò presto una corrente estremista che, contro la volontà del mistico e dei suoi successori, si indirizzò all'adorazione di essi, accoppiandola al quasi obliterato culto di Jazid. Tra il sec. XIII ed il XIV il polemista musulmano Ibn Tajmijjah, nella sua Risalah al-'adawijjah, indica chiaramente l'eterodossia del movimento e l'evoluta formazione del suo credo.
Di questo non si è in grado di seguire gli ulteriori sviluppi fino alla formulazione attuale; maggiori notizie si hanno sulle vicende politiche dei gruppi jazidi, ben raccolte da R. Lescot. La confraternita raggiunse il suo massimo sviluppo nei secc. XIV e XV, diffondendosi anche in Siria ed in Egitto; quindi s'iniziò la decadenza. Mentre le comunità di Siria e di Egitto rifiutavano per la massima parte nell'ortodossia, gli j. delle montagne curde venivano sottoposti a periodiche razzie e massacri da parte dei governatori ottomani; dopo la parentesi del mandato britannico, la persecuzione è ripresa da parte del nuovo Stato 'irāqen', che tende ad assimilare entrambe le religiosamente gli j. alla maggioranza araba.
III. DOTTRINE
Le dottrine degli j. sono costituite da una strana ed incomposta congerie di fattori: elementi islamici, fondo curdo pagano, alcuni riti cristiani (dovuti al contatto con le Chiese cristiane mesopotamiche), credenze iraniche, ed attraverso di esse la gnosi.Gli j. credono in un Dio supremo, che esercita il suo potere attraverso sette angeli. Il primo e principale è Melek Ta'ūs, l'angelo-pavone, che corrisponde a Satana, ma per il suo pentimento dopo la caduta non è principio di male, bensì di bene. Non è quindi esatto il nome di « adoratori del diavolo » dato frequentemente agli j. Il nome di pavone, conosciuto anche dai mandei e dai drusi per Satana, deriva dalla leggenda secondo cui questi avrebbero voluto assumere dapprima la forma di pavone entrando nel Paradiso Terrestre. Melek Ta'ūs è il reggente del mondo: Jazid e Sajh 'Adi (cioè 'Adi b. Musafir') sembrano doversi considerare sue incarnazioni. Anche gli altri sei angeli, dei quali i nomi non sono costanti nelle diverse relazioni (interessante l'inclusione tra essi di Gesù), hanno incarnazioni, nei discendenti di 'Adi ed in alcuni grandi asceti e mistici musulmani, quali i famosi Hasan al-Basri e al-Hallāg. Gli j. credono nella incarnazione successiva, a seconda dei meriti o demeriti acquistati, nel Paradiso e nell'Inferno. A queste credenze si accompagnano strane leggende sulle origini del mondo. Due sono i principali libri sacri: il « Libro della rivelazione » e il « Libro nero ».
IV. PRATICHE RELIGIOSE
Gli j. effettuano le loro preghiere in direzione del sole, il che, unitamente alla presenza di una festa del sole, ha fatto pensare a resti di un paganesimo astrale. Hanno due digiuni all'anno, di tre giorni ciascuno, e li effettuano secondo il sistema musulmano dall'alba al crepuscolo. Obbediscono inoltre a molte interdizioni, relative alle vesti ed al cibo. Ogni anno, dal 15 al 20 sett., viene effettuato un pellegrinaggio alla tomba di Sajh 'Adi. Altri santuari minori hanno venerazione locale. Sono in uso il battesimo, di evidente origine cristiana (gli j. furono in frequente contatto con gruppi nestoriani), e la circoncisione.Tra le feste, la principale è quella del nuovo anno. Il mercoledì è considerato giorno festivo.
L'aspetto più caratteristico del culto jazida è dato dalle periodiche processioni dei sangāq, simulacri di pavoni che rappresentano i sette angeli e che vengono portati in giro una o due volte all'anno per le questure.
V. ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ
Gli j. sono divisi in laici (murid) e chierici (rūhān). I chierici comprendono: 1) Sajh, i cinque sacerdoti più alti in grado, discendenti di Sajh 'Adi; 2) pūr, categoria inferiore di sacerdoti; 3) qawwāl, cantori, che portano in processione i sangāq; 4) kočak, danzatori, ausiliari dei precedenti. Vi sono inoltre categorie inferiori. Esiste una specie di confraternita, quella dei faqūr.A capo di tutta la comunità stanno un principe supremo, di asserita discendenza da Jazid, risiedente nello Sajhān ed il capo degli Sajh; al primo compete l'autorità temporale, al secondo quella spirituale.
Ogni laico dipende fin dalla nascita da uno Sajh e da un pūr. Egli deve inoltre scegliersi un « fratello dell'altro mondo ».