JAZĪDI. - Nome di popolazioni di razza e lingua curda, professanti una propria religione. Il numero complessivo, progressivamente discendente, è stato calcolato di recente (A. H. Hourani, V. BIBLICA., pp. 76, 91) a poco più di 30.000. Si trovano distribuiti in gruppi nelle seguenti regioni: 1) Sayhān, a nord di Mossul, sede del nucleo più numeroso e del principale santuario; 2) Gebel Singār, ad ovest della stessa città; 3) Gebel Sim'ān, presso Aleppo. Nuclei minori si trovano presso Dujārbekir, nell'Armenia sovietica ed in Persia.
I. NOME ED ORIGINI
Le indagini di Aḥmad Tajmār, 'Abbās 'Azzāwī e M. Guidi fanno derivare
(per cortesia delle Suore di S. Giuseppe di Cluny)
Pur permanendo scarse le tracce del movimento jazīda nel periodo più antico, la tesi di M. Guidi è attualmente da preferirsi all'altra, sostenuta per ultimi da G. Furlani e T. Menzel, secondo cui il nome j. deriverebbe dal persiano ized «angelo» e le origini del movimento non avrebbero nulla a che fare con il califfo Jazīd.
II. STORIA
Quasi nulla si sa sulle vicende e sulle credenze dei seguaci di Jazīd nel Kurdistān durante i primi secoli dell'egira. Le notizie divengono più precise quando, nel sec. XII d. C., il mistico 'Adī b. Musāfir, discendente della famiglia umajjade, si stabilì a Lāleš, nella regione di Šajhān, fondandovi una confraternita che da lui prese nome ('adawijjah).In questa confraternita si delineò presto una corrente estremista che, contro la volontà del mistico e dei suoi successori, si indirizzò all'adorazione di essi, accoppiandola al quasi obliterato culto di Jazīd. Tra il sec. XIII ed il XIV il polemista musulmano Ibn Tajmījah, nella sua Risālah al-'adawijjah, indica chiaramente l'eterodossia del movimento e l'evoluta formazione del suo credo.
Di questo non si è in grado di seguire gli ulteriori sviluppi fino alla formulazione attuale; maggiori notizie si hanno sulle vicende politiche dei gruppi jazīdi, ben raccolte da R. Lescot. La confraternita raggiunse il suo massimo sviluppo nel secc. XIV e XV, diffondendosi anche in Siria ed in Egitto; quindi s'iniziò la decadenza. Mentre le comunità di Siria e di Egitto rifluivano per la massima parte nell'ortodossia, gli j. delle montagne curde venivano sottoposti a periodiche razzie e massacri da parte dei governatori ottomani; dopo la parentesi del mandato britannico, la persecuzione è ripresa da parte del nuovo Stato 'irāqeno, che tende ad assimilare etnicamente e religiosamente gli j. alla maggioranza araba.
III. DOTTRINE
Le dottrine degli j. sono costituite da una strana ed incomposta congerie di fattori: elementi islamici, fondo curdo pagano, alcuni riti cristiani (dovuti al contatto con le Chiese cristiane mesopotamiche), credenze iraniche, ed attraverso di esse la gnosi.Gli j. credono in un Dio supremo, che esercita il suo potere attraverso sette angeli. Il primo e principale è Melek Tā'ūs, l'angelo-pavone, che corrisponde a Satana, ma per il suo pentimento dopo la caduta non è principio di male, bensì di bene. Non è quindi esatto il nome di «adoratori del diavolo» dato frequentemente agli j. Il nome di pavone, conosciuto anche dai mandei e dai drusi per Satana, deriva dalla leggenda secondo cui questi avrebbero voluto assumere dapprima la forma di pavone entrando nel Paradiso Terrestre. Melek Tā'ūs è il reggente del mondo: Jazīd e Šajh 'Adī (cioè 'Adī b. Musāfir) sembrano doversi considerare sue incarnazioni. Anche gli altri sei angeli, dei quali i nomi non sono costanti nelle diverse relazioni (interessante l'inclusione tra essi di Gesù), hanno incarnazioni, nei discendenti di 'Adī ed in alcuni grandi asceti e mistici musulmani, quali i famosi Ḥasan al-Baṣrī e al-Ḥallāǧ. Gli j. credono nella reincarnazione successiva, a seconda dei meriti o demeriti acquistati, nel Paradiso e nell'Inferno. A queste credenze si accompagnano strane leggende sulle origini del
mondo. Due sono i principali libri sacri: il «Libro della rivelazione» e il «Libro nero».
IV. PRATICHE RELIGIOSE
Gli j. effettuano le loro preghiere in direzione del sole, il che, unitamente alla presenza di una festa del sole, ha fatto pensare a resti di un paganesimo astrale. Hanno due digiuni all'anno, di tre giorni ciascuno, e li effettuano secondo il sistema musulmano dall'alba al crepuscolo. Obbediscono inoltre a molte interdizioni, relative alle vesti ed al cibo. Ogni anno, dal 15 al 20 sett., viene effettuato un pellegrinaggio alla tomba di Šajh 'Adī. Altri santuari minori hanno venerazione locale. Sono in uso il battesimo, di evidente origine cristiana (gli j. furono in frequente contatto con gruppi nestoriani), e la circoncisione.Tra le feste, la principale è quella del nuovo anno. Il mercoledì è considerato giorno festivo.
L'aspetto più caratteristico del culto jazīda è dato dalle periodiche processioni dei saṅgāq, simulacri di pavoni che rappresentano i sette angeli e che vengono portati in giro una o due volte all'anno per le questue.
V. ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITÀ
Gli j. sono divisi in laici (murīd) e chierici (rūḥān). I chierici comprendono: 1) šajh, i cinque sacerdoti più alti in grado, discendenti di Šajh 'Adī; 2) pīr, categoria inferiore di sacerdoti; 3) qawwāl, cantori, che portano in processione i saṅgāq; 4) kočak, danzatori, ausiliari dei precedenti. Vi sono inoltre categorie inferiori. Esiste una specie di confraternita, quella dei Jaqīr.A capo di tutta la comunità stanno un principe supremo, di asserita discendenza da Jazīd, risiedente nello Šajhān ed il capo degli šajh; al primo compete l'autorità temporale, al secondo quella spirituale.
Ogni laico dipende fin dalla nascita da uno šajh e da un pīr. Egli deve inoltre scegliersi un «fratello dell'altro mondo».