LE LEGGI DELLA C

LE LEGGI DELLA C. - Tralasciando, qui, le norme che per l'insegnamento offre la metodica generale, ci si limiterà ad indicare quelle, che in particolare si debbono seguire per adempiere alla dignità e alle esigenze che sono proprie della trasmissione dell'insegnamento religioso.

1. Il metodo nelle sue caratteristiche

a) Naturalezza. Il metodo deve essere naturalmente conforme alla natura degli uditori. Ora, nei fanciulli, la vita intellettuale è più legata all'uso dei sensi, che perciò si chiamano la porta del sapere. Bisognerà pertanto abbracciare tutti quei mezzi (similitudini, parabole, esempi, racconti, immagini) che servono a rendere sensibile le idee e le formole astratte, con cui sono esposte le verità religiose nel catechismo. Ai giovani, invece, in cui l'intelligenza va affinando, e agli adulti si userà meglio il ragionamento e

perciò quei mezzi che della dottrina mostrano con la
esattezza la logicità; b) unità. Gli argomenti devono
essere ben determinati e logicamente coordinati in modo
da formare un tutto armonico; c) chiarezza, per un’esatta
comprensione, che non generi dubbi o false idee.

2. Il metodo quanto alla divisione della materia


Può essere: a) ciclico, se si cerca di svolgere tutta la ma-
teria in un determinato tempo, riprendendola poi, anche
parecchie volte, ma con sempre maggior estensione e
approfondimento; b) lineare, se, divisa la materia secondo
un ordine logico, la si tratta a fondo una volta, senza ri-
prese né ritorni.

3. Il metodo quanto alla esposizione

Può essere: a) analitico, quando ricerca tutti i particolari di una ve- rità; b) sintetico, quando richiama, nei principi, quello che si è svolto nei particolari; c) induttivo, se da un fatto risale alla causa; d) deduttivo, se cerca il principio at- tuato e vivo nei singoli fatti e fenomeni; e) storico, se deduce la verità dalla esposizione di fatti ordinati e con- catenati; f) logico, se concatena razionalmente due o più idee o fatti susseguenti; g) astratto, se esprime concetti e idee, senza avvalorarsi dei fatti; h) concreto, se espone fatti e cose a dimostrazione e sostegno delle idee che vuole chiarire.

Tutti questi metodi hanno la loro importanza e uti-
lità; ma, più che non abbracciare rigidamente o l’uno
o l’altro, servirà saperli alternare o fondere armonica-
mente insieme, secondo le circostanze.
Molto si parla o si scrive intorno al «metodo attivo»,
all’«attivismo» che, come si applica alle altre materie, così
sta bene applicare anche nell’istruzione religiosa. È me-
todo antico, e sempre nuovo, anzi rinnovantesi sempre
secondo la genialità, lo zelo, l’attività dell’insegnante.
Consiste nell’applicare il principio: l’alunno vuole non
solo ascoltare; l’alunno deve essere spinto a interessarsi
delle materie e per così dire vivere. Donde i molti accor-
gimenti, a cui si suole ricorrere per suscitare interessa-
mento e partecipazione. Principali, dimostrati di grande
efficacia: raccogliere intorno a una verità o precetto le
osservazioni derivate dall’ambiente o dalla storia che si
svolge sotto gli occhi; rappresentazioni grafiche, disegni;
raccogliere poesia, ritagli intorno a ciò che si è detto nella
lezione; gare; questionari, ai quali l’alunno deve rispon-
dere per iscritto; «quaderni di vita», dove l’alunno espone
le sue impressioni e i suoi propositi sulle verità ascoltate.
L’efficacia, quanto al risultato, dipenderà dall’avere sem-
pre presente il fine, che si deve raggiungere, che è la
formazione della volontà e del carattere e dal non scam-
biare i mezzi col fine.

4. Sussidi didattici

Sono mezzi collaterali, che,
come acuiscono l’interesse, così aiutano a meglio fissare
in mente la verità, facilitano il ricordo e la pratica: illu-
strazioni artistiche e religiose (chiese, cattedrali, pitture,
statue, santuari, quadri celebri), carte geografiche, proie-
zioni fisse, filmini, assistenza alle funzioni liturgiche, ac-
compagnate da una chiara spiegazione, che rende più
intima e cosciente la partecipazione al rito (cf. L. Vigna,
L’introduzione nella istruzione religiosa, Torino 1924; id.,
Ai maestri. Linee e indirizzi pratici di didattica catechis-
tica, Milano 1931; tutte e due con ampi cataloghi di
sussidi; come pure vi, i cataloghi appropriati, editi da
La Scuola di Brescia).

5. Il catechismo e la didattica

Le qualità di un buon
metodo didattico devono riflettersi anche sul testo del
catechismo; che forma il primo e più indispensabile sus-
sidio per l’istruzione. Perciò il testo deve recare: a) dot-
trina sicura, espressa in forme semplici e chiare, facili a
ritenersi; b) illustrazioni appropriate, bene scelte e at-
traenti. Lo stesso si dica degli altri «testi religiosi», i
quali devono evitare sbandamenti, superfluità, oratoria,
ecc., perché l’alunno possa rilevare bene quello che deve
studiar e ritenere (sotto l’aspetto illustrativo si possono
citatere le pubblicazioni di «Cultura religiosa popolare» di
Viterbo, che abbracciano le materie del catechismo, e
inoltre la Storia Sacra e la storia della Chiesa; e come tipo,
i testi per le elementari: Il re dei libri, dei Salesiani di
Torino; i testi dell’Azione Cattolica per i diversi generi
di scuole di religione).

6. Lo studio a memoria

La tendenza a eliminarlo
non è sana. Senza ridursi a un deplorevole psittacismo, si
deve ammettere che è pure necessario sapere a memoria
le preghiere principali per l’uso nella vita; e anche le
formole principali per evitare cognizioni vaghe, instabili,
che facilmente degenerano in interpretazioni arbitrarie ed
errore. Lo studio a memoria è del resto consono alla
natura del fanciullo e tradizionale, massime dal sec. XVI,
quando il card. Bellarmino intitolava il suo piccolo cate-
chismo: Dottrina cristiana breve, perché si possa imparare
a memoria. È inoltre inculcato da Pio X nella Lettera del
18 ott. 1912, Fin dai primordi, premessa al suo catechis-
mo: «Nelle prime cinque classi elementari l’intero testo
nella parte catechistica deve essere imparato a parola,
affinché le verità fondamentali della Fede rimangano
bene impresso nella mente. Importa tuttavia sommamente
che l’alunno comprenda, in modo confacente alla sua
età, ciò che impara; quindi è necessaria una duplice spie-
gazione: quella delle parole, che potrebbero riuscire più
oscure (per quanto è possibile) e l’altra del contenuto delle
formole da studiare. È però sempre vantaggioso obbligare
gli alunni ad esprimere anche con parole proprie le ri-
sposte studiate a memoria».

7. I centri catechistici

Di grande utilità per l’orien-
tazione didattica dell’insegnamento religioso si è rivelata
l’istituzione di centri catechistici internazionali, nazionali
e diocesani, a cui ricorrere per avere facilitati tutti i com-
piti della c. Degno di nota il Centre international d’études
de la formation religieuse, sorto a Lovainio (e ora trasfe-
rito a Bruxelles) per opera dei Gesuiti nel 1934; il quale
pubblica dal 1947 una rivista trimestrale Lumen vitae,
con articoli formativi, discussioni, esposizione di metodi
didattici; testi di religione; Les dossiers «formation reli-
gieuse», tavole sinottiche, opuscoli; organizza mostre,
conferenze, audizioni, proiezioni; e presta un ampio ser-
vizio di informazioni. In Italia fu fondato da d. Pietro
Ricaldone, quarto successore di s. Giovanni Bosco, il
Centro catechistico salesiano, allo scopo di promuovere
la Crociata catechistica in tutti i ceti; consta di un Ufficio
catechistico (1939) e dell’Editrice «La Dottrina cristia-
na» (1941). Ventidue salesiani vi attendono alla direzione
e organizzazione, diffondendo l’idea catechistica me-
diante congressi, mostre, proiezioni, propaganda nelle dio-
cesi, compilazione e diffusione di testi e sussidi; vi fanno
capo le riviste: Catechesi (dal 1931) ora in due edizioni:
per le scuole medie e per le parrocchie ed oratori;
Teatro dei giovani (per lo spettacolo religioso giovanile);
Voci bianche (per musica sacra e ricreativa); varie col-
lane periodiche: Lux (catechismo in esempi per tutti);
Fidens fulgens, veritas (per le persone colte).
BIBL.: J. Knecht, Katechetik, in Kirchenlex., VII (1891),
coll. 246-88; F. Spirago, Metodica speciale dell’insegnam. relig.
cat., vers. it., Torino 1910; F. N. delle Scuole Cristiane,
Manuale di pedagogia per l’insegnam. della relig., ivi 1920;
L. Vigna, Vetere et nova. Da s. Carlo ai nostri tempi, ivi
1923; C. M. Veneziani, La scuola serena, Piacenza 1930; A. Bo-
yer, Le catechisme vivant, Parigi 1935; L. Vigna, Un parroco
ai suoi catechisti, s. ed., Torino 1937; G. Modugno, Religione
e vita, Brescia 1935; C. Krieg, Scienza pastorale, vers. it.,

II: Catechetica, 2a ed., Torino 1937; G. Nosenko, L’attivismo
nell’insegnam. relig., Milano 1937; C. Rosa, Manuale di peda-
gogia catechistica, Torino 1939; id., La religione nelle scuole
medie, ivi 1939; P. Ricaldone, Oratorio festivo, catechismo, for-
mazione religiosa, ivi 1940; G. Modugno, Religione e morale,
Brescia 1940; A. Tersteniek, La metodica dell’insegnam. relig.,
vers. it., Milano 1945; G. Nosenko, La pedagogia di Gesù,
Roma 1947. Come guide pratiche, sono da indicare: Cate-
chesi, mensile, dal 1931; Sussidi, rivista catechistica, trimestrale,
dal 1937. Le varie correnti di rinnovamento pedagogico-di-
dattico della c. nelle principali nazioni, con ricchi elenchi di
testi, sono presentate dal Centre documentaire catechétique di
Lovainio, ora passato a Bruxelles, che fa capo al Centre Inter-
national, accennato nel testo, in Où en est l’enseignement reli-
gieux? Livres et méthodes de divers pays, Parigi-Tournai 1937.
Catechismo. - Il termine c. viene oggi
adoperato ad indicare un breve compendio delle
principali verità della fede e morale cristiana, steso
in maniera chiara, precisa, facile a comprendere e

ritenere, e prevalentemente in forma dialogica di domande e risposte fra maestro e discepolo (c.-libro).
In origine esso indicava, invece, un complesso di interrogazioni rivolte ai battezzandi, nell'atrio della chiesa, dai padrini, o ai padrini dal sacerdote, e le risposte ottenute. «Ante Baptismum fit catechismus et exscoriscimus... Illa autem interrogatio et responsio fidei fit in catechismo» (Pietro Lombardo, Sentent., I, 43); e anche l'insegnamento orale e familiare delle verità religiose essenziali, rivolto ai fanciulli e agli adulti, ancora ignoranti, dopo il Battesimo. Da questo significato di esposizione catechistica il termine passò finalmente ad indicare il testo che la conteneva.
Il passaggio, però, non avvenne così presto; il termine c., nel senso di libro, fu prima usato piuttosto sporadicamente; poi ebbe una specie di sanzione ufficiale soprattutto dalla grande propaganda fatta ai c. di Lutero; indi, quasi subito, ebbe luogo la sanzione ufficiale cattolica da parte del Concilio di Trento; cui tenne dietro la conferma dell'uso costante e quasi generale della Chiesa. Alcuni, tuttavia, come s. Pietro Canisio, s. Roberto Bellarmino, s. Francesco di Sales, preferirono, e preferiscono anche oggi, il termine di «dottrina cristiana».
La varietà dei c., nei diversi secoli, è notevole; in tutti, però, dopo una raccolta di preghiere e di formole da impararsi a memoria (Credo, Atti di fede, speranza, ecc., Comandamenti di Dio e Prete, della Chiesa) si hanno più o meno tre parti: una riguarda le verità intorno a Dio, Gesù Cristo, alla Chiesa; un'altra la morale; la terza i mezzi forniti dalla Grazia. Spesso segue una quarta parte, riguardante la liturgia nei suoi riti e nelle feste.
IL C. NEL MEDIOEVO DAL SEC. VII AL CONCILIO DI TRENTO. — Quando intere tribù presero a conversarsi in massa e furono battezzate prima d'aver ricevuto una sufficiente istruzione; e quando prevalse l'uso di battezzare i bambini, poco dopo la nascita, sorse per la Chiesa la necessità di continuare o cominciare l'istruzione religiosa anche dopo il Battesimo. Su questo dovere incombente ai genitori padrini, in casa; ai religiosi nei conventi e nelle scuole annesse; ai sacerdoti in chiesa, molto e costantemente insistettero sia i vescovi delle singole diocesi, sia sinodi e concili (v. CATECHESI). Venne quindi naturale che per facilitare il compito di istruire, e per conservare nello stesso tempo una certa uniformità, si componessero manuali catechistici per gli istruttori, talora in forma dialogata, e qualcuno se ne scrivesse più adatto alla mentalità e alla comprensione dei fanciulli e del popolo.
Tra i manuali più rappresentativi va citata la Disputatio puerorum per interrogationes et responsiones (PL 101, 1097-1144), del tempo di Alcuino, la quale tratta in dieci capitoli dell'opera della creazione, di Dio, degli angeli e dell'uomo, del Vecchio e Nuovo Testamento, della Chiesa e dei Sacramenti; e in due altri contiene una Exposito Simboli et Orationis dominicae, in forma dialogata, nella quale l'alunno interroga e il maestro risponde. Quest'opera costituì come la catechesi normale dal sesso XI al XIII. Sotto il titolo di Incerti monachi Weisenburgensis catechesis theotisca saec. IX (Hannover 1713, pp. 60-73), J. C. Eckard pubblicò un formulario catechistico, da lui attribuito erroneamente al monaco Ottobrindo di Weissenburg, che contiene in tedesco antico una spiegazione del Pater, cui tengono dietro un elenco di venti «peccata criminalia per quae diabolus mergit homines in infernum» contro il duplice precetto della carità e il decalogo; indi i Simboli apostolico e atanasiano e il Gloria in excelsis. Seguono altri formulari simili, attribuiti a Cherone, abate di S. Gallo (ca. 750; ibid., pp. 81-86), e a Notker il balbuciente (m. nel 1022; ibid., pp. 79-81); e due formulari per la confessione (ibid., pp. 93-99) in cui vediamo che il penitente si accusa non soltanto delle mancanze commesse in pensieri, parole e opere contro i comandamenti di Dio; ma anche intorno alla frequenza ed assistenza alla Messa, al digiuno, alle opere di misericordia spirituali e corporali. Si possono ancora citare fra altri parecchi: Brunone di Würzburg (m. nel 1045) che lasciò alcune spiegazioni del Pater e del Credo, due delle quali riportate letteralmente dalla Disputatio puerorum (PL 142, 557-68); Abelardo, che redasse una esposizione sui medesimi argomenti (PL 188, 611-32); Bonzone, vescovo di Piacenza (m. ca. nel 1090), con il suo Libellus de Sacramentis (PL 150, 857-66).
Un passo più sensibile verso i moderni c. si nota nel sec. XIII con i caratteristici «lucidari» o «dichiaratori»; il primo e più importante dei quali è quello di Onorio di Autun: Elucidarium, sive dialogus de summa totius christianae theologiae (PL 172, 1109-76). È disposto a domande e risposte e diviso in tre parti: la prima spiega il Credo, la seconda tratta del male fisico e morale, la terza dei novissimi. L'opera insigne ebbe una traduzione italiana e ristampe varie (Ferrara 1490; Milano 1493, 1496; Venezia 1508) con il titolo: Libro del maestro e del discipulo. E conoscitore profondo di «lucidari» deve essere stato l'anonimo milanese, che uno ne compose per portare luce ai fanciulli e ai semplici, dal titolo: Qui incomincia el Libro del maestro e del discipulo (Milano 1521 [cf. Tamborini, p. 39]).
Dopo il «lucidari» vennero i «sesternari», messi in voga da Ugo di S. Vittore con il suo De quinque septenis, seu septenarius (PL 175, 405-14), così chiamati perché vi si esponeva il dogma e la morale in relazione al numero sette (le 7 domande del Pater, le 7 beatitudini, i 7 peccati capitali, i 7 doni dello Spirito Santo, le 7 opere di misericordia, ecc.). Il metodo per quanto sapesse di artificio e non avesse un procedere così logico, e quindi non fosse da tutti approvato, fece tuttavia buona presa e mantenne un influsso notevole. Lo seguono, ad es., S. Edmondo di Canterbury (m. nel 1242) nel suo Speculum Ecclesiae, capp. 8-18 (Maxima biblioht. Patrum, XXV, Lione 1677, pp. 319-23) e il domenicano Laurent nella sua Somme-le-Roi (così chiamata perché composta per ordine di Filippo III l'Ardito, suo penitente), ricopiate molte volte e propagata sotto vari titoli, ad es., Le miroir du monde, Somme des vices et des vertus (edita nel 1481, s. 1).
L'applicata anche s. Tommaso d'Aquino nei suoi opuscoli, iniziati nel 1256 e rappresentanti un tributo ancor più notevole alla formazione dei c. moderni: Expositio Symboli apostolorum (opus. 16); Expositio Orationis dominicae (opus. 7); Expositio Salutationis angelicae (opus. 8); De decem praeceptis et lege amoris (opus. 4); De articulis fidei et Ecclesiae Sacramentis (opus. 5). In essi l'Angelico tralascia nella sua esposizione semplice e chiara le dimostrazioni e le questioni sottili, si serve di esempi e di comparazioni tolti alla vita ordinaria e ne deduce norme pratiche di vita cristiana; soprattutto dimostra come le formole del c. siano coerenti e interdipendenti fra di loro in modo da formare un tutto organico. Tre cose, infatti, egli osserva, sono necessarie all'uomo per salvarsi: conoscere quello che deve credere, sperare, compiere; ora la prima egli l'apprende dal Credo, la seconda dal Pater, la terza dal Decalogo e dai due comandamenti dell'amore, proclamati da Gesù Cristo. E siccome a tutto questo occorre la Grazia, ecco i Sacramenti (cf. C. Werner, Der hl. Thomas V. Aquin, I, Ratisbona 1858, pp. 123-58). Questi opuscoli del santo Dottore, uniti insieme e variamente disposti e adattati, formarono la trama della catechesi, fino al sec. XVI.
Il sec. XIV ci offre, tra le altre, due opere degne di nota: il Catechismus Vauirensis e il Lay Folks Catechism. Il Catechismus Vauirensis rappresenta il primo testo, a cui veramente compete il nome di c. e lo dobbiamo alle decisioni del Sinodo principale di Lavaur, presso Narbonne, tenuto nel 1369. Alla sua composizione molto contribuito gli opuscoli di s. Tommaso; ma la dottrina è esposta in un ordine strettamente logico e in modo completo

(Mansi, XXVI, coll. 48-93). Il Lay Folks Catechism fu composto dal card. Thoresby, arcivescovo di York, e pubblicato in latino e in inglese nel 1357 per attuare la costituzione (1281) di J. Peckham, arcivescovo di Canterbury, il quale aveva ordinato che ogni sacerdote quattro volte all'anno, spiegasse al popolo «vulgariter, absque cuiuslibet subtilitatis textura phantastica» il Credo, i Sacramenti, i due precetti della carità, i sette peccati capitali e le sette virtù (teologali e cardinali) e aveva pure emanato una breve istruzione sui singoli punti da servire come traccia (cf. Cath. Enc., V [1909] p. 78). Da notare che qui si trova adoperato il termine di c. un secolo prima di Lutero.
Il sec. XV fu un passo più decisivo verso il popolo e i fanciulli. Finora, salvo qualche eccezione, i manuali catechistici erano per lo più accessibili solo ai sacerdoti per l'istruzione dei fedeli; ora invece si pensa, con maggior premura, perché sempre se ne rileva la necessità impellente, a un testo da mettere direttamente nelle mani del popolo. Gran parte del merito spetta a G. Gerson, cancelliere dell'Università di Parigi (1362-1428), il quale nella sua lettera sulla riforma della facoltà teologica richiamava l'attenzione sulla grande utilità che si pubblicasse e diffondesse «aliquis tractatibus super punctis principia libus nostrae religionis et specialiter de praeceptis ad instructionem simplicium, quibus nullus sermo, aut raro fit» (Opera, I, Anversa 1706, col. 124). E poiché nessuno raccolse l'invito, compreso egli stesso tre opere: Com-pendium theologiae breve et utile (ibid., coll. 238-242); Opus tripartitum de praeceptis decalogi, de confessione et de arte moriendi (ibid., coll. 425-50); L'ABC des simples gens de très grande utilité et profit; e per diffendersi dagli avversari che l'incolpavano di avere quasi tradito la sua dignità, insegnando la dottrina ai fanciulli, scrisse De parvulis ad Christum trahendis (ibid., III, coll. 277-91). Gli stessi rilievi e inviti si trovano proclamati dal Concilio provinciale di Tortosa nel 1429 (Mansi, XXVIII, col. 1147, n. 6).
A favorire, però, questo movimento assai contribuì l'invenzione della stampa, senza la quale non si sarebbe potuto agevolmente diffondere tra il popolo, come pure si rendeva necessario, gli opuscoli adatti. Uno dei più antichi, anteriore almeno di sessant'anni a c. di Lutero e che dalla disposizione e divisione delle sue 13 parti si rileva essere un vero e proprio c. nel senso moderno della parola, è quello attribuito a s. Antonino, arcivescovo di Firenze, dal titolo: Libro della doctrina christiana, la quale è utile et molto necessaria che li puti pizoli et zovenzelli limpara per sapere amare, servire et honorare idio benedetto et schivare le temptazioni et peccati. Dovette circolare dapprima manoscritto; se ne ignora la data della prima edizione; la più antica ristampa che ora si conosca è quella di Venezia del 1473 (cf. P. Guerrini, Gli incunaboli del c., in Suppl. pedagogici della scuola ital. moderna, 5 [1937-38], pp. 96-97; P. Tacchi Venturi, pp. 337-39). Ebbe varie ristampe, ma non molta diffusione.
Compare intanto sulla scena Lutero. Il quale, per diffondere tra il popolo le sue idee, pubblicò nel 1528 un piccolo c. per «i fanciulli semplici», Klein Katechi-smus, dapprima in forma di tavole perché si potesse appendere nelle case, come già si faceva molto prima fra i cattolici fin dal tempo di Carlomagno; di poi in un libretto, con il sottotitolo di Enchiridion. Nell'esporre le singole parti (Comandamenti, Credo, Pater noster) egli si attenne all'uso tradizionale solo aggiungendo altri due parti sul Battesimo e la Comunione. La forma è a domande e a risposte, è un modello di semplicità e di chiarezza, ed evita, nell'esporre le nuove dottrine, ogni cenno di polemica contro l'antica Chiesa, dalla quale si era separato. L'anno dopo pubblicò il Der grosse Katechismus, nel quale intende dare ai parroci una guida e una spiegazione più ampia. La forma è viva e scorrevole; ma non a domande e risposte. Anche qui Lutero evitò polemiche e omise persino alcune sue dottrine caratteristiche (ad es., il peccato originale, che sopprime ogni disposizione al bene, la libera interpretazione della Bibbia, la predestinazione all'Inferno).
Tutt' e due i c. ebbero larghissima diffusione, anche per effetto delle ordinanze di principi protestanti, che ne imponevano l'uso; e in seguito furono accolti nella Formula concordiae (25 giugno 1580), come simbolo della Chiesa luterana. Ma l'asserzione di parte protestante, che fossero come una nuova creazione balzata dal cervello della Riforma, è ben lontana dal vero, e abbisogna di una profonda revisione (cf. H. Grisar, Luther, III, Friburgo in Br. 1912, pp. 408-17), tanto più che nello stesso campo della Riforma non furono nemmeno i primi; ma erano stati preceduti, nel solo quadriennio 1522-26, da altri 39 (cf. Monumenta paedagogica, XX-XXIII, Berlino 1900-1902; F. Mangenot, s. V. in D'ThC, II, coll. 1907-1908).
Allo stesso modo anche le altre sette ebbero il loro c. Per citarne alcuni: Calvino, dopo la sua opera maggiore De christianae religionis institutione libri tres (Basilea 1535) che divenne il c. dei riformati in Francia, due ne pubblicò in francese nel 1534 e 1537; Martin Bucero (Butzer) divulgò i suoi Katechismen (Strasburgo 1534 e 1537), rimaneggiato poi in senso avvingliano nel 1545; ad Heidelberg nel 1563 comparve il Katechismus Heidelberg, composto da due calvinisti per ordine dell'elettore palatino Federico III, che si diffuse ampiamente in Svizzera, Austria, Olanda e fu il più celebre tra i c. dopo quelli di Lutero (Z. Ursinus e C. Olevianus, Catechesis religionis christiana, quae traditur in eccles. et scholis palatinatus).
Il. INTORNO AL CONCILIO DI TRENTO. — Il desiderio di non lasciarsi superare e anche la necessità di prevenire pericoli tra il popolo e di combattere l'avversario ad armi pari pure nel metodo dell'insegnamento, tornò assai utile alla catechesi cattolica, la quale produsse una vera fioritura di c., che non doveva cessare mai più. In Italia, almeno fin dal 1540, si è stampato a Milano quello di fra' Tommaso Reginaldo, domenicano, che lo compose ad istanza di s. Girolamo Emiliani, e di cui si servirono lungo tempo i Somaschi: Simbolo de Atha-nasio exposto per modo de dialogo dal ven. p. frate Reginaldo... per esercizio spirituale delli poveri or-fanelli; ebbe varie edizioni sotto titoli diversi. Castellino da Castello elabora fin dal 1537 l'Interro-gatorio del maestro al discepolo per istruire li fanciulli e quelli che non siano nella via di Dio (cf. A. Sala, Dissertazioni e note circa la vita e le gesta di s. Carlo Borromeo, Milano 1858, pp. 68-84). Da notare anche Tullio Crispoldi, alunno dell'oratorio del Divino Amore in Roma, con Alcune interrogazioni delle cose della fede et del stato, ovvero vivere dei cristiani (Ven-rona 1540); il vescovo Luigi Lippomano con Espo-sitioni volgari sopra il Simbolo apostolico (Venezia 1545); il vescovo Leonardo de Marini con C., ovvero instruttione delle cose pertinenti alla salute delle anime... per la diocesi di Mantova (Mantova 1555). A questi si aggiunge quasi contemporaneamente un gruppo di gesuiti con ciascuno il proprio c., ispirato alle neces-sità notate nel campo del ministero: G. Laínez a Parmà; G. Domenech in Sicilia; G. F. Araldo a Na-poli; A. Gagliardi a Milano per commissione avutane da S. C. Borromeo; G. Ledesma nel collegio Romano a Roma; E. Augier in Francia, ecc.; indi i Barnabiti e gli Scolopi con i catechesi (v.).
Ma il c. cattolico migliore e più diffuso nel sec. XVI fu quello di s. Pietro Canisio nelle sue tre redazioni: Summa doctrinae christianae (Vienna 1555, vers. tedi., ivi 1556), ad uso dei catechisti e delle per-sone colte, detto c. maggiore; la brevissima Summa doctrinae christianae per quaestiones tradita et ad captum rudiorum accommodatae (Ingolstadt 1556, vers.

ted., ivi 1557) per i fanciulli e il popolo, in 59 brevi paragrafi, detto «c. minimus». Dapprima uscì anonima, come aggiunta ai primi rudimenti della grammatica latina, Principia grammatica, del p. A. Codret, per controbattere con lo stesso gioco i protestanti, come Melantone, che cercavano di propagare i loro errori mediante i libri scolastici. Ma, compresa la necessità di un testo intermedio per la gioventù studiosa, il Canisio pubblicò due anni dopo: Parvus catechismus catholicorum (Colonia 1558), chiamato c. minore e uscito anche sotto vari titoli: Catechismus catholicus e Instructiones doctrinae christianae; tosto sene ebbe la versione in tedesco e in altre lingue, con e senza illustrazioni.
Fu il testo più usato e conta più di 400 edizioni. I tre c., ne formano in sostanza uno solo, differendo soltanto nel numero e nella estensione dei paragrafi, naturalmente, nell'ampiezza e nell'approfondimento delle questioni; ma il criterio è unico e unica la distinzione in quattro parti secondo questo concetto; la dottrina cristiana può ridursi alla conoscenza e alla pratica della sapienza e della giustizia (Eccli. 1, 33); la sapienza comprende le virtù teologali e i Sacramenti; onde le prime quattro parti: 1) fede = il Credo; 2) speranza = il Pater; 3) carità = Comandamenti e 4) Sacramenti. La giustizia consiste nel fare il bene e fuggire il male; onde 5) i peccati, le opere di misericordia, le virtù, i doni dello Spirito Santo, le beatitudini, i consigli evangelici, i novissimi. L'espressione è lontana dalle astrazioni, concreta, pratica e soprattutto compenetrata dalle parole stesse della Scrittura dei Padri, senza nessun cenno di controversia, né degli errori dei novatori: meriti e vantaggi e riconosciuti dagli stessi protestanti (cf. O. Braunsh. Berg, Entstehung und erste Entwicklung der Katechismen des sel. P. Canisius, Friburgo in Br. 1893; S. P. Canisius Catechismi latini et germanici, ed. F. Strieher, Monaco 1933). La prima versione italiana della Summa doctrinae christianae compare a Venezia nel 1560 e fu opera del p. Angelo Dovizi.
III. IL C. DEL CONCILIO DI TRENTO. — Il Concilio, dopo maturo esame e la constatazione della ignoranza religiosa del popolo, aveva ordinato di comporre e pubblicare un manuale, di cui i parroci si servissero, predicando e catechizzando, per esporre in ordine logico la dottrina cristiana (Sess. XXIV, de reform., cap. 7; Sess. XXV) pur lasciando la libertà di mutare il solito ordine (Credo, Sacramenti, Comandamenti, Preghiera) a seconda delle necessità degli uditori. Il Concilio mirava anche a dare un testo unico ed uniforme, come unica ed uniforme era la regola della fede. Pio IV nominò tosto una commissione composta di quattro teologi insigni: Leonardo Marini, arcivescovo di Lanciano; Muzio Calini, arcivescovo di Zara; Egidio Foscarini, vescovo di Modena e il domenicano portoghese Francesco Fioreiro sotto la direzione di s. Carlo Borromeo. Dopo un anno la stesura era pronta; seguì la revisione in latino classico degli umanisti Giulio Poggiari e Paolo Manuzio, che la stampò con il titolo di Catechismus ex decreto Conc. Trid. ad parochos (Roma 1566); più noto sotto l'abbreviazione corrente di Catechismus romanus. Ne comparve subito la versione italiana fatta per incarico del Papa dal domenicano Alessio Figliucci (ivi 1566; cf. la recente versione di L. Andrianopoli: Il c. romano del Conc. di Trento, Città del Vaticano 1946); indi versioni in altre lingue (cf. S. L. Skibniewski, Gesch. des röm. Katech., Roma 1903; P. Paschini, Il c. rom. del Conc. di Trento. Le sue origini e la sua prima diffusione, Roma 1923; Pastor, VII, pp. 288-92; VIII, pp. 133-34). L'opera fu accolta con plauso universale e se ne fecero anche estratti e compendi ad uso dei fanciulli. Quanto ad autorità e valore dogmatico, essa mantiene il primato sopra tutte le opere simili (cf. I. B. de Toth, De auctoritate dogmatica c. romani, Budapest 1941).
Secondo la partizione quadripartita del c. romano 1) Fede e Credo; 2) Sacramenti; 3) Comandamenti; 4) Pater e preghiere, con l'aggiunta di una 5a parte (virtù, opere di misericordia, peccati, novissimi), il card. Roberto Bellarmino compose, dietro preghiera del card. Francesco Tarugi e per ordine di Clemente VIII, i suoi due celeberrimi c.: Dottrina cristiana breve perché si possa imparare a mente (Roma 1597), nella quale il maestro interrogava e il discepolo risponde; e: Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana per uso di quelli che insegnano ai fanciulli e alle altre persone semplici (ivi 1598), nella quale il discepolo interrogava il maestro risponde. Tutte e due le opere ebbero un successo eccezionale; ma più la prima che noverà più di 351 edizioni e traduzioni in 58 lingue e dialetti diversi, anche dei paesi di missione (cf. Sommervogel, I, coll. 1187-1204; J. Brodrick, Blessed R. Bellarmin, I, Londra 1928, pp. 389-99; V. anche la recente ed.: S. R. Bellarmino, I c., Milano 1941). S. Francesco di Sales li usò nella sua catechesi e li prescrisse ai suoi preti. A Milano il card. Federico Borromeo li adottò per le sue scuole della dottrina cristiana; mentre più tardi fu fatta ad essi una forte opposizione dal governo austriaco sotto l'influsso del giuseppinismo e dell'illuminismo (cf. G. Schio, La «Dottrina cristiana» del b. R. Bellarmino proscritta nella Lombardia austriaca, in Civ. Catt., 1925, I, pp. 403-15, 516-22). Nel Concilio Vaticano, nella proposta fatta per la compilazione di un c. universale, quello, breve del Bellarmino fu designato come modello.

IV. DAL CONCILIO DI TRENTO AI NOSTRI GIORNI

Nei secoli seguenti la produzione dei c. si moltiplicò tanto da renderne impossibile anche la semplice enumerazione; d'altronde priva di utilità. Basti ricordare i c. del card. Fleury (1679) e del Bossuet (1687) che ebbero una particolare importanza perché in essi le verità religiose si facevano derivare da fatti storici, specialmente biblici; il c. di s. Giovanni B. de la Salle (1703) affidato alla sua Congregazione dei Fratelli delle Scuole cristiane; i tre c. di Benedetto Strauch, il 1° per la memoria, il 2° per l'intelligenza, il 3° per la volontà, accolti subito dall'abate Ignazio Felbiger (a cui erroneamente si attribuiscono) per le scuole di Sagan nella Slesia (donde il nome di «saganici») e poi imposti a tutte le diocesi dell'Austria; il c. del teatino Michele Casati, vescovo di Mondovì (1765) che tenne il campo per tutto l'800; il c. del Duplanopul (1862) e quello del Rosmini (1838) composto «secondo l'ordine delle idee»; di Cristoforo Schmid (1836) e finalmente di Giuseppe Deharbe (1847).
Parecchi c. apparvero infetti di giansenismo e di galicianismo e perciò condannati dalla Chiesa: ad es., quello di Claudio Fleury (Parigi 1695), di Francesco Filippo Mesenguy (Utrecht 1744), di Carlo Colbert de Croissy, vescovo di Montpellier (Parigi 1702), di Pietro Stefano Gourlien (ivi 1777). Gli ultimi tre, tradotti in italiano e pubblicati in varie edizioni, furono adottati nelle loro diocesi di Scipione de' Ricci, vescovo di Pistoia e Andrea Sarao, vescovo di Potenza (cf. F. Gusta, Sui c. moderni. Saggio critico-teologico, Ferrara 1788). Anche in Italia fu imposto, con decreto del viceré Eugenio Beauharnais, nel 1807, il c. napoleonico, del resto dottrinalmente buono (tradotto dal Catechisme à l'usage de toutes les Eglises de France [Parigi 1806]), nel quale, al 4° comandamento, venne aggiunta una lezione speciale: «Doveri verso Napoleone I, imperatore re nostro». Questo c. sollevò opposizione da parte di Pio VII, che non voleva tolta ai vescovi la libertà di scegliere il c. per le loro diocesi, perché spetta all'episcopato la potestà di insegnare la

fede. Ma il Papa non riuscì ad impedirne la pubblicazione (cf. D'ThC, II, coll. 1951-53).
V. IL C. UNICO UNIVERSALE. — La diversità dei formulari catechistici è stata sempre un inconveniente, al quale si è cercato di rimediare da che sorse la necessità di un c.-libro. Già nel Concilio di Trento s'era pensato alla compilazione di un testo unico per tutta la Chiesa; ma s'era riusciti soltanto a darne uno per uso dei parroci e dei catechisti, nulla per il popolo. Nel Concilio Vaticano la questione fu ripresa e lungamente dibattuta; ma le difficoltà sollevate, inerenti alla varietà delle lingue, delle indole e delle necessità delle varie nazioni, furono tante, che non si arrivò in porto. S'è invece giunti ad una certa unità in alcune nazioni.
In Italia il primo tentativo di unificazione dei vari c. fu fatto dai vescovi di Piemonte e di Lombardia, che adottarono, con lievi ritocchi, il c. di mons. Casati, vescovo di Mondovì (1765). In seguito esso venne adottato anche dai vescovi della Liguria, dell'Emilia e della Toscana. Pio X, introducendovi qualche modificazione, lo prescrisse (1905) per le diocesi di Roma e della provincia romana, confidando che anche le altre lo avrebbero adottato «per arrivare così a quel testo unico, almeno per tutta l'Italia, che è nell'universale desiderio». Nel 1913, poi, emanò il c. universale, in cui la materia è ridotta al puro necessario, per non gravare troppo la mente dei fanciulli. In Austria si ebbe un unico c. nel 1894, nella Germania nel 1924, in seguito alla determinazione della conferenza episcopale di Fulda del 1921; in Francia nel 1928; in Olanda nel 1948. L'episcopato degli Stati Uniti d'America, dove era stato in uso, fin dal 1885, il c. cosiddetto di Baltimora, ne fece una revisione, pubblicata nel 1941.
Notevole tentativo fu quello del card. Pietro Gasparri con il suo Catechismus catholicus (Città del Vaticano 1930; trad. it., Brescia 1932) in tre parti o c. distinti, il primo per i fanciulli da ammettere alla prima comunione; il secondo per quelli che già vi sono stati ammessi; il terzo per gli adulti; con copiose note sulle fonti e abbandonati testimonianze dei concili, dei sommi pontefici, dei SS. Padri e delle SS. Congregazioni romane. Ma non fu ufficialmente approvato e imposto per tutta la Chiesa, e resta perciò opera privata. - Vedi Tav. LXII.

Bibl.: G. B. Castiglioni, Istoria delle Scuole della dottrina cristiana fondate in Milano, Milano 1800; J. Knecht, Katechi-smus, in Kirchenlex., VII, coll. 288-317; Ch. Hézard, Histoire du c. depuis la naissance de l'Eglise jusqu'à nos jours, Parigi 1910; P. Tacchi Venturi, Storia della Comp. di G. in Italia, I, 2a ed., Roma 1930, pp. 335-69; E. Mangenot, s. V. in D'ThC. II, coll. 1895-1968; A. Molien, s. V. in DDC, II, coll. 1493-331; A. Tambo-rini, La Compagnia e le scuole della dottrina cristiana, Milano 1939, pp. 46-69; per i tempi moderni, abbondanti riferimenti sui testi di religione in Centre documentaire catéchétique, Où en est l'ensei-gnement religieux?, Parigi-Tournai 1937; J. Hofinger, Gesch. der K. in Öster., Innsbruck 1937.