LUDOVICO il Pio, re dei Franchi, IMPERATORE. - Le caratteristiche dominanti del carattere e del regno del figlio (n. a Chasseneuil nel 778) e successore di

LUDOVICO IL PIO, RE DEI FRANCHI, IMPERATORE - Ritratto dell'Imperatore. Miniatura (ca. 840) nel codice contenente le Laudes sanctae Crucis di Rabano Mauro, proveniente dal monastero di Fulda - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 124, f. 4°.
Carlomagno sono l'influenza ecclesiastica e la debolezza dell'autorità. Benché dotato di vigore fisico e d'una solida cultura greco-latina, acquistata alla scuola di s. Benedetto di Aniane, L. mancava della risolutezza indispensabile ad un uomo di governo. Preferendo l'umiltà monastica, dimenticò la grandezza della dignità imperiale al punto d'accettare, ad Attigny (822), la confessione pubblica del suo pentimento per la punizione inflitta al nipote Bernardo d'Italia. Si prestò al gioco della corte, e le rivalità degenerarono in aperte guerre civili.
La struttura dell'Impero restò senza dubbio simile a quella che era sotto il regno precedente: identica estensione geografica, stessa organizzazione. Ma dal fatto che l'opera di Carlomagno era rimasta incompiuta nacque una crisi: Carlomagno s'era fatto protettore della S. Sede; L., docile al clero che l'aveva educato, si fece incoronare da Stefano V (ott. 816) e rinunciò ad ogni giurisdizione su Roma (privilegio dell'817); ma più tardi (824) sotto l'influenza dell'«imperialista» Wala, abate di Corbie, ritirò le concessioni precedentemente fatte e pretese dal Papa il giuramento di fedeltà. I vescovi tuttavia affermarono la preminenza del sacerdozio sull'Impero e imposero una riforma del clero (829).
L'ideale imperialista dell'unità fu contrastato dal perdurare della prassi delle spartizioni territoriali, dalle ambizioni, dagli interessi individuali che giunsero fino all'esasperazione, e dai particolarismi regionali: l'Ordinatio dell'817 aveva associato al trono Lotario, primogenito dell'Imperatore, e assegnato la Aquitania e la Germania ai due cadetti Pipino e Luigi. Per compiacere alla seconda moglie Giuditta, sposata nell'819, l'Imperatore fece una quarta parte per il figlio avuto da lei, Carlo (detto poi il Calvo), nei territori già assegnati agli altri figli (829): costoro, con l'aiuto di Wala ch'era stato allontanato dalla
corte per favorire Bernardo di Settimania, complottarono contro il padre. Lotario per un istante gli strappò persino il potere (830). Ma L. riuscì ad allontanarlo, e, in una terza spartizione, tolse a Pipino l'Aquitania per darla a Carlo. I figli di L. si sollevarono una seconda volta contro il padre e le forze delle due parti si scontrarono in Italia. Abbandonato dai suoi soldati a Retfeld (il «campo della menzogna»), presso Colmar, il 24 giugno 833, L. fu fatto prigioniero dai suoi propri figli, nonostante gli sforzi di mediazione del papa Gregorio IV.
Nell'abbazia di S. Medardo a Soissons, davanti a una dieta presieduta da Lotario, l'Imperatore fu accusato di aver turbato la pace e violati i giuramenti; costretto a una confessione pubblica, dovette spogliarsi degli abiti e delle insegne reali, rivestire il costume dei penitenti e fu rinchiuso in un carcere (1 ott. 833). L'eccesso di questa umiliazione modificò i sentimenti dei figli Luigi e Pipino verso il padre; lo ristabilirono sul trono e l'aiutarono a respingere in Italia Lotario, di cui non vedevano di buon occhio la preminenza.
Nuovamente incoronato nell'835, L. regnò fino alla sua morte, avvenuta nell'839. Se da una parte ebbe da provare ancora l'ostilità del figlio Luigi il Germanico, dall'altra si riconciliò con Lotario e, dopo la morte di Pipino, nell'839 poté procedere a un'ultima spartizione. Luigi, sempre in rivolta, non ebbe niente oltre quanto aveva prima ricevuto; Lotario, fatto imperatore, divise con Carlo il resto dell'Impero, seguendo una linea di demarcazione costituita dalla Mosa, dalla Saona e dal Rodano. Soluzione fragile, poiché alle rivalità dei principi s'aggiungevano ora le tendenze all'autonomia dell'Italia, dell'Aquitania e della Catalogna, e alla frontiera le incessanti incursioni dei Saraceni e dei Normanni.

LUDOVICO IL PIO, RE DEI FRANCHI, IMPERATORE - Tavola genealogica dei Carolingi che hanno concesso privilegi all'abbazia di S. Gallo, posta in appendice alla Vita di Carlomagno, scritta da Eginardo - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 339 f. 7°.
Frutaz, VI, nn. 219-90; G. Calmette, L'effondrement d'un Empire et la naissance d'une Europe, Parigi 1941; L. Halphen, Charlemagne et l'Empire carolingien, ivi 1947 (con bibl.); H. Fichtenau, Das Karolingische Imperium. Soziale und geistige Problematik jenes Grossreiches, Zurigo 1949; L. Halphen, A travers l'histoire du moyen âge, Parigi 1950, pp. 58-74. Guglielmo Mollat
DIRITTO - Sotto Carlomagno vi era stata una competenza dei poteri civili e religiosi con prevalenza del potere civile su quello religioso. Sotto L. la situazione si capovolge: è la Chiesa che cerca di avere la supremazia e mettere al suo servizio l'autorità dello Stato. L. cooperò a questa azione col promuovere il progresso religioso e morale della cristianità con una riforma generale che doveva reprimere degli abusi che da lungo tempo esistevano nella Chiesa. La sua attività legislativa viene conservata in capitolari che comprendono materia religiosa e civile; restano anche alcuni capitolari Misterium e un capitolare per il monastero di S. Croce del Poitou fondato dalla b. Radegonda. Due sono stati trasmessi sotto il nome di Capitula, poiché uno contiene canoni desunti dai vari concili e l'altro frammenti tratti dalla legislazione romana. Alcuni di questi capitolari riguardano anche l'Italia. Ne la legislazione di L. si propugnano queste principali riforme: l'amministrazione dei beni ecclesiastici d'ora innanzi spetta unicamente alla Chiesa; i vescovi siano eletti liberamente; i monasteri sono autorizzati a scegliersi degli abati regolari, cessando almeno provvisoriamente il regime della commenda; gli abati sono obbligati solo a quelle prestazioni militari che sono sanzionate nelle leggi. Anche nel campo morale vengono promosse varie riforme, specialmente riguardo alla castità dei vescovi e al ratto delle vergini (cf. Cap. I, pp. 275-85). Il medesimo spirito, che si manifesta talvolta anche con le stesse parole, si ha nell'Admonitio ad omnes regni ordinis (ibid., pp. 303-307).