LULLO, RAIMONDO (LULL RAMÓN). - Letterato, poeta, filosofo, teologo, mistico (Doctor illuminatus), n. a Palma di Maiorca nel 1232 o, più verosimilmente,

v. II) LUISA DE MARILLAC, santa
Ritratto inciso da Du Change (scc. XVII).
Paggio di Giacomo I, a 14 anni, condusse dapprima vita di corte. Nel 1256, siniscalco del re di Maiorca, sposò donna Bianca Picany, dalla quale ebbe due figlie. In seguito ad una visione, abbandonò la vita mondana e si fece eremita (1265 ca.) e terziario francescano, peregrinando di santuario in santuario e dedicandosi allo studio del latino e dell'arabo e alla lettura di varie opere filosofiche e teologiche. Ritiratosi, dopo 9 anni, sul Monte Randa, per dedicarsi alla contemplazione, ebbe la « grande illuminazione », onde derivò l'Ars magna, scritta nel monastero di S. Maria de la Reyal. Comincia da questo momento l'intensa attività letteraria e scientifica che richiamò l'attenzione del Re di Maiorca. Con il suo aiuto L. fondò a Miramar un collegio ove 13 frati minori venivano preparati allo studio della lingue orientali per la conversione degli infedeli (1276). Regna grande incertezza sui viaggi che gli sono attribuiti nel periodo 1276-86. Sembra certo tuttavia che sia stato a Roma nel 1278, e poi in Terra Santa, visitando diversi paesi del mondo musulmano. Nel 1286 fu a Parigi, nel 1287 a Miramar e quindi a Roma per indurre Onorio IV a fondare scuole di lingue orientali. Non avendo ottenuto nulla, per la morte del Papa, ritornò a Parigi, ove insisté sulla sua domanda, senza alcun risultato. Nel 1291 fu di nuovo in Italia; l'anno seguente si recò a Tunisi per disputare con i saraceni. Imprigionato, riuscì a salvarsi, sbarcando a Napoli (genn. 1293), ove insegnò pubblicamente e dove presentò a Celestino V la sua petizione Pro conversione infidelium. Nel 1295 a Roma e nel 1297 ad Anagni rinnovò a papa Bonifacio la sua petizione, insieme con quella per una Crociata e per l'unione della Chiesa greca. Scoraggiato, ripartì per Genova e Parigi, ove si scontrò con il suo maggiore avversario, l'averroismo, contro il quale scrisse la Declaratio Raymundi ed altri trattati (dic. 1297-luglio 1299). Tra gli averroisti conosciuti a Parigi è quel Pietro Veneto che nella Consolatio Venetorum inveisce contro la fortuna e che, secondo ogni verosimiglianza, è Pietro d'Abano. Nell'ott. 1299 fu di nuovo in Spagna, e nell'estate 1300 sicuramente a Maiorca. Sperando nella Crociata promessa da Bonifacio VIII, nel 1301 partì per Cipro. In Oriente di-
sputò con i Saraceni, i nestoriani e i Greci. Nel 1302 approdò in Armenia, ove corse rischio d'essere avvelenato. Nel 1303 fu a Genova; nel 1305 a Barcellona, poi a Montpellier e a Lione, ove assistì all'incoronazione di Clemente V; nel 1306, ritornato a Maiorca, salpò per Bugia, ove si diede a predicare per le vie contro la fede maometana, e fu imprigionato. Espulso e imbarcato su una nave genovese, fece naufragio nelle acque pisane perdendo i suoi libri. A Pisa restò fino al 1308 e riprese con nuova alacrità la sua attività letteraria e la sua propaganda in favore della Crociata. Nell'ott. 1308 fu di nuovo a Montpellier, onde l'anno appresso partì, mendicando, per Avignone. Ritornato a Parigi, fra il nov. 1309 e il sett. 1310 riprese la sua polemica contro l'averroismo, senza desistere dall'idea della Crociata. Nel febbr. 1310 quaranta maestri e baccellieri di Parigi attestarono che l'Ars brevis del L. non contiene nulla contro la fede. Nel 1311-12 si recò al Concilio di Vienne nel Delfinato, per chiedere fosse proibito l'insegnamento dell'averroismo, fosse bandita la Crociata, si fondessero a quest'uopo tutti gli Ordini cavallereschi e s'aprissero scuole di lingue orientali. Dopo di che ritornò a Montpellier. Si recò quindi alla corte di Federico II d'Aragona a Messina. Ritornato a Maiorca, il 14 ag. 1314 salpò per la Barberia, ove, assalito dalla popolazione fanatica di Bugia, concluse la sua vita errabonda, spesa per la causa della fede di Cristo, con il martirio. In Maiorca e in Catalogna fu venerato con il titolo di beato fin dal sec. XIV.
Le sue numerose e svariate opere sono state vergate durante le soste e spesso tra una tappa e l'altra dei suoi viaggi, e con la stessa foga e lo stesso ardore di questi. L'attività letteraria è ordinata all'azione missionaria, che s'intreccia in modo inestricabile con il pensiero speculativo e le mistiche elevazioni. Vi sono, sì, anche opere sistematiche puramente speculative, quali il Libre de contelpaio scritto originariamente in arabo in Maiorca e quindi tradotto in catalano, l'Ars magna, il Liber principiorum philosophiae e il Liber principiorum theologiae, ma dopo il 1277 prevalgono gli scritti occasionali e polemici, sia che l'autore confutì l'averroismo, sia che esponga i suoi piani di riforma, sia che esprima l'amarezza dell'animo deluso, come nel Canto de Ramón, del 1299. A Roma, nella primavera del 1296, «in desolatione et fletibus stana Raymundus», aveva tuttavia portato a termine l'Arbor scientiae, riassunto del suo sapere enciclopedico. In tutto, gli scritti oggi noti si aggirano sui 230, senza contare quelli perduti o di dubbia autenticità. Numerosi apocrifi circolarono sotto il suo nome alla fine del medioevo e nel Rinascimento.
Il pensiero filosofico e teologico del L. è in sostanza quello dell'agostinianesimo francescano della seconda metà del sec. XIII. Tutto suo invece è il procedimento dimostrativo, l'ardore mistico e il colorito romanzesco di scritti quali il Blanquerna e il Felix de les meravelles del mon, che sono due capolavori della letteratura catalana. La sua Ars magna è un lambiccato modo d'argomentare di teologia simbolica fondato sulle «dignitates divinae» e sull'equipollenza. La sua critica dell'averroismo è debole, perché non colpisce l'avversario sul terreno della critica aristotelica.
Merito del L. è d'aver fatto comprendere che, per guadagnare l'islam alla fede cristiana, era indispensabile impararne la lingua e la scienza.