MINGHETTI, MARCO. - Uomo politico, n. a Bologna l'8 nov. 1818, m. a Roma il 10 dic. 1886. Fu uno dei più significativi rappresentanti della borghesia colta, benestante, conservatrice e liberale dell'Ottocento italiano.
Partecipando ai Congressi degli scienziati a Pisa nel 1839, a Firenze nel 1841, ed accostando in Italia e all'estero (soprattutto a Parigi e a Londra) i maggiori rappresentanti della società colta e liberale europea, si formò una solida cultura pratica e realistica con lo studio delle scienze economiche, delle quali, sull'esempio del Simondi, considerò soprattutto l'aspetto sociale. Già nello scritto *Intorno alla tendenza agli interessi materiali che è nel secolo presente* (1841), come poi in *Dell'economia pubblica e delle sue attinenze con la morale e col diritto* (1858), egli sostiene la necessità di subordinare l'economia politica agli imperativi etici e giuridici: allontanandosi quindi dal liberalismo ortodosso, criticando il concetto dello Stato carabiniere e la prevalenza degli interessi individuali e materiali su quelli sociali e morali.
Nel 1846, ormai vicino agli ideali neoguelfi, resi però più aderenti alla realtà dal suo spirito di economista esperto dei problemi correnti. M. promuove e redige una petizione a Pio IX per invocare la facoltà per i consigli provinciali di raccogliere ed esporre i voti delle popolazioni: Pio IX è appoggiato e sospinto, nella sua attività riformatrice, dai moderati bolognesi (Audinot, Montanari, Berti Pichat, ecc.) che fanno capo al *Felsineo*, diretto da M., il quale ottiene la pubblicità degli atti della Consulta di Stato, della quale era stato chiamato a far parte. Ministro dei lavori pubblici nel gabinetto Recchi-Antonelli, si dimette dopo l'allocuzione del 29 apr. e va a combattere nell'esercito piemontese. Eletto deputato, abbandona, nel nov. 1848, la Camera e Roma in segno di protesta contro il ministero Galletti, che lascia impuniti gli assassini di Pellegrino Rossi. Con l'opuscolo *Della restaurazione pontificia* (1849) tenta ancora di salvare la costituzione e l'accordo sugli ordini rappresentativi. Ma negli anni che seguirono, il suo pensiero mutò, soprattutto riguardo al problema dei rapporti tra Stato e Chiesa; nelle *Dodici lettere della libertà religiosa* (1855) sono già enunciati quei principi liberali e separatistici che riappariranno nel suo intervento sulla legge delle Guarentigie e in *Stato e Chiesa* (1878; all'Indice, decr. 8 apr. 1878): vi si sostiene l'abbandono di qualunque giurisdizionalismo e l'incompetenza dello Stato in materia religiosa ed ecclesiastica. Appoggiò la propaganda della Società nazionale nelle Romagne e fu prezioso collaboratore di Cavour al Congresso di Parigi del 1856. Dopo aver vanamente tentato nel 1857 di ricondurre Pio IX sulla via delle riforme costituzionali, passò in Piemonte e divenne segretario al Ministero degli affari esteri. Dopo Villafranca fu presidente dell'Assemblea delle Romagne. Dal 31 dic. 1860 al 1° sett. 1861 ebbe nei gabinetti Cavour e Ricasoli il portafoglio degli Interni che lasciò per il contrasto con il secondo sulla questione romana e su quella delle regioni, propugnate da M. come circoscrizioni amministrative rette da un governatore.
Dall'8 dic. 1862 resse con Farini il Dicastero delle finanze, avviando quell'opera di ricostruzione che, per merito suo e del Sella, doveva portare nel 1876 al pareggio del bilancio. Dal marzo al sett. 1864 fu presidente del
MINGTTO, santo, martire - Particolare del musaico nell'abside della chiesa omonima (1297) - Firenze, chiesa di S. Miniato al Monte.
Consiglio ed ottenne, con la Convenzione di sett., (v.), l'allontanamento delle truppe francesi da Roma a patto di trasportare a Firenze la capitale italiana; il che provocò vivaci e sanguinose reazioni da parte dei democratici e dei Torinesi. La politica ecclesiastica da lui attuata in questo, come nel successivo ministero (1873-76), fu molto diversa da quella delineata nei suoi scritti: lasciò infatti al Dicastero della giustizia il giurisdizionalista Pisanelli, arrestò vescovi e prese diversi provvedimenti eversivi (disegno di legge 18 gen. 1864 sugli Ordini religiosi, ecc.). Diventò, dopo la rivoluzione parlamentare del 1876, capo dell'opposizione, attaccò in Parlamento la politica estera di Cairoli e Mancini. Negli ultimi anni aderì al programma di Stradella ed alla politica trasformista.
Tra le opere del M., oltre a quelle citate, sono da ricordare: *I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia nell'amministrazione* (1881); *Miei ricordi* (1888-89); *Dizsori parlamentari* (8 voll., 1888-90).