MINO DA FIESOLE (M. DI GIOVANNI MINI DA POPPO O M. DA FLORENTIA)

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MINO da FIESOLE (M. di GIOVANNI MINI da POPPO o M. da FLORENTIA). - Scultore, n. a Poppi in Casentino fra il 1430 e il 1431, m. a Firenze nel 1484. Lavorò a Firenze, a Perugia, a Volterra, a Roma. Scolaro o seguace di Desiderio da Settignano, dal 1454 fa frequenti viaggi a Roma; vi si trova infatti ancora fra il 1461 e il 1463 quando lavora al pulpito per la benedizione di Pio II e vi si stabilisce addirittura fra il 1473 e il 1480. Fra le sue opere più antiche e caratteristiche, oltre alcuni busti più o meno discussi dalla critica, è il monumento al vescovo Salutati nel duomo di Fiesole (ca. il 1466), ove è anche di M. un trittico marmoreo. A Firenze sono di lui la tomba di Bernardo Guigni (1468) nella chiesa di Badia, ove è anche l'altare con un trittico marmoreo da lui scolpito per Diotali Nervoni (1470), e il più tardo monumento funebre del conte Ugo. Ancora a Firenze sono suoi un ciborio in S. Croce e un tabernacolo in S. Ambrogio (1481), mentre nel Museo nazionale del Bargello gli vanno assegnati alcuni rilievi, tra cui una finissima Madonna con il Bambino e il busto di Rinaldo della Luna, considerato il suo capolavoro nel campo della ritrattistica. A Volterra è di M. un tabernacolo nel Duomo, a Perugia una pala di altare nella chiesa di S. Pietro (1475) e a Roma, oltre varie collaborazioni nelle varie imprese di Andrea Bregno, il monumento al card. Forteguerri (1473) in S. Cecilia e quello veramente elegante di Francesco Tornabuoni (1480) in S. Maria sopra Minerva.

Il giudizio dato sul conto di M. dal Vasari: «più graziato che fondato nell'arte», dopo le esaltazioni del sec. XIX, è tornato ad esser valido. Ciò è reso possibile perché sono stati con più chiarezza fissati i valori della nobilissima scultura di Desiderio da Settignano, dalla quale discende l'arte di M. E ne discende quale imitazione del tutto esteriore, se mai volta a perfezionare il lavoro tecnico del marmo in raffinatezze estreme che aggiungono solo una grazia superficiale alle immagini cui sarebbe tuttavia ingiusto negare qualità positive di eleganza ed equilibrio compositivo. Lo testimonia se non altro il parallelo che è possibile fare a Roma fra le opere di lui e quelle di Mino del Reame che nel ciborio di S. Maria Maggiore ed in altri marmi imitò le forme del suo omonimo toscano.

BIBL.: Venturi, VI, pp. 634 sgg.; VIII, 1, pp. 603-19; M. Pittaluga, La scultura italiana del Quattrocento, Firenze 1932, pp. 56-58. Emilio Lavagnino