MISSIONE, PREROGATIVE, POTERI DEGLI A

MISSIONE, PREROGATIVE, POTERI DEGLI A. — L'elezione e la missione immediata da parte di Gesù rappresenta il requisito primo e fondamentale per la qualifica di a. Ciò è chiaramente dimostrato da molti testi della S. Scrittura: così in Mc. 3, 13-14 è detto che Gsù «salito su un monte chiamò a sé quei che volle... e ne scelse dodici per averli con sé e man-darli a predicare»; in Io. 17, 18, il Signore rivolto al Padre dice: «Come tu hai mandato me nel mondo, così io li ho mandati nel mondo»; lo stesso in Io. 20, 21, dove Gesù dice agli a.: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Si discute, tuttavia, se oltre tale missione immediata, altre condizioni siano richieste per l'apostolato; ed in particolare se sia necessario che l'a. abbia «visto il Signore». Tale requisito sembra esigerlo il testo già riferito di Mc. 3, 13-14: «ne scelse dodici per averli con sé»; sembra inoltre supporlo s. Pietro, quando, trattandosi di dare un successore a Giuda, suggeriva ch'esso venisse scelto fra quanti «sono stati uniti con noi per tutto quel tempo in cui fece la sua dimora tra noi il Signore Gesù, cominciando dal Battesimo di Giovanni sino al giorno in cui fu assunto da mezzo a noi, perché sia costituito testimone con noi della risurrezione di lui» (Act. 1, 21-22); a tale requisito appunto sembra alludere s. Paolo quando scrive: «Non sono io a.? Non ho veduto Gesù Cristo signor nostro?» (I Cor. 9, 1).

Nonostante tale discussione, però, molti autori si orientano nel senso che l'elezione e la missione immediata costituisca non solo il requisito fondamentale ma anche unico per l'apostolato. Rivendicano quindi questo requisito sia a Mattia (Act. 1, 25-26); sia a Paolo (Act. 9, 15; 22-15); sia a Barnaba (Act. 13, 2-4).

Tale missione degli a. è rivolta ad un duplice ufficio: uno straordinario, che doveva cioè cessare con gli stessi a., e che consiste nel continuare l'opera di Gesù nel porre, secondo il piano divino, le fondamenta della Chiesa, sopra l'unica pietra angolare, Cristo Gesù; l'altro ordinario, che doveva cioè trasmetterli ai successori degli a., e che consiste nell'essere l'autorità gerarchica nella Chiesa già fondata.

Illustrano la missione dei fondatori della Chiesa, tra gli altri, i seguenti testi della S. Scrittura: Mt. 16, 18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»; Eph. 2, 20: «Voi siete... edificati sopra il fondamento dei giù a... essendo pietra maestra, angolare lo stesso Cristo Gesù»; Apoc. 21, 14, dove l'a. Giovanni, descrivendo la «nuova Gerusalemme» dice: «Il muro della città aveva dodici fondamenta, ed in essi i dodici nomi dei dodici a. dell'Agnello».

Riguardano invece la funzione di autorità gerarchica nella Chiesa, le parole rivolte da Gesù agli a.: «Tu quello che leggerete sulla terra, sarà legato anche nel cielo: e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche nel cielo» (Mt. 18, 18); tale funzione è inoltre indicata nelle parole che Gesù disse a Pietro, e, in unione e sotto la dipendenza di Pietro, a tutti gli a., di nascere cioè i suoi agnelli e le sue pecorelle (Io. 21, 15-17).

Connesse con l'ufficio di fondatori della Chiesa, sono le prerogative degli a., e cioè quei doni straordinari dei quali il Signore volle personalmente arricchire gli a., perché fossero atti a compiere la grande missione che veniva loro affidata. Nella comune sentenza dei teologi, tali prerogative sono: la conferma-zione in grazia, per cui, dopo la discesa dello Spirito Santo, gli a. praticamente non potevano più commettere né alcun peccato grave, né alcun peccato veniale del tutto deliberato; l'infallibilità personale, per cui, nella sua predicazione e nel suo insegnamento ciascun a. era immune da errore sia riguardo la dottrina da credere, sia riguardo le norme di vita morale da seguire; la giurisdizione universale con pienezza di poteri, per cui ogni a., senza pregiudizio del primato di Pietro, poteva dovunque fondare delle chiese, creare dei vescovi ed organizzare con piena autorità la vita religiosa. Se anche il carisma dell'ispirazione biblica sia da considerarsi come prerogativa dell'a., è incerto: lo affermano alcuni, ad es. U. Ubaldi, P. Schanz, J. M. Lagrange; lo negano i più, come I. B. Franzelin, F. Leitner, A. Dorsch, H. Hurter, C. Pesch, G. M. Perrella.

Sono in rapporto con l'ufficio ordinario di autorità gerarchica della Chiesa, i poteri degli a., e cioè quelle facoltà che essi ricevettero come pastori dei fedeli, e che trasmisero ai vescovi che ordinarono. Essi riguardano la potestà: di insegnare (Mt. 28, 18, 20); di governare (Mt. 18, 17-18); di santificare specialmente con l'amministrazione dei Sacramenti (Mt. 28, 10; Lc. 22, 10; Io. 20, 21-23).

Come gli a. abbiano adempiuto la missione alla quale erano stati destinati, usando le proprie prerogative ed esercitando i poteri dati loro dal Signore, è messo in luce sia dagli Atti, sia dalle Lettere, sia dalla storia della Chiesa primitiva.

Per gli a. ed il deposito della Rivelazione, V. DOGMA, EVOLUZIONE del

Bibl.: C. Pesch, De inspiratione Sacrae Scripturae, Friburgo in Br. 1906, pp. 611-36; Ac. Dorsch, Institutiones theologiae fundamentalis, II, Innsbruck 1914, pp. 52-79; H. Dieckmann, De Ecclesia, I, Friburgo in Br. 1925, pp. 197-271; J. Bainvel, Apôtres, in DTHC. I, coll. 1647-60; G. M. Perrella, De apostolico et prophetico munere ut inspirationis et canonicitatis eritior, in Divus Thomas, Piacenza, 35 (1931), pp. 49-61; 145-176; G. De Rosa, De Apostolatu qua canonicitatis et inspiratiois criteri animadversiones, ibid., 44 (1941), pp. 53-64.

Francesco Carpino

GLI A. NELLA LETTERATURA POPOLARE. — Nella tradizione dei volghi corre tuttora una serie di brevi leggende, in prosa ed in una forma non fissa, fiorite intorno alle figure degli a., presentati, di regola, come gruppo indistinto che accompagna il Divin Maestro. Alcune riguardano in particolare l'a. Pietro ed anche la madre di s. Pietro. In questa specie di frammentario vangelo apocrifo popolare, trasmesso oralmente, i vari personaggi sono talvolta completamente travisati, e gli episodi acquistano un carattere quasi fiabesco. Vi s'introducono persino elementi di una rozza e ingenua comicità. La figura di questo o quest'altro a. compare anche in brevi canzoni lirico-narrative, che svolgono motivi leggendari intorno alla Sacra Famiglia.

Paolo Toschi

GLI A. NELL'ICONOGRAFIA. — La loro rappresentazione è uno dei temi prediletti già dell'arte paleocristiana, non solo come accessori insignificanti dei fatti di Gesù, ma anche come attori e figure principali. In questo caso essi compaiono o individualmente o in gruppo. Rimandiamo altrove la figurazione di singoli a. individuabili.

Gli a. sono rappresentati collegialmente spesso dall'inizio del sec. IV in poi. Gesù è sempre fra loro, talora in simbolo (croce, agnello), ordinariamente reale, o in cattedra o sul sacro monte, in atto di istruirli o di inviarli ad evangelizzare il mondo (traditio legis, traditio clavium), o nel gesto solenne della Maiestas. Perciò si trovano indifferentemente tutti seduti in cerchio (arte catacombale), ovvero ritti sopra una linea (fronti di sarcofagi) e sogliono tenere in mano il volumen. Più rare sono disposizioni straordinarie do-

vute alla natura del campo, ad es. gli a. disposti in cerchio attorno al busto di Gesù (su fondo di bicchiere), ovvero la figurazione simbolica per mezzo di dodici agnelli, colombe e fin dodici astri talora congiunti con la rappresentazione reale delle persone. Una singolarità spiccata è data dalle pitture dell'ipogeo degli Aureli (Roma), sia per l'età notevolmente anteriore al IV sec., sia perché gli a. vi sarebbero rappresentati senza Gesù, tanto in collegio come a singoli individui.

Gli a. come gli altri personaggi biblici sono tutti ugualmente presentati in tunica e pallio, quasi sempre sbarbati, senza alcun elemento fisionomico caratteristico, eccetto che per Pietro e Paolo i due capifila, dal IV sec. e non molto dopo Andrea (i capelli arruffati). Quando si vollero distinguere si scrisse semplicemente su ciascuno il suo nome. Allora appare che nei dodici si suole mettere Paolo al posto di Mattia; però talora essi comprendono anche i due evangelisti Marco e Luca sostituiti a Taddeo e un Giacomo. Questa lista che si trova già in un sarcofago di Arles e poi nel mausoleo di Teodorico a Ravenna divenne poi stereotipa nell'arte greca medievale, mentre in Occidente si adoperò l'altra lista, che era quella del Communicantes nel Canone della Messa.

Col progredire del medioevo ai temi antichi già accennati si vengono ad aggiungere quelli dell'Ascensione, della Pentecoste, dell'ultima Cena, della dormitio Virginis e più tardi quello del giudizio finale e della separazione degli a. o divisione del mondo, e tali restano anche quelli noti all'arte del rinascimento. Singolare del tutto e molto usata oltra'Apple è la rappresentazione dei dodici articoli del simbolo per mezzo dei dodici a., spesso accoppiati ai dodici profeti. I posti preferiti per il Collegio Apostolico sono quelli arcuati o concavi, come le absidi e le cupole; in modo particolare i grandi portali delle chiese romaniche e gotiche.

Durante il medioevo si vanno anche formando lentamente (con influssi degli Atti apocrifi) le caratteristiche personali di ciascuno dei dodici, così che intorno al sec. x in Oriente, e nel XIV in Occidente ognuno è ormai riconoscibile nella serie. La principale differenza si ha nella figura giovanile che l'Occidente dà a. s.: Giovanni, mentre l'Oriente vede in lui il Grande Vecchio dell'Apocalisse.

BIBL.: G. A. Martigny, Apôtres, in Diction. des Antiquités chrétienne, 3ª ed., Parigi 1890, pp. 52-54; F. H. Krull, Apostel.

in F. X.

Article illustration
(fol. Ailmari)
Apostoli - La navicella di s. Pietro shatsuta dalla tempesta. Affresco di Andrea Bonaiuri (sec. xiv).

Kraus, Real-Encykl. der christlichen Altertümer, I, Friburgo in Br. 1882, pp. 64-68; J. Ficker, Die Darstellung der Apostel in der altchristlichen Kunst, Lipsia 1887; T. E. Weis-Liebersdorf, Christus- und Apostelbilder, Friburgo in Br. 1922; G. de Jerphanion, Quels sont les douze apôtres dans l'iconographie chrétienne, in Recherches de science religieuse, 10 (1920), pp. 358-67; K. Künstle, Ikonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 93-102; L. Bréhier, L'art chrétien. Son développement iconographique, 2ª ed., Parigi 1928, passim; H. Hermann, Jünger u. Apostel (Der Bilderkreis, 12), Friburgo in Br., s. a. Antonio Ferrua

LETTERA DEGLI A. - Apocrifo, di cui il titolo e l'estensione sono incerti. Il nome Epistola Apostolorum - probabilmente attestato dalla traduzione latina - conviene solo ai primi 12 capitoli. Scegno no colloqui di Gesù risorto con i suoi discepoli.

Quanto all'estensione, il testo etiopico è più lungo del testo copto, e nella traduzione latina il cap. 17 segue al cap. 13. Nel testo pubblicato da C. Schmidt c'è certamente una lacuna fra i cap. 14 e 15 (cf. H. Lietzmann, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissen-schaft, 20 [1921], p. 175). Il lungo testo etiopico esiste solo in codici del sec. XVIII ed è preceduto da una Apocalisse di Gesù e dai due primi libri del Testamentum Domini, compilazione siriaca di di-dalo L. Guerrier: PO verso il 400 d. C. I (cod. Vindob. 16, olim sec. v (cf. Sitzungsberichte d. Wiener Akademie, CLIX, 7), secondo E. Hauler (Wiener Studien, 30 [1908], p. 308 sg.) del sec. VI, e sono trasmessi insieme all'Apocalisse di Tommaso.

La prima parte (l'Epistola) contiene al cap. 2 un'interessante lista dei nomi degli apostoli (cf. K. Lake, in Harvard Theol. Review, 14 [1925], p. 95), al cap. 4 una citazione dell'apocrifo Vangelo di Tommaso (o Ps.-Matteo, cf. C. Schmidt, p. 226 sg.), menziona al cap. 7 Cerinto e Simon Mago, senza però fare chiari accenni alle loro eresie; i cap. 9 e segg. contengono un racconto apocrifo della risurrezione di Cristo (cf. A. Harnack, in Theolo-gische Studien für Bernhard Weiss, Göttingen 1897, p. 5 sgg.; A. Baumstark, Hippolytos und die ausserkanonische Evan-gelienquelle des äthiopischen Galiläa-Testaments, in Zeit-schrift für neutestamentl. Wissenschaft, 15 [1914], pp. 332-35). Nel cap. 11 c'è probabilmente una citazione dal Vangelo degli Ebrei.

Nella seconda parte, il cap. 13 racconta la discesa di Cristo dai cieli in forma di angelo. Durante il suo soggiorno in terra gli arcangeli servono invece di lui all'altare del Padre. Il tema dell'assimilazione di Cristo agli angeli è di origine gnostica (cf. Jos. Barbel, Christos Angelos, Bonn 1941, p. 236 sgg.), ma fu introdotto da Origene nella teologia della Chiesa. Era Cristo che, secondo il cap. 14 appariva a Maria sotto la forma di Gabriele. Il cap. 15 racconta