MODESTIA ED IMMODESTIA

MODESTIA ed IMMODESTIA. - La m. (dal latino modestia) è una virtù morale, annessa alla temperanza, che modera (donde il suo nome) o regola gli atti umani che presentano mediocre difficoltà: atti, gesti e beni esteriori del corpo ed atti interiori presupposti da quelli. Ad essa si oppone il vizio dell'immodestia, che è il volontario difetto di moderazione negli atti ora indicati. Non di rado con questa parola si indica l'impudicizia.

Si distinguono quattro specie di m., due per gli atti interni e due per gli atti e beni esteriori, alle quali si oppongono molteplici forme d'i.:

a) Umiltà, che porta a valutare ed amare secondo ragione e fede l'umana pochezza e a moderare la brama di superiorità. b) Brama di sapere (studiositas), virtù che da un lato stimola ragionevolmente alla ricerca della verità (ed allora è piuttosto parte della fortezza), dall'altro frena il desiderio di sapere ciò che è sopra od oltre la capacità del soggetto. c) M. nel portamento o nei costumi, che induce a compiere decentemente ed onestamente gli atti comuni

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MODESTIA ed IMMODESTIA - La M. Scultura in marmo di G. Sammartino (sec. XVIII) - Napoli, Museo nazionale.

(dott. Alinari)

(decentia, se regola questi atti secondo le esigenze dell'agente; bona ordinatio, se secondo le esigenze delle altre persone, di tempo, luogo, ecc.), ed il gioco (eutrapelia). È la m. nel senso più ovvio e comune, resa sacra dal fatto che il corpo umano è membro di Cristo e le membra umane tempio dello Spirito Santo (I Cor. 5, 15 e 19; cf. Eccli. 19, 26). Essa quindi esige rispetto al corpo proprio ed altrui ed urbanità in ogni atto e vieta ogni scompostezza, come il comportamento molle ed effeminato, la rigidità ed affettazione nello stare, nell'appoggia, nel muoversi, nel cibarsi; quanto agli occhi (cf. Mt. 6, 22-23), vuole non solo che si evitino gli sguardi colpevoli o pericolosi, ma in generale che si tengano composti e si mortifichi la curiosità di vedere; quanto all'udito ed alla parola, che nulla si ascolti o si dica di danno o di inutile (cf. I Cor. 15, 33; Iac. 1, 26). d) M. nell'ornamento (m. ornatus, cultus, apparatus exterioris), che modera l'uso delle vesti, suppellettili, abitazione, conviti e simili, secondo le esigenze delle persone, dei tempi, luoghi e usanze.

Bibl.: S. Bernardo, Tractatus de gradibus humilitatis et superbiae; PL 182, 941-72; Summ. Theol., 2a-2a, q. 120, a. 2, 3; q. 143; q. 160; q. 168, a. 1; S. Francesco di Sales, Introduzione alla vita divota, parte 3, S. Pier d'Arena 1912, pp. 160-349; P. Lumberas, De fortitudine et temperantia, Roma 1939, n. 159 e 307-63; VI. Iankelévitch, Traité des vertus, Parigi 1949, pp. 298-356.