MOLIÈRE, JEAN-BAPTISTE POQUELIN, DETTO

MOLIÈRE, JEAN-BAPTISTE POQUELIN, detto. Commediografo, n. a Parigi nel genn. del 1622, m. ivi il 17 febbr. 1673. Nella tradizione artigiana e popolaresca dei comici dell'Arte, passati d'Italia in Francia, entrò con forza smaniosa, portandola a conseguenze estreme; e in forme teatrali di audace geniale evidenza compose giuochi farseschi e spettacolari per lo svago di un'ora spensierata, e commedie che, pur nei modi comici e grotteschi, toccano la grande durezza disperata e crudele della tragedia impietosa.

Suo padre, se come negoziante apparteneva alla borghesia parigina ricca e industrie, storicamente legata alla monarchia di Francia, come «valletto e tappezziere del Re» aveva un compito preciso alla corte: apparatore delle cerimonie regali, si dirà: né il figlio si dimenticherà mai di questa condizione. Ricevuta l'educazione classica conveniente alla sua classe sociale, compie, sia pur marginalmente, studi di diritto, ma il teatro lo chiama: ciò significa porsi al di là della norma, vivere alla ventura in una vigilata e dispettosa indipendenza di fuori-legge. Fonda nel 1643 l'«Illustre Théâtre», ambiziosamente, ma in compagnia di attori, i Béjart, espertissimi del mestiere. L'impresa è sfortunata, e l'imprenditore nel 1645 è imprigionato per debiti. Accetta allora la comune condizione dei comici, il vagabondaggio, e sino al 1658 passa da una provincia all'altra, specialmente della Francia meridionale, facendo una feconda esperienza di tecnica teatrale e di linguaggio popolare. Le sue ambizioni vanno a più alto segno, alla conciliazione del mestiere di teatro con la letteratura: già negli ultimi tempi del suo giro in provincia compone farse di palese imitazione italiana (La jalousie du Barbouillé; Le medecin volant) e commedie d'intenzione più complessa (L'étourdi; Le dépit amoureux); ma a Parigi debutta con una tragedia di Corneille nella Sala delle Guardie al Louvre (24 ott. 1658); e la prima commedia che gli apre la via del successo è quella delle Précieuses ridicules (1659), che fra la satira letteraria del preziosismo e la farsa dei servi travestiti insinua l'argutissima accorta nota di costume. Il capolavoro dell'Ecole des femmes (1662) lo afferma clamorosamente: lavora al teatro del Palais Royal, diventa commediografo ufficiale di Luigi XIV, al Re si appoggia, e alla sua autorità, ambiziosa di disporsi al di sopra di tutte le discorde, ed anche delle controversie che toccavano la religione, durante la lunga contesa per il Tartuffe ou l'Imposteur (1664-69): la commedia che presumeva di rivendicare i diritti della onestà naturale, del ragionevole buon senso, contro le turpitudini mascherate degli ipocriti, e che nella polemica giansenistica interveniva respingendo gli uni e gli altri contendenti, e appellandosi al Monarca, lungimirante e generoso e giusto. In pochi anni di enorme lavoro M. si prodiga nelle molte funzioni di autore, di attore, di impresario della sua comica truppa e di apparatore delle feste di re Luigi: giovi contrassegnarli con l'elenco dei capolavori: Dom Juan ou le Festin de pierre (1665), Le misanthrope (1666), George Dandin (1668), L'avare (1668), Les femmes savantes (1672), Le malade imaginaire (1673). La morte lo assale mentre recita la commedia dell'uomo che non vuol sapere di dover morire: munito, par certo, dei conforti religiosi, ma non sepolto in terra cristiana.

Tre grandi temi trascorrono la sua grande drammaturgia: l'amore, la regalità, la natura. Ma l'amore è vita del senso, e la gelosia, che lo rende succube della sua stessa smania di possesso, ne avvelena ogni gioia (esemplare il personaggio di Arnolfo nell'Ecole des femmes). La regalità pare un rifugio, che assicuri grandezza e difesa alla sorte umana, ma il poeta di corte diventa regista affaticato di balletti e di pastorali, quando non s'adatta ad assistere il sovrano nei suoi travestimenti amorosi (Amphitryon, 1668). La natura, che nel suo timore d'ogni trascendenza, e sin nel la sfida superba di Don Giovanni, dovrebbe essergli madre, insidia l'uomo con la malattia e lo minaccia con la morte: né gli vale, condannato a morir giovane nella grottesca cerimonia che ascrive il malato immaginario alla Facoltà medica, irridere ai presunti prevaricatori della natura, i medici. Nel-

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(da M., Oeuvres complètes, Parigi 169), Molière, Jean-Baptiste Poquelin, detto - Ritratto. Incisione in rame di J. Leman.

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(fot. Alinari)
Molretta, diocesi di - Abside della Cattedrale (sec. xili).

la sua ingenua sete di gioia il poeta è continuamente contrastato e sopraffatto, e la commedia, che vorrebbe cantare l'abbandonarsi alla naturalezza del vivere e dell'amore, diventa, imprevedutamente, audace e amaro dramma: quasi si distacca dai suoi propositi e gli si rovescia addosso. Proprio in questo distacco della immagine poetica della elaborazione disposta con tanta solerzia e così scaltra sapienza tecnica, è la poesia; e l'opera diventa, come proseguendo da sola verso l'audace amara verità che lo soverchia, giudice del suo autore.

BIBL.: edd.: Oeuvres (corredate di antiche incisioni e annotate da B. Guégan), 7 voll., Parigi 1925-29; Oeuvres de M. (secondo i testi originali, con notizie di J. Copeau), 10 voll., 1929; Oeuvres complètes (testo critico e note di M. Rat), 2 voll., 1932. Repertori bibliografici: P. Lacroix, Collect. mollieresque, 20 voll., 1876-77; id., e G. Monval, Nouvelle collect. mollieresque, 17 voll., 1876-77; id., e G. Monval, Nouvelle collect. mollieresque, 17 voll., 1881-90; C. Levi, Saggio di una bibl. italiana di M., in Studi molieriani, Palermo 1922, p. 187 sgg.; P. F. Saintonge-R. W. Christ, Fifty years of M. studies (1892-1941), Baltimore 1942. Biografie e studi: dei numerosi contributi V. specialmente: C. Levi, M., Roma 1922; F. Picco, M., Firenze 1930; G. Michaut, M. raconté par ceux qui l'ont vu, Parigi 1932; M. Apollonio, M., Brescia 1942; P. Brisson, M., sa vie dans ses oeuvres, Parigi 1942; D. Mornet, M., 1943.

Mario Apollonio