NABONEDO (babil. "Nabū-nā'id = «Nabū è eccelso»). - Ultimo re di Babilonia, il cui regno (556-539) chiude tragicamente la storia non ancora centenne dell'Impero neobabilonese e quella plurimillenaria del predominio semitico-accadico nel prossimo Oriente.
Relativamente numerose sono le iscrizioni cuneiformi su di lui ed il suo Regno: tra le altre una sua iscrizione di fondazione e quella assai disputata che tratta di sua madre sacerdotessa del dio Sin a Haran, nel tempio E-hāl-hāl che ebbe tanta influenza sulla sua pietà. Apertamente faziose, però, sono le iscrizioni, narranti la storia del suo Regno, per opera dei sacerdoti di Marduk e di Ciro, che nel 539 entrò, con applausi trionfali, in Babilonia. Peraltro le fonti greche sono di uso difficile. Gravi problemi esegetici si devono affrontare volendo applicare a N. pericopi del libro di Daniele.
La figura di N. è travisata in parte persino dagli storiografi moderni ed in enciclopedie e manuali. Secondo costoro N. era uno scienziato distratto ed indifferente ai compiti del Regno, un archeologo, un capo strano posseduto dall'idea fissa di promuovere il culto della Luna, e, chi sa per quale capriccio, assente per anni da Babilonia, in villeggiatura nell'oasi di Tejmā' in Arabia. Gli ultimi studi, specialmente quello di R. P. Dougherty, ne hanno ristabilito una immagine più vera. N. è figlio di un nobile principe della Babilonia, "Nabū-balāṭu-iqbī, con qualche probabilità di discendenza aramaica, e della sacerdotessa su accennata (il cui nome non si sa), anch'essa con relazioni aramaiche. Da tale sacerdotessa N. ricevette una formazione scientifica e religiosa superiore a quella di Nabuchodonosor, ed ereditò una profonda devozione al dio Sin. Questa si congiunse in lui a un vivo senso storico, del resto non estraneo agli altri re neobabilonesi. Di animo profondamente religioso, N. percepì l'inferiorità della religione invecchiata del suo Impero di fronte a quella nuova dello jahwismo e alla religione iranica, monoteistica l'una e almeno tendente al monoteismo l'altra. Maturava dunque in lui un programma di riforma: di ristabilire cioè l'età più antica, più originale della religione mesopotamica, l'evo di Nannar, nome sumerico di Sin. Statue, rituali, persino i templi stessi dovettero essere riformati secondo modelli o piante più antiche. Così si spiega il suo interesse per l'archeologia, la stima dei sogni e visioni; ma egli non fu un riformatore antistorico, a differenza di Echnaton (v. IV), con cui ebbe un po' le stesse sorti: l'inimicizia cioè di un fortissimo partito sacerdotale, l'essere considerato in parte «eretico» e «malfattore», la crudele damnatio memoriae. Il suo senso storico lo fece anche impegnare negli affari politici. Capì il problema insito nell'Impero neobabilonese: all'esterno cioè la squilibrata tetrarchia di Media, Babilonia, Lidia, Egitto, di natura labile e pronta a cadere ad ogni momento davanti alle truppe ben esercitate dei Medi; all'interno, la continua rivalità fra i diversi elementi dello Stato neobabilonese: Caldei, Aramei, Babilonesi, e specialmente le diverse clientele dei templi. Mancava inoltre il vigore fisico, la freschezza di sangue e lo spirito bellicoso dei Medi.
Si può ritenere che N. nacque ca. il 610. La notizia di Erodoto potrebbe avere consistenza: il Siennesio di Cilicia e N. avrebbero mostrato la loro abilità politica nel comporre la pace di compromesso fra Htumegu (Astiage) di Media ed Aliatte di Lidia, nel 585, stabilendo la famosa frontiera sul Halys. Così non susciterebbe meraviglia il documento pubblicato

NABATEI - In alio: moneta di Areta III (87-62 a. C.); in basso: moneta di Areta IV (9 a. C.-40 d. C.) - Gerusalemme, convento di S. Anna.
da Dougherty, secondo il quale suo figlio Bél-far-uşur (v. BALDASSARRE) fu « un ufficiale principale del Re », preparato a partecipare al Regno del padre quasi dall'inizio, come di fatto avvenne.
Il resoconto della rivoluzione del 556 è mutilato per l'assenza di tre righe preziose. Labdhi-Marduk, figlio minorenne di Neriglissar, fu allora ucciso, e N. acclamato da tutti. Tuttavia N. era conscio dell'usurpazione, insistendo che il suo rivale era stato destinato al trono « contro la volontà degli dèi » e considerandosi come « rappresentante » di Nabuchodonosor e Neriglissar nel Regno. Subito dopo l'ascesa al trono N. fece una spedizione all'ovest, fino a Gaza in Palestina, stabilendosi in tutto il vasto territorio dell'Impero, non ancora diminuito. Nel terzo anno ricevette una visione da Sin, che lo incoraggiava alla conquista di Haran, allora in possesso dei Medi, e alla ricostruzione del famoso tempio di Sin in quella città. Alle sue preoccupazioni la visione rispose che tre anni dopo il Re di Media sarebbe stato vinto da un « suo piccolo servo », il Re di Anšan. Allora, sull'esempio di Nabopalassar e Ciassare, N. fece alleanza con Ciro, re di Persia, occupò Haran e ricostruì in tempo assai breve il famoso tempio. Ciro però, re di Persia, riuscì a conquistare Hangmatana nel 550, e la Media venne incorporata nel suo Impero, in posizione di favore. N. sentì spavento da un tale squilibrio internazionale e strinse alleanza con Creso di Lidia e con l'Egitto. Volendo estendere il suo Regno, stabilire un contrappeso ai soldati feroci di Ciro, s'avvì verso l'Arabia, dove si stabilì nell'oasi di Tejmâ', punto di controllo di molte strade di carovane dato che le vie del nord e dell'est erano bloccate dalla Media oramai ostile; controllò inoltre la costa orientale del Mar Rosso. Rimane qualche mistero sul complesso delle ragioni della sua assenza, prolungata almeno dal settimo all'undicesimo anno del suo Regno. Più ancora divenne disastrosa la situazione quando Creso, affidandosi all'oracolo della Pizia di Delfo, attraversò il Halys, e quando per la marcia inaspettata di Ciro su Sardi perdette Impero e vita, nel 546. Haran sembra essere andata perduta già prima, perché la madre di N. morì nell'accampamento dell'armata nel nono anno di N.
Suonò allora l'ultima ora dell'Impero neobabillonese. N., non più contento che Baltassar regnasse in Babilonia con il grosso dell'armata, ritornò. Ma Ciro riuscì a trarre a sé il potente governatore di Gutium, Gubaru, ed a preparare la conquista dall'interno con i suoi partigiani, i sacerdoti di Marduk. Cospiravano inoltre i Giudei, che si sentivano anch'essi oppressi dalle riforme religiose di N. Ricordando peraltro le stragi dei Medi, che distrussero tante statue di divinità, N. raccolse in Babilonia tutte le statue delle province minacciate, altro motivo di propaganda contro di lui da parte dei sacerdoti danneggiati. La guerra decisiva del 540-539 finì ben presto: Ciro, forzata le fortificazioni di Opis, prese Sippar. Allora la via fu libera per la città di Babilonia, nella quale Gubaru entrò senza battaglia. N. fuggì, ma fu fatto prigioniero e, con probabilità, giustiziato insieme al figlio Baltassar.
La memoria di N. fu sistematicamente oscurata dai vincitori. Però, nonostante questa triste sorte, N. rimase un personaggio attraente, e gli usurpatori babilonesi, all'avvento di Dario, si chiamarono « figli di Nabuchodonosor e di N. ».
BIBLI: opera fondamentale: R. P. Dougherty, Nabonidus and Balthazar, Nuova Haven 1929. Altre opere: Sidn. Smith, Babylonian historical texts, Londra 1924; id., Cambridge ancient history, III, Cambridge 1925, pp. 318-32; id., Isaiah XL-LV, Londra 1944, pp. 24-48; B. Meissner, Könige Bab. u. Assyriens, Lipsia 1926, pp. 276-85; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1932, pp. 12-20; B. Bonkamp, Die Bibel im Lichte der Keilschriftforschung, Recklinghausen 1939, pp. 525-36. Sulla stele di Eski-Haran: H. Pognon, Inscriptione sénitiques de la Syrie..., Parigi 1907, pp. 1-14, tavv. 11-13; P. Dhorme, in Rev. bibl., 17 (1908), pp. 130-35; S. Langdon, Vorderasiatische Bibliothek, IV, Berlino 1912, pp. 288-95 (cf. P. Dhorme, in Rev. d'assyriol., 11 (1914), p. 106); F. H. Weissbach, Käppä, in Pauly-Wissowa, X, coll. 2000-21; H. de Genouillac, N., in Rev. d'assyriol., 22 (1925), pp. 71-83; J. Lewy, The late assyro-babylonian cult of the moon..., in Hebrew Union College annual, 19 (1945 ed.), pp. 405-489; B. Landsberger, Die Baualstele von Eski-Harran: Halil Edhem Hatira Kitabi, Ankara 1947, pp. 115-51, tavv. 1-3;
E. Dhorme, Le mère de N., in Rev. d'assyriol., 41 (1947), pp. 1-21 (Recueil E. Dhorme, Parigi 1951, pp. 325-50). Pietro Nober