NAPOLI

NAPOLI. ARCIDIOCESI di - Cristo di S. Gregorio armeno dopo il
restauro. Scultura in legno (primi del sec. XV).

con il nome di catacomba di S. Severo. In uno degli arco-
soli la figura di un alto magistrato, il sepolto, al centro, tra
quattro santi, i primi due, a destra e a sinistra, Pietro e Paolo.
In un altro arco-solio di fronte, i ss. Protasio e Gervasio.
L'influsso milanese è evidente; con il vescovo napoletano
Severo, s. Ambrogio ebbe occasione di scambiare una
lettera, e reliquie di Gervasio e Protasio erano nell'altare
della basilica eretta da s. Paolino a Fondi. Gli affreschi
di questo cubicolo appartengono al sec. V.

2. Battistero

Agli ultimi anni del IV sec., più che
ai primi del V, appartiene il battistero di S. Giovanni in
fonte; presso il Duomo e precisamente a destra di chi
guardi l'abside della basilica di S. Restituta. Di pianta
quadrata, è sormontato da una cupola che si raccorda
alle mura perimetrali mediante la trasformazione della
parte superiore degli spigoli in voltini o nicchie a cuffia,
così che il quadrato termina in ottagono. Della decora-
zione musiva della cupola rimangono solo alcune parti.
Al centro della cupola, entro un cerchio circoscritto da una
fascia decorata con cesti e coppe colme di fiori e frutta,
affiancati da uccelli affrontati, e nel campo di un cielo
azzurro stellato, la croce monogrammatica con le lettere
apocalittiche, coronata dalla mano divina. Nella fascia
che circonda il cielo stellato, in corrispondenza della testa
della croce, la fenice tra due palme. Da questo cerchio
centrale partono otto trapezi, divisi da fasce ornate di
turgidi festoni di fiori, frutta, uccelli. Di queste otto zone
trapezoidali, cinque sono conservate, in tutto o in pic-
cola parte; una di esse è suddivisa in due in senso ver-
ticale, un'altra in due, ma in senso orizzontale. L'asse del
Battistero era da est a ovest, e ad est o a ovest era l'in-
gresso primitivo; ora si entra da sud. Nella zona nord-est,
due scene: la Samaritana al pozzo e il Miracolo di Cana;
subito dopo, sulla parete est, la parte inferiore di un
Apostolo nella Moltiplicazione dei pani, nell'angolo est-
sud, la scena del Dominus legem dat. Cristo sul globo con
Pietro crucigero alla sua sinistra; Paolo è distrutto. Sulla
porta attuale, la zona è divisa in due, orizzontalmente:
Pietro salvato dai frutti, in alto, e la Pesca miracolosa, in
basso. Nell'ultima zona superstite, a sud-ovest, la testa
di una delle microfore al sepolcro di Gesù e l'angelo assiso
sulla pietra. Nei quattro voltini, dei simboli degli evan-
gelisti ne rimangono due, a sud-est l'uomo alato; a sud-
ovest il leone alato. Nei quattro scompartimenti, che risul-
tano posti tra i voltini con gli evangelisti, otto apostoli,
due per parte, che offrono le corone. Sull'arco frontale
dei voltini scene alternate, del Pastore tra due pecore e
del Pastore tra due cervi che si dissetano.

3. Basiliche

Della prima dà notizia il Liber Ponti- ficalis romano. Fu costruita e dotata dall'imperatore Co- stantino. Né il Liber Pontificalis né Beda indicano a chi fosse dedicata, come non meritano fede le attribuzioni date da Adone e dal monaco Giovanni autore della Cronaca di S. Vincenzo al Volturno (sec. XII), che la dicono in- titolata al Salvatore. Alla metà, però, del sec. IX, detta basilica veniva chiamata di S. Restituta, dalla martire, molto probabilmente africana, assai venerata nell'Isola d'Ischia (a Lacco Ameno), e di là, forse, trasportata a N. La basilica costantiniana era a cinque navi e senza tran- setto. Ne fu tagliata la estremità inferiore, verso sud, quando nel 1294 si dette inizio all'attuale cattedrale an- gioina; in seguito subì la trasformazione di tutta la parte superiore ai capitelli, la sopraelevazione del pavimento e l'occasione delle due navate estreme. Dell'antica rimane solo la pianta, parte dell'abside e il colonnato. Nella navata di sinistra, la cappella di S. Maria del Principio, con mu- sico della Madonna, s. Gennaro e s. Restituta, del 1313.

La seconda cattedrale di N. fu la basilica costruita dal
vescovo Stefano I (499-501). Sorgeva presso l'Episcopio
ed era dedicata al Salvatore; ma dal nome del fondatore
era abitualmente detta la Stefania. Andò completamente
distrutta nel 1294 con il sorgere della Cattedrale angioina.
Il vescovo Giovanni II il Mediocre (557 ca.) ne ricostruì
l'abside, distrutta da un incendio, e vi fece rappresentare
in musicao la Trasfigurazione, che fu rinnovata dopo altro
incendio, nella seconda metà del sec. VIII, quando accolse
i corpi dei martiri Eutichete ed Acuzio trasportati da
Pozzuoli; e, poco prima della metà del sec. IX, i corpi dei
vescovi di N. trasportati dai cimiteri suburbani.

Delle altre basiliche sorte prima del Mille, vanno
ricordate, per ordine di tempo: la Severiana eretta dal
vescovo Severo (363-409 ca.), se ne conserva l'abside ar-
cheggiata con pulvini sovrapposti ai capitelli, decorati di
monogramma greco-latino; la Soteriana, eretta dal ve-
scovo Sotero (vivo nel 465), in onore degli Apostoli; la
Pomponiana, eretta dal vescovo Pomponio, nel terzo
e quarto decennio del sec. V, in onore della Vergine e
detta S. Maria Maggiore; la basilica in onore di s. Lorenzo,
opera del vescovo Giovanni il Mediocre; la Vincenziana
fatta dal vescovo Vincenzo (557-80 ca.) in onore di s. Gio-
vanni Battista (S. Giovanni Maggiore); ne rimangono
due delle quattro colonne che sorreggevano il tamburo
della cupola, che hanno i capitelli decorati del monogramma
del vescovo Vincenzo; l'abside primitiva, d'importanza
almeno uguale a quella della Severiana, rimane ancora
accecata da muri ed archi posteriori.

La basilica di S. Gennaro, annessa alla diaconia omo-
nima, è opera del vescovo Agnello (674-95 ca.) e la basi-
lica di S. Paolo fu eretta dal duca della città, Antimo (801-
818). La Severiana, la Soteriana, la Pomponiana, la Vin-
cenziana e S. Paolo ebbero in tutto il medioevo l'appella-
tivo di catholica; la Severiana, la Pomponiana, la Vincen-
ziana sono tra le parrocchie più antiche e, tuttora, sede
di collegiate.

4. Calendario marmoreo

Fu ritrovato nel 1742 nella basilica di S. Giovanni Maggiore. Si tratta di due grandi lastre marmoree, lunghe ca. m. 6 e alte m. 0,88, su cia- scuna delle quali, in dodici colonne, due per mese, sono incisi i nomi dei santi e delle feste dei vari giorni dell'anno (v. SORA, col. 247). Fu eseguito poco dopo la metà del sec. IX per servire da plutei, o cancellata, d'altare. Non è un monumento liturgico nel senso di un calendario per l'oro divini officii, ma destinato alla devozione privata. Molto meno è un monumento storico, come si è preteso, o un atto di politica ecclesiastica, quasi a significare l'at- taccamento a Roma. Il tentativo del patriarca di Costan- tinopoli, tra il 718 e il 747, di accaparrarsi la soggezione del vescovo di N., Sergio, nominandolo arcivescovo, rimase

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(fot. Gabinetto fotografro della Sapint. alle Gallerie di N.) NAPOLI, ARCUNOCEST di - Cristo di S. Gregorio armeno dopo il restauro. Scultura in legno (primi del sec. xv).

con il nome di catacomba di S. Severo. In uno degli arcosoli la figura di un alto magistrato, il sepolto, al centro, tra quattr

senza effetto. La grecità della chiesa di N., innestata su un fondo etnico, culturale, politico, sociale, si svolge nel campo letterario, monastico, agiografico, liturgico.

Della scultura a rilievo palecristiana, quasi nulla rimane: i sette o otto frammenti del Museo nazionale, parte di sarcofagi, sono di origine o romana o incerta. Molto più rimane della scultura medievale, plutei e paliotti d'altare. Tra i plutei, quelli di S. Giovanni Maggiore e della cosiddetta cappella di S. Aspreno alla Borsa, e di epoca più tarda, quelli in S. Restituta con le Storie di Giuseppe l'uno, e l'altro con le Storie di S. Gennaro, di Sansone e di quattro martiri greci. Per le chiese posteriori, V. Arte.

5. Epigrafia

Poco abbondante è la messe epigrafica anteriore al sec. VII. Tranne alcuni nudi nomi greci e latini della catacomba di S. Gennaro, nessuna iscrizione è giunta più antica del sec. IV; di esse pochissime con data certa, la più antica è del 377. Da ricordare quelle del vescovo Massimo (m. verso il 361), del vescovo Gaudioso di Abitine, dell'abate Habetdeus (m. nel 468), della matrona Candida clarissima femina (m. nel 585), dell'abate S. Agnello (m. tra il 593 e il 600). Dedicataria è l'iscrizione dipinta, che dichiara il nome del Santo rappresentato nella lunetta di un arcosolio della catacomba di S. Gennaro, tra due defunte, Sancto martyri Ianuario, del sec. V. sec. V-VI, l'iscrizione sepolcrale greca di Paola, figlia del suddiacono Paolo. Per il sec. VII, l'iscrizione metrica del diacono Teofilatto; per l'VIII, quella, greca, del duca Teodoro (m. nel 729-30), restauratore della diaconia dei SS. Giovanni e Paolo nel 721-22, e quella del duca Buono (m. nel 783).

6. Clero antico e Capitolo

Caratteristici uffici nel clero antico sono quelli del Notarius, del Primicerius scholae cantorum, del cimiliarca, del canonarca, del paramanario, del vestrario. Si hanno i presbyteri cardinales o semplicemente cardinales, i diaconi cardinales, il primicerio, l'arcidiacono, l'arciprete del clero cattedrale, attestati, prima ancora che sia esplicitamente menzionato il Capitolo cattedrale, per gli anni, rispettivamente, 1000, 1065, 1065. Il Capitolo è, in forma esplicita, nominato la prima volta nel 1167; non c'è dubbio che esistesse già prima; nei secc. XII e XIII, e sino al 1308, spesso ha eletto l'arcivescovo. Dei 30 membri che oggi lo compongono, 7 presbiteri e 7 diaconi hanno un titolo cardinalizio, menzionato nelle bolle di nomina. Sono i titoli delle antiche chiese a cui presiedevano; il più antico di cui sia giunta testimonianza, dell'anno 1337, si riferisce al canonico cimiliarca ed è quello dei martiri Eutiche ed Acuzio.
Bibl.: G. B. De Rossi, La basilica di S. Giovanni Maggiore in N. ed i nomi dei vescovi nei capitelli delle chiese in Italia, in Africa, in Oriente, in Bull. di arch. crist., 3a serie, 5 (1880), pp. 160-68; Eubel, I, pp. 359-60; II, p. 221; III, p. 272; IV, pp. 254-55; I. Birkner, in Röm. Quartalschr., 41 (1933), pp. 79-90; H. Leclercq, s. V. in DACL, XII, 1, col. 691 seg.; A. Belucci, Ritrovamento della catacomba di S. Eusebio e di nuove zone della catacomba di S. Gaudioso a N., in Atti del III Congr. internaz. di arch. crist., Roma 1934, pp. 327-70; P. F. Kehr, Italia Pontif., VIII, Berlino 1935, pp. 415-17; H. Achelais, Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936; D. Mallardo, Ricerche di storia e di topografia degli antichi cimiteri cristiani di N., Napoli 1936; id., Ordo ad ungenuum infrumum, Napoli 1938; id., Il Calendario Loteriano, Napoli 1940; id., S. Gennaro e compagni nei più antichi testi e monumenti, in Rend. della R. accad. di arch. della Società reale di N., 20 (1940); id., Storia antica della Chiesa di N., Le Fonti, Napoli 1943; H. Delchaye, Hagiorg. napolitaine, in Anal. Bolland., 57 (1939), 59 (1941); A. Ferrara, Il calendario marmoreo napoletano, in Civ. Catt., 1948, 1; id., Note sul testo del «Calendario marmoreo» di N., in Miscell. liturg. in honorem L. C. Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 135-67; L. De Bruyne, La decorazione dei baptisteri paleochriensis, ibid., p. 189 seg.; C. Cecchelli, La decorazione paleocristiana e dell'alto medioevo nelle chiese d'Italia, in Atti del IV cong. di Arch. crist., II, Città del Vaticano 1948, p. 127 seg.; D. Mallardo, La Campania e N. nella crisi ariana, in Riv. di stor. d. Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 185-226; id., Il calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947; id., La vita degli antichi monumenti di N. e della Campania, in Riv. di arch. crist., 25 (1949); id., L'incubazione nella cristianità medievale napoletana, in Mélanges Peeters (Anal. Bolland., 57), Bruxelles 1949, pp. 466 seg.; id., Giovanni diacono napoletano. La vita, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 317 seg.; id., Giovanni diacono napoletano. La continuazione
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(not. Alinari)

NAPOLI, ARCIDIOCESI di - Assunzione della Vergine. Bassorilievo in marmo di A. Caccavello (ca. 1570) - Napoli.

del «Liber Pontificalis», ibid., 4 (1950), p. 325 seg.; id., Le origini della Chiesa di N., in Miscell. Pio Paschini. I, Roma 1948, p. 27 seg. Domenico Mallardo

X. Arte

Del periodo romanico non sono molte le opere: in architettura è un unicum il campanile della chiesa di S. Maria Maggiore, del sec. XI; in pittura, alcune icone duecentesche fra cui quelle di S. Domenico in S. Domenico e in S. Pietro Martire; nella scultura, invece, fervida di un'altissima produzione in tutta le regione campana, fiorirono anche stupende opere lignee: Crocifissi, Deposizioni, Madonne, di cui sono magnifici esempi quelli conservati in Duomo, S. Maria a Piazza, S. Aniello a Canonopoli, S. Giorgio Maggiore, ai Gerolamini.

Il periodo angioino fu foriero di una intensissima attività artistica. Il gotico d'oltralpe si affermò decisamente con gli architetti della corte angioina: sor-sero bellissime chiese di pure forme francesi: S. Elio, S. Lorenzo Maggiore, il Duomo, S. Chiara, e la città si abbellì anche di sontuose costruzioni civili come il Castel Nuovo e S. Elmo. I canoni oltremontani s'andarono però lentamente modificando e al primo gruppo di edifici religiosi e civili, rispecchianti fedelmente le forme del paese d'origine, presto s'aggiunsero più serene interpretazioni del gusto locale. Tali l'Incoronata, S. Pietro a Maiella, S. Domenico, S. Maria Donnaregina.

Anche nella scultura il primo apporto fu dato agli inizi del Regno, dagli artisti francesi; ma fu ancora più denso di frutti l'arrivo a N. del senese Tino di Camaino, chiamato da re Roberto per scolpire la tomba di Maria d'Ungheria in Donnaregina e rimasto nella città fino al 1337. Opere sue furono le tombe di Carlo di Calabria, di Maria di Valois in S. Chiara, di Filippo di Taranto e di Giovanni di Durazzo in S. Domenico, oltre a tutta una vasta e discussa serie di sculture frammentarie. Ad inestare sul complesso dei fatti culturali di quegli anni altri elementi toscani, giunsero poco dopo i fiorentini Pacio

NAPOLI, ARCIDIOCESI di - Giove fulmina i giganti. Porcellana di Capodimonte (sec. XVIII).

e Giovanni Bertini, autori del gran cenotafio di re Roberto in S. Chiara anch'esso deturpato nel gran disastro che s'abbatté sulla chiesa durante la seconda guerra mondiale. La pittura del Trecento a N. è importante capitolo nella storia dell'arte: vi scese, primo di tutti, il romano Pietro Cavallini e lasciò affreschi in Donnaregina, poi Simone Martini e infine Giotto che lavorò, com'è dalle fonti, in S. Chiara, in S. Barbara e in Castelnuovo ad affreschi oggi tutti perduti; le correnti locali infine continuarono sulla scia di questi maestri la validità di un periodo particolarmente felice per le arti figurative. Le forme affermatesi nell'età gotica si protrassero per tutta la prima metà del '400, aderendo via via ad altri elementi culturali catalani, borgognoni, fiamminghi. Non mancarono però voci rinascimentali come quella di Donatello che insieme a Michelozzo scolpì la tomba del card. Brancaccio per S. Angelo a Nilo. Si dové arrivare poi al Regno aragonese per vedere consolidata la concezione umanistica della Rinascenza. Si ricordino, a celebrare questo periodo, l'arco trionfale costruito in Castelnuovo per Alfonso d'Aragona e la presenza a N. di artisti come Franco Cesar, Lorenzo, certo uno degli scultori dell'arco, Giuliano da Maiano, autore della Porta Capuana, il Rossellino e Benedetto da Majano cui si deve la Cappella Piccolomini in Monteoliveto, ecc. Nel campo della pittura, dove furono soprattutto vivaci le conseguenze della cultura allogena, emerse Colantonio, interessante per i rapporti di mediazione tra l'arte fiamminga e la formazione meridionale di Antonello da Messina.

Nel Cinquecento, per lo più, si ripeterono ad operai di artisti locali le forme quattrocentesche. Fra gli architetti sono da ricordare il calabrese Mormando, il Maglione, il d'Angelo insieme al lombardo Domenico Fontana, autore della facciata di Palazzo Reale, al fiorentino Dosio, all'aquilano padre Valeriani, che costruì in Gesù Nuovo, e allo spagnolo Pirro Luigi Scriva, che eresse per don Pedro di Toledo le nuove parti della fortezza di Castel S. Elmo. Nella scultura vi fu una vera e propria scuola che produsse per tutto il secolo, fino all'avvento dei toscani Michele, il Angelo Naccarino e Pietro Bernini, una serie di notevolissimi artisti. Caposcolu fu Giovanni da Nola; insieme a Gerolamo Santacroce, egli si ispirò alle opere toscane della chiesa di Monteoliveto e ornò, al pari dei d'Auriana e di Annibale Caccavello, chiese e palazzi napoletani di belle sculture. La pittura cinquecentesca partecipò di molte influenze; ai primi del secolo artisti forestieri, come lo Zingaro, il Rosso, Cesare da Sesto e Giorgio Vasari, vennero a dipingere nella città. Un facile manicismo si acclimato quindi nell'ambiente locale e dal primo e originale Andrea da Salerno giunse alle raggellate interpretazioni del Curia, dell'Imparato, del Santafede.

Il breve soggiorno del Caravaggio a N., tra il 1606 e il 1607, sollevò di colpo queste mediocri sorti.

Il Seicento fu il secolo d'oro della pittura napoletana. La novità caravaggesca, assorbita da tre grandi pittori, Battistello, Ribera e Mattia Preti, diede l'avvio ad una scuola che per tre secoli ebbe ininterrottamente grande prestigio nella penisola. Dall'immediato caravaggismo di Battistello, che nello stesso 1607 assumeva atteggiamenti propri del maestro, nella Liberazione di S. Pietro dal carcere del Pio Monte della Misericordia, al seguito ribere- sco più riordino di residui manieristici e infine alla personale visione pretiana, una nuova linfa si inserì nella pittura napoletana e continuò per tutti gli artisti del secolo, Luca Giordano, Massimo Stanzione, Francesco Fracanzano, Andrea Vaccaro, Bernardo Cavallino, Salvatore Rosa, Micco Spadaro, Aniello Falcone fino al settecentesco Solimena, che tradusse nel nuovo secolo il ricordo stilistico caravaggesco. Figura notevole del Seicento fu anche Cosimo Fanzago, architetto e scultore e elegante decoratore di interni chiesastici con fiorite incrostazioni marmoree policrome.

Nel Settecento l'influenza del Solimena, che ebbe seguaci in pittura Sebastiano Conca, il De Mura e il Bonito, fu viva anche nel campo dell'architettura e della scultura. Ferdinando Sanfelice, Domenico Antonio Vaccaro, il palermitano Medrano e il fiorentino Ferdinando Fuga, abbellirono la città con sontuosi edifici commessi dai re borbonici, fino a Luigi Vanvitelli, il massimo esponente della architettura settecentesca che legò il suo nome alla grandiosa Reggia di Caserta. Nella scultura si ricordano il Queirolo, il Celebrato e il Sammartino, quest'ultimo rinomato iniziatore della scultura minore di presepe, caratteristica ed originale affermazione dell'arte napoletana.

L'Ottocento si iniziò in architettura con il fine neoclassicismo del Nicolini, autore della bella facciata del Teatro di S. Carlo e della villa Floridiana. Nella seconda metà del secolo ebbe una sua forte personalità lo scultore Vincenzo Gemito, mentre la pittura, dapprima con la scuola di Posillipo cui appartiene Giacinto Gigante, seguito dal Carelli e dallo Smargiassi, poi con Domenico Morelli, i Palizzi e Gioacchino Toma e Saverio Altamura, continuò la grande tradizione dei secoli precedenti. - Vedi tavv. CVII-CIX.

BIBL.: V. anzitutto G. Ceci, *Saggio di una bibliogr. per la storia delle arti figurative nelle province napoletane*, Bari 1911; e tra le varie guide: C. D'Eugenio Caracciolo, *N. sacra*, Napoli 1624; C. de Lellis, *Suppl. alla N. sacra del d'Eugenio*, ivi 1654; G. Sigismondo, *Descriz. della città di N.*, ivi 1788-89; R. Liberatore, *Viaggio pittorico nel Regno delle Due Sicilie*, ivi 1829; L. Catalani, *Le chiese di N.*, ivi 1845-53; C. Celano, *Notiz. del bello, dell'antico della città di N.*, con aggiunte di G. B. Chiarini, ivi 1856-60; G. A. Galante, *Guida sacra della città di N.*, ivi 1872. Per le fonti, V. A. P. Orlandi, *Abecedario pittorico*, ivi 1733; B. de Dominici, *Vite dei pittori*, scultori ed architetti napoletani, ivi 1742-43; V. inoltre: C. T. Dalbono, *Storia della pittura in N. e in Sicilia*, ivi 1859; H. W. Schulz, *Denkmäler der Kunst des Mittelalt. in Unteritalien*, Dresda 1860; J. Burckhardt, *Der Cicerone*, Lipsia 1869; V. Schultze, *Die Katacomben von S. Genaro dei Poveri*, Jena 1873; G. Filangieri, *Documenti per la storia, le arti e le industrie nelle province napoletane*, Napoli 1883-91; B. Croce, *Sommario critico della storia dell'arte napoletana*, in *N. nobilissima*, 1-3 (1892-94); E. Bertaux, *L'art dans l'Italie méridionale*, Parigi 1904; W. Rolfs, *Gesch. der Malerei Neapels*, Lipsia 1910; F. Nicolini, *L'arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Mighel*, Napoli 1925; A. de Rinaldis, *La pittura del Seicento nell'Italia merid.*, Firenze 1929; O. Morisani, *Pittura del Trecento a N.*, Napoli 1948; F. Bologna-R. Causa, *La scultura lignea nella Campania*, ivi 1950 (con bibl.). Giovanni Carandente