ONCIALE E SEMIONCIALE, SCRITTURE

ONCIALE e SEMIONCIALE, SCRITTURE.

- Il termine «o.» si trova usato per la prima volta da S. Girolamo (prefazione al libro di Giobbe: PL 28, 1142), per indicare genericamente, a quanto sembra, la scrittura maiuscola di grandi dimensioni. Con questo significato s'incontra ancora, nel sec. IX, in una lettera di Lupo di Ferrières (PL 119, 448), poi in un commentario anonimo all'Ars di Donato del sec. X (cf. H. Hagen, Anecdota Helvetica [Gramm. lat. ex recens. Keilii, Supplement], Lipsia 1870, p. 221 sq.; cf. L. Traube, Vorlesungen und Abhandlungen, III, Monaco 1920, p. 116 sq.) e in un passo dell'anonima biografia di S. Severo, vescovo di Ravenna, dell'XI sec. (cf. Rostagno [V. BIBLICA.], p. 167).

Per gli antichi, dunque, è probabile che la parola o. non indicasse una scrittura assai diversa dalla capitale. Ma sull'origine e sul vero significato del termine le opinioni dei paleografi moderni non sono concordi: alcuni lo fanno derivare da unica (la dodicesima parte di un piede), che avrebbe dato il nome alla scrittura per l'altezza delle lettere, o perché esse occupano la dodicesima parte di una colonna (Hatch); altri da unicus o addirittura da unicus per la forma ricurva di alcune di esse (Allen), o dalla forma dell'antico segno convenzionale dell'oncia (Barone); altri ancora affermano che sulla formazione del termine da unica può aver influito la somiglianza della forma di alcune lettere con un unicus (Madan). In realtà anche gli studi più recenti non sono giunti ad una conclusione soddisfacente. Comunque, dall'opera dei Maurini (Nouveau traité de diplomatique, II, Parigi 1755) in poi convenzionalmente il termine «o.» indica un genere di scrittura in cui alcune lettere capitali hanno arrotondato le loro forme quadrate. Si dovrebbe parlare, perciò, più propriamente di lettere oonciali, che di «scrittura» o. Va tenuto presente comunque che il vocabol «o.» denigna, rispetto alla paleografia greca, la scrittura maiuscola dei papiri e delle pergamene in conrapposizione a quella di tipo epigrafico e rispetto alla paleografia latina la scrittura maiuscola libraria (che non esclude però esempi paladari), con tendenza alle forme rotonde, in contrapposizione alla capitale.

Il termine «s.», anch'esso consacrato dai Maurini per una scrittura che è solo nella paleografia latina, voleva indicare un rapporto dimensionale e genetico tra questa scrittura e l'o.: e sebbene oggi la relazione genetica venga esclusa, il vocabol «o.» tradizionalmente accettato a preferenza di altri, proposti da vari studiosi, che si prestano a nuovi equivoci.

Bibl.: S. Allen, Uncial or uncial?, in The Classical Rev., 17 (1903), p. 387 sqq.; F. Madan, Uncial or uncial?, ibid., 18 (1904), p. 48 sqq. (risposta alla nota di S. Allen); E. Rostagno, Litterae unciales, in Riv. delle Bibl. e degli Arch., 26 (1915), p. 165 sqq.; W. S. Merrill, The uncial in Ferone and Lupus, in Class. Philology, 11 (1916), p. 452 sqq.; N. Barone, Interno alla voce «o.» attributo di scrittura, Sarno 1916; W. H. Hatch, The origin and meaning of the term uncial, in Class. Philology, 20 (1925), p. 247 sqq.; D. Puzzolo-Sigillo, Interno all'effettivo valore della voce «o.» attributo di scrittura, in Atti dell'Accad. Pelorit., 36 (1934), p. 399 sqq.

I. NELLA PALEOGRAFIA GRECA

L'o. nacque o si sviluppò quando dai materiali propri dell'epigrafia si passò al papiro e dallo scalpello al calamo; pare che il suo centro di formazione sia stato principalmente Alessandria. Essa viene considerata distintamente a seconda che sia tracciata su papiro o su pergamena, perché il materiale scrittorio influenza notevolmente la forma delle lettere; il papiro non permette di arrotondare i tratti così bene come la pergamena; inoltre questi sul papiro risultano pressa poco della medesima grossezza, mentre la pergamena favorisce il contrasto tra linee piene e linee sottili.

I più antichi documenti in o. su papiro a noi pervenuti, oltre un contratto di matrimonio sicuramente datato al 311 a. C., si attribuiscono al sec. IV a. C.: un logos di Timoteo, i Persiani; l'imprecazione di una certa Artemisia contro il padre del proprio bambino che l'ha abbandonata, e altri frammenti di minore importanza. In questi documenti la forma delle lettere è in generale quella dello stile epigrafico, ad angoli e tratti rettilinei; solo qualche lettera comincia ad assumere la forma tipica dell'o.: il sigma lunato C e l'omega che s'avvia a divenire rotondo t.

Su pergamena il più antico manoscritto in o. è l'Iliade Ambrosiana (sec. III d. C.), di cui però rimangono soltanto poco più di cinquanta frammenti scritti sul rovescio di altrettante miniature, tagliate dal codice originale da qualche vandalico collezionista. Seguono immediatamente tre manoscritti della Bibbia: il Vati-canus, il Sinaiticus, e l'Alexandrinus, e uno del Vecchio Testamento: il Sarravianus o Colbertinus. Il più antico fra questi sembra il Vaticanus, da ascriversi alla 1a metà del sec. IV, quindi il Sinaiticus, con ogni probabilità del 1a 2a metà dello stesso secolo; l'Alexandrinus e il Sarravianus sono del sec. V.
Nei manoscritti più antichi l'o. è purissima e regolare; quasi tutte le lettere possono essere contenute in un cerchio o in un quadrato, il cui lato ha su per giù la stessa dimensione del diametro del cerchio. Più tardi, però, i criteri si trasformano e si deformano: i quadrati assumono la forma di rettangoli; i cerchi si appiattiscono e si rimpiccioliscono o si allargano smisuratamente; gli angoli si arrotondano, i tratti vanno perdendo la loro rigidità e qualcuno a volte si protende quasi in un tentativo di legamento con la lettera vicina. Contemporaneamente a questa trasformazione dell'o. antica, ha inizio l'uso di accentare i testi. Infine nel sec. IX, con l'introduzione della scrittura minuscola (v.) nei libri, l'o. comincia ad uscire dall'uso corrente e nei secoli successivi è impiegata quasi soltanto nei testi liturgici: per un ritorno d'arcaismo essa allora ridiventa dritta, elegante, stilizzata, e procede con una certa uniformità.

BIBL.: W. Wattenbach, Anleitung zur griechischen Palagographie, 3a ed., Lipsia 1895, p. 9 sgg.; F. G. Kenyon, The Palaeography of Greek papyri, Oxford 1899, p. 56 sgg.; E. M. Thompson, An introduct. to Greek and Latin palaeography, 1912, p. 104 sgg. (su papiro), e 198 sgg. (su pergamena); V. Gardhausen, Griech. Palagographie, II, Lipsia 1913, p. 88 sgg.; W. Schubart, Griech. Palagographie, Monaco 1925, passim; M. Noras, La scrittura letteraria greca dal sec. IV a. C. all'VIII d. C., Firenze 1939.

Nella paleografia latina. -

I. Origine

Le vivaci discussioni circa l'origine dell'o. latina non possono dirsi ancora conchiuse. Il Traube, presentandola come «scrittura cristiana», la riduceva ad una iniziazione diretta dell'o. greca, attraverso le prime versioni latine della S. Scrittura. Lo Schiaparelli, constatata la presenza di forme rotonde delle a, d, e, m (le lettere «caratteristiche» dell'o. latina) in documenti de

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(1st. Ena. Catt.) del Vangelo di Matteo, inizio del Vangelo di Mavve - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1209, p. 1277.

del sec. III dove l'alfabeto ha forme capitali accanto a forme corsive, ha negato tale derivazione diretta e, classificando questa scrittura mista con il nome di "s. arcaica", ha
l sec. III dove l'alfabeto ha forme capitali accanto a forme corsive, ha negato tale derivazione diretta c, classificando questa scrittura mista con il nome di «s. arcaica», ha fissato in essa un tipo di transizione, che in età dioclezianese, periodo di massima espansione della cultura latina e di più stretto contatto con il mondo spirituale greco, avrebbe dato origine all'o. e alla s. Infine il Marichal, riassumendo le tesi dell'ultima scuola paleografica francese in merito alla «minuscola primitiva» (cioè la minuscola libraria che si sarebbe formata dalla «capitale degenerata» e che praticamente si identifica con la s.), fa derivare l'o. da questa scrittura, come prodotto artistico che restituisce alle forme «familiari» della minuscola la solennità della capitale.

In verità nessuna delle teorie su esposte raggiunge la forza di una prova. Le osservazioni dello Schiaparelli escludono la derivazione diretta dell'o. latina da quella greca: sussiste tuttavia il fatto degli innegabili contatti tra le due scritture e della netta prevalenza dell'uso del-l'o. per testi sacri o liturgici. D'altro canto la s. arcaica, postulata dallo studioso italiano, non è suffragata da sufficienti esempi, e perdura il dubbio che le forme «pre-corritrici» siano piuttosto elementi di carattere personale e contingente. Quanto alla teoria della scuola francese, le va riconosciuto il merito di aver scalzato molte false teorie e di aver impostato il problema su basi nuove: tuttavia il passaggio dalla «minuscola primitiva» all'o. per l'esigenza di creare una scrittura posata di carattere maiuscolo non riesce persuasiva, dato che nella stessa epoca la capitale era nel suo massimo rigoglio. Carattere di maggiore probabilità ha l'ipotesi, già affacciata dal Traube, che il territorio di origine dell'o. latina sia l'Africa Proconsolare (una zona bilingue), da cui provengono le più antiche iscrizioni in o. che si conoscono (sec. III).

1940. Caratteristiche

L'o. si presenta come una scrittura maiuscola, in cui peraltro la bilinearietà non è così rigorosa come nella capitale. La maggior parte delle lettere conserva la forma capitale, con un tratteggio alquanto più sciolto e più rotondo; a, d, e, m si presentano nella forma caratteristica riconosciuta dai trattatisti come propria dell'o.; h e q sono di forma minuscola. La s. è invece una scrittura minuscola, che conserva qualche elemento maiuscolo (quasi sempre la n; talora la g e la e [nella forma o.]; raramente la r e la s). La a assume ora la forma aperta, quale si trova già nella corsiva, ora quella chiusa, considerata caratteristica; la g accanto alla forma caratteristica (derivata dalla corsiva) presenta anche una forma maiuscola caudata; la i è talora alta; la m ha le due prime gambe dritte, la terza ripiegata; la r e la s, quando non sono di forma maiuscola, mostrano una forma che richiama quella della corsiva; la t ha il tratto discendente rotondo.

Alcuni paleografi distinguono inoltre, con lo Schiapparelli, un'o. e una s. rustiche (frequenti nelle glosse marginali di codici antichi) caratterizzate dalla presenza di elementi corsivi o corisveggianti. Molto vaga e problematica è l'esistenza di una scrittura «quarto d'o.», prospettata dal Traube e accettata da altri studiosi.

1941. Datazione

I criteri fissati per la datazione dell'o. dallo Chatelain e dal Lowe, e della s. dallo Chatelain, hanno un valore relativo, in quanto si basano su un gruppo piuttosto scarso di codici sicuramente datati e prescindono dalla localizzazione.

Per l'o. in genere i codici del sec. IV e V presentano nelle lettere aste che superano il rigo inferiore ma non quello superiore; la b ha l'anello superiore appena accennato, l'inferiore assai pronunciato; f, p, s, t sono molto strette (la t ha il tratto superiore ondulato); l'ha la base piccolissima e senza coda; m, n, u sono molto larghe (la m ha la prima asta quasi dritta, la n l'asta obliqua assai marcata); la p ha la pancia piccola e aperta. Nel sec. VI la f ha i tratti orizzontali di uguale lunghezza; la l ha la base con una piccola coda; la t ha il tratto superiore più lungo, talora incurvato a sinistra; la n ha un trattino di coronamento sull'asta di destra; la p e la r hanno la pancia ancora aperta, ma più larga. Nel sec. VII si sviluppano i trattini di coronamento (h, l, n [anche sull'asta di sinistra]; la base della l è molto sviluppata); la pancia della p è quasi sempre chiusa; la t incurva il tratto superiore anche a destra. Nel sec. VIII i trattini di coronamento si allungano; la m ha la prima gamba incurvata fino a chiudersi sull'asta di mezzo; questa poggia su una lineetta orizzontale; la n ha il tratto intermedio quasi orizzontale; la pancia della r scende oltre la metà dell'asta verticale.

Per la s. nel sec. V la a è di dimensioni più piccole delle altre lettere; la e è di forma omcale, la n è maiuscota e con la prima gamba alquanto più lunga; la pancia della q è sviluppata in larghezza più che in altezza; mancano tratti di coronamento; frequenti i legamenti lì e ci. Nel sec. VI la e ha talora forma minuscola; la g e la n forma maiuscota o minuscola; la t ha il tratto inferiore rotondo; lì non sono in legamento. Nel sec. VII si notano sulle aste ascendenti e discendenti i trattini di coronamento; la m lo ha sempre nella gamba mediana, talvolta anche nella prima; la i si trova a volte di forma alta. Nel sec. VIII si sviluppano ancor più le tendenze notate nell'età precedente; l'asta inferiore della t è diritta. — Vedi tav. VIII.

Bibl.: E. Chatelain, *Uncialis scriptura*, Parigi 1901 (un vol. di testo e uno di tavole); L. Traube, *Nomina sacra*, Monaco 1907, passim; id., *Vorlesungen und Abhandlungen*, I, 1910, pp. 171-261 (elenco di codici); II, 1911, pp. 23-24 (altri saggi dello stesso autore rimasti manoscritti sono indicati ibíd., I, pp. LXIII-LXV); H. B. Van Hoesen, *The parentage and the birthdate of the latin uncial*, in *Trans. and proceedings of the American. philolog. Associat.*, 43 (1912), p. LVIII, sgg.; L. Schiaparelli, *La scrit. latina dell'età romana*, Como 1921, pp. 136-69; E. A. Lowe [e E. K. Rand], *A sixth century fragment of the letters of Pliny the Younger*, Nuova York-Washington 1922; L. Schiaparelli, *Il codice 490 della Bibl. Capitol. di Lucca (Studi e testi)*, 36, Roma 1924, p. 22 sgg. (cf. pp. 62-66); H. Leclercq, *Manuscrits*, in DACL, X, II, coll. 1660-69 (elenco di codici); M. Norsa, *Analogie e coincidenze tra scritture greche e latine nei papiri*, in *Miscell. G. Mercati*, VI (Studi e testi, 126), Città del Vaticano 1946, pp. 105-21; G. Cencetti, *Vecchi e nuovi orientamenti nello studio della palestra*, in *La Bibliografia*, 50 (1948), pp. 4-23 (particolarmente pp. 14-17); R. Marchal, *De la capitale romaine à la minuscule*, in M. Audin, *Somme typographique*, I, Parigi 1948, pp. 63-111 (particolarmente pp. 67-70 e 93); G. Battelli, *Lezioni di paleografia*, 3a ed., Città del Vaticano 1949, pp. 72-87; R. Marchal, *L'écriture latine et l'écriture grecque du 1er au VIe siècle*, in *L'antiquité classique*, 19 (1950), pp. 113-142 (soprattutto pp. 123-33); A. R. Natale, *Il codice e la scrittura*, in *Problemi e orientamenti critici di lingua e letteratura classica*, a cura di F. Bignone, Milano 1951, pp. 255-59 (greca), 290-300 (latina). Alessandro Praesi