PAOLO VERONESE. - Pittore, n. a Verona da Gabriele Caliari, tagliapietra di origine lombarda, nel 1528, m. a Venezia il 9 apr. del 1588. Suo primo maestro fu Antonio Badile, del quale più tardi sposò la nipote Elena.
La tradizione veronese che attraverso al Badile risale al Caroto, al Cavazzola, a Girolamo dai Libri, e quindi al Mantegna, è pertanto il fondamento primo della cultura di P. con le sue preferenze per un colore asprigno, per timbri metallici, per un disegno sicuro e netto, in una visione limpida e precisa. Preferenze che spiegano anche la sua posizione singolare nella pittura veneziana del tempo e i suoi contatti con le correnti più provinciali o meglio di terraferma, come la bresciana e la bergamasca, nonché certi accostamenti alla originalissima arte di Lorenzo Lotto. All'esordio (1548), la paletta Bevilacqua-Lazide (Verona, Castelvecchio) mostra sicuri segni di questa formazione (p. es., nei tipici ritratti dei donatori a mezzo busto), accanto ad una nuova genialità di sciogliere e muovere la composizione animandola anche vivacemente, mediante partiti d'ombra e di luce (la figura, in ombra, dell'angelo). La commissione del card. Ercole Gonzaga per una pala nel duomo di Mantova (le Tentazioni di s. Antonio, 1552, ora a Caen) offre al giovane pittore occasione di più diretta conoscenza del manierismo tosco-romano (Giulio Romano a Mantova) ed emiliano (Parmigianino), onde un più intenso interesse sia per problemi della «azione», cioè per lo studio del corpo umano in movimento, sia per la impostazione scenica. Si aprono così le vie alla sua prodigiosa attività di compositore, nella decorazione di chiese, di palazzi, di ville per lo più samicheliane o palladiane. In quella condotta, già l'anno innanzi, assieme allo Zelotti, nella «Soranza» a Treville presso Castelfranco si delineano già quegli schemi così complessi di invenzioni scenografiche e illusionistiche, di pareti e soffitti aperti e traforati, con squarci di cielo, con prospetti di paesi popolati di personaggi, tra inquadrature architettoniche ricche di ornati e di statue, e persino con qualche scherzoso «trompe l'oeil» di ciabatte o di scope abbandonate in un canto. Schemi che attraverso ad esperimenti e variazioni, come quello di Palazzo Trevisan a Murano (1556-58), raggiungono la
PAOLO VERONESE - Una dama e una vecchia domestica. Affresco - Maser (Treviso), Villa Giacomelli.loro più armoniosa e compiuta pienezza nella Villa Barbaro a Maser (ca. 1560) con una trionfale sonorità di timbri, con una solare luminosità di toni, che fonde mirabilmente la straordinaria ricchezza dei motivi e dell'invenzione e l'accorda al respiro dell'ambiente paesistico circostante mediante una inaudita freschezza di interpretazione pittorica a pennellate svelte, sicure, scoperte, in un colorismo raffinatissimo e complicato di iridescenze, di riflessi, di variazioni sottili, come su una scala continuamente mobile per frazioni di tono. Motivi di ispirazione e loro schietta e coerente realizzazione pittorica, che si attuano oltreché nei relativamente rari e preziosi quadri da cavalletto, come i ritratti (da ricordarsi, fra i cento, la Bella Nani del Louvre) o il piccolo Martirio di s. Giustino del Museo di Padova o la Deposizione di Castelvecchio o il Venere e Adone di Darmstadt, anche nelle grandi tele per soffitti o per pareti di sale, per pale d'altare o per fianchi di presbiteri. Già nel 1553, trasferito il centro della sua attività a Venezia, P. aveva cominciato, nel momento in cui vi si diffondeva largamente la «moda» manieristica, a ricevere commissioni importanti e a raccogliervi successi crescenti: nella Libreria, in Palazzo Ducale, nella chiesa di S. Sebastiano, che fu la «sua» chiesa, nella quale egli diede la sua opera appassionata, in periodi successivi della sua vita (sacrestia, organo, soffitto, presbiterio) ed ove ebbe sepoltura. Ed ecco le grandi composizioni sacre o bibliche o storiche o mitologiche, dalla Madonna dei Cuccina (a Dresda) alla Famiglia di
Dario (a Londra), dai ripetuti Ritrovamenti di Mosè ai vari Ratti di Europa; dal Centurione (al Prado) alle molteplici Cene o Conviti, che divennero forse il motivo più clamoroso della sua fama. Più clamorosa e famosa fra queste, le Nezze di Cana al Louvre; non è forse la più organica e «realizzata» ed anzi, per una certa non dominata dispersione di episodi, la sola che appare, pur con stupendi brani pittorici, alquanto congestionata e macchinosa e lascia scorgere qualche segno di fatica insolito nella ubertosa facilità della creazione paolesca. Si penserebbe quasi per questo più celebre Convito ad un momento di meno fervida ispirazione, fra quelli In Emmaus (Louvre) e In casa di Simone (Torino), stupendi per ricchezza e spontaneità di invenzione compositiva, per vivezza pittorica (entrambi del felicissimo momento intorno al 1560); e quello altrettanto noto In casa di Levi (Venezia) del 1573, che fu occasione
PAOLO VERONESE - Cena di S. Gregorio Magno - Vicenza, santuario di Monte Berico.al processo inquisitoriale contro P.: « Noi pittori si pigliamo licentia, che si pigliano i poeti et i matti » fu la giustificazione di P., candida rivendicazione della libertà dell'artista e prova della sua buona fede di fronte ai sospetti di intenzioni eterodosse. E del resto non pare che lo stesso S. Ufficio desse molto peso alla cosa, se tutte le modifiche richieste non furono eseguite. Qualche anno dopo questa avventura giudiziaria si avverte un vero rivolgimento in P.: interessi psicologici più ricchi e più densi, una religiosità più penetrante e più sentita, una più calda drammaticità umana; che trova la sua via espressiva in una semplificazione degli schemi compositivi, in una intensificazione della gamma, quintessenziata in accordi di una raffinatezza estrema ed accesa nel contrasto di un vigoroso chiaroscuro, quasi incandescenza di gemma nella notte. Così, dopo il preludio della tranquilla, brunita argentinità lunare dell'Adorazione dei Magi a Corona di Vicenza (contemporanea della Cena di Levi), sarà il lirismo cromatico « sublime » e « atraziante » della piccola Orazione nell'orto di Brera, l'appassionato fervore e la luminosità radiante del S. Pantaleone nella chiesa di Venezia, l'agonia del volto sbiancato negli squisiti accordi di ametista e di smeraldo della Lucrezia di Vienna. Ultimo esempio del suo stile « fastoso », e non fra i migliori, anche per il largo intervento di quel gruppo di collaboratori e parenti che dopo la sua morte continuarono a dar fuori quadri firmandoli « Haeredes Pauli », l'enorme pannello centrale della sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale con il Trionfo di Venezia. Quello stile invece che si potrebbe dire « spirituale », si va affermando e sempre meglio definendo all'incirca negli ultimi tre lustri di vita del Maestro, troncata da brevissima malattia, con una serie di capolavori fra i più alti se non fra i più celebrati, e il cui valore viene riconosciuto in specie dalla critica più recente. Evoluzione questa del maturo, ma non ancora vecchissimo P., analoga a quella, press'a poco negli stessi anni, del vecchissimo Tiziano. Ed in entrambi e assai probabile che al chiarimento di tale lor proprio ultimo linguaggio abbia contribuito l'esempio del linguaggio luministico tintorettesco, così acconcio all'espressione di codeste nuove situazioni sentimentali: esempio che, in P., sarà talvolta riconoscibile anche per certi atteggiamenti compositivi, come, tra altre poche opere, nella Crocifissione della Accademia di Venezia. - Vedi tav. LVII.
BIBL.: G. Fiocco, P. V., Bologna 1928; id., P. V. (coll. « Valori Plastici »), Firenze 1934; id., s. V. ENOCH. Ital., XXVI, pp. 242-45; Venturi, IX, pp. 745-953; R. Pallucchini, P. V., Bergamo 1950. Luigi Coletti
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“PAOLO VERONESE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 475. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/paolo-veronese.