PATRIZI, FRANCESCO. - Scrittore politico, umanista, n. il 24 febbr. 1413 a Siena, m. nel 1494 a Gaeta, città di cui fu eletto vescovo il 23 marzo 1461, dal pontefice Pio II. Visse fino al 1457 a Siena da dove fu esiliato, per aver partecipato a una congiura locale. Si recò quindi a Verona, poi a Foligno, dove tenne il governo della pubblica amministrazione, presto abbandonata, in seguito a diffuse proteste e a non provate accuse. Intelletto agile e coltivato, il P. riscosse la stima degli eruditi del tempo (gli fu amico e protettore il concittadino Enea Silvio Piccolomini, poi Pio II) e si esercitò in opere di poesia, di retorica e di politica.
Larga diffusione ebbero, del P., tra l'ultimo '400 e '500, il De institutione reipublicae (11. 9), iniziato nell'esilio, terminato fra il 1455 e il 1471, dedicato a Sisto IV e il De regno et regis institutione (11. 9), presumibilmente, composto fra il 1481 e il 1484, dedicato ad Alfonso di Aragona, duca di Calabria. Trattazioni quasi parallele, che sembra siano risultate ai contemporanei del P. (e possono risultare ancora) contraddittorie, in quanto nella prima si esalta l'eccellenza dell'ordinamento repubblicano nella seconda la superiorità del regime monarchico; ma che sostanzialmente dimostrano solo l'imparziale interesse scientifico del P. (che, forse, personalmente preferì lo «Stato misto») verso la realtà politica in quanto tale. Con una disamina fitta e minuziosa il P. analizza le singole virtù necessarie, rispettivamente, al principe e al cittadino. Motivi platonici e aristotelici confluiscono nella sua opera ed egli si giova, ai fini della sua pedagogia politica, di tutto l'apparato di erudizione storico-classica peculiare all'umanesimo. Abbandonando ogni superata disputa relativa a Chiesa e Impero, il P. si volge al positivo esame degli aspetti dello Stato: quale, beninteso, poteva intellettualisticamente rappresentarsi da un pentatore del Rinascimento, per nulla disposto (malgrado taluni vaghi preconcernenti di machiavellismo) ad abbandonare l'esigenza etica, cui gli appare necessario agganciare la realtà politica. In sede economica, il P. respinge il comunismo egualitario di Platone, preferendo assicurare all'individuo, del quale esalta la dignità del lavoro, una piccola proprietà privata, e allo Stato la disponibilità di un adeguato patrimonio fondiario. Scrittore, in definitiva, non vivo né tipico per forte originalità, alieno com'è da autentici interessi filosofici, e pur tuttavia notevole, per l'impegno dedicato alla sistemazione di una politica, aspirante a obbiettivizzarsi in scienza e in pedagogia. Anzi, può dirsi che il P. («il gran Patrizio», come fu chiamato) è l'unico trattatista di una certa mole del '400 italiano; donde la sua fortuna: numerose furono le edizioni, le riduzioni, le traduzioni, in latino, italiano, francese, tedesco, inglese, spagnolo. MACHIAVELLISMO (v.) poté assicurarsi un inconfondibile posto a sé nella storia della discezione politica, il P. tiene, in certo senso, la linea di quella tradizione classica, che sopravvivrà anche dopo il Machiavelli.