PERFICE MUNUS

Perfice munus. - Rivista mensile di vita patrica per il clero, iniziata a Torino nel 1926 dall'editore Roberto Berruti, con la direzione di esperti teologi, canonisti, liturgisti.

Tratta tutte le materie ecclesiastiche, che s'impono alla conoscenza specialmente dei parroci per il disimpegno delle proprie mansioni: atti della S. Sede, teologia pastorale, liturgia, diritto canonico, diritto civile, arte, igiene, musica sacra. La molteplici materie suggeriti per il 1930 la creazione di una parte integrativa, che abbraccia le rubriche di minore importanza, snellendo la parte principale; si ebbe così un secondo periodo mensile, che rese il P. M. quindicinale. Con il 1939 la parte integrativa fu sostituita da Medicina e morale, ugualmente mensile; le altre rubriche della parte integrativa rientrano nella parte generale del periodico. Con il 1951, il P. M. restando sempre quindicinale, esce in tre parti: I. Formazione e attività sacerdotale; II. Medicina e morale; III. Sussidi per l'azione pastorale.

Pergamen. - La p. o cartapecto (in latino membrana) è pelle di animale conciata secondo un processo che, a detta di Plinio il Vecchio (Nat. hist., XIII, 11), che cita Varrone, fu scoperto da Eumene II re di Pergamo quando, al principio del sec. II a. C., Tolomeo re d'Egitto vietò l'esportazione del papiro per impedire che la Biblioteca di Pergamo si sviluppasse ed eccessasse quella d'Alessandria. In realtà fin dai tempi più lontani era stato impiegato il cuoio per ricevere la scrittura presso gli stessi Egiziani, gli Ebrei, gli Assiri, i Persiani e i Greci, che designarono poi con il nome di diphtetari anche altre materie che servivano per scrivere. Ma la tecnica adottata a Pergamo e l'industria che ne derivò furono senza dubbio, ormai, quelle che dettero il nome alla p. (pergamenum).

Si utilizzava in generale pelle di montone, di bue o di capra, che, ben raschiata, era poi immersa in acqua calda per essere sgrassata, quindi messa ad asciugare e strofinata, senz'altra concia, con creta in polvere, e infine pulita con pietra pomice o altro surrogato. La materia così ottenuta era meravigliosamente atta a ricevere la scrittura, presentava una superficie liscia e sufficientemente solida e poteva essere adoperata indifferentemente da tutte e due le parti; inoltre si conservava assai meglio del papiro, reagendo ottimamente all'influenza degli agenti esteriori e, contrariamente al papiro, sopportava facilmente la cancellazione, ciò che contribuì alla sua diffusione. Si trovano, infatti, fra i manoscritti su p., specie durante il medioevo, PALINSESTO (v.), vale a dire manoscritti su cui la primitiva scrittura era stata raschiata per riscriversi un nuovo testo.

La p. fu dapprima usata per scrivere lettere, documenti, brevi note; più tardi fu utilizzata per la confezione di libri; tuttavia la sua industria non si generalizzò che lentamente e dovette attendere tre secoli prima che trionfasse completamente sul papiro, il cui uso si perdette a poco a poco a partire dal sec. IV. Senza dubbio si conoscevano ancora, verso il sec. XI, rotoli e fogli di papiro della Cancelleria pontificia, ma bisognerà considerarsi come eccezioni che dovevano la loro esistenza solo a un prezzo d'affezione per una materia ormai scarsa e divenuta rarissima.

È oggi accertato che i primi libri in p. furono preparati in forma di rotolo, benché non se ne conservi alcun esemplare classico (è noto che i rotoli furono molto in uso presso gli Ebrei, che li impiegarono per il loro libro sacro, la Tôrâh). La loro lunghezza fu generalmente quella della pelle impiegata, ma ove necessario furono cuciti e confezionati rotoli più lunghi. Si usò anche la p. tinta in porpora nei primi tempi per coprire i rotoli di papiro, e fu certo questa la prima apparizione della legatura. Tuttavia la forma del rotolo doveva essere poco maneggevole e alquanto incomoda, se nel sec. II d. C. già si pensò di dare ai libri la forma stessa delle antiche tavolette cerate (da cui presero anche il nome di codices o caudices). I più antichi codici conservati su p. risalgono al sec. IV o al III d. C.; quanto ai documenti membri nacei, i più antichi che siano pervenuti sono del sec. VII. Tra i codici alcuni furono scritti a lettere d'oro o d'ar-gento, e sono in parte giunti fino ad oggi, già dal sec. VI, come il famoso Codice argenteo degli Evangelii greci di Ulfila, a Uppsala, e, in Italia, il Codice purpureo della cattedrale di Rossano Calabro. Molti altri codici purpurei si conservano anche dei secc. VIII, IX e X, specie del periodo carolino, in cui interi volumi furono scritti con inchiostri a più colori, azzurro, verde, violetto, giallo, il primo particolarmente per la coloritura delle iniziali, unitamente al rosso, che, nei più antichi codici membranacei, si trova specialmente nelle linee iniziali, nei titoli e nelle sottoscrizioni (colophon). Il rosso rimase poi per le iniziali, per i titoli e le didascalie dei capitoli e dei paragrafi (donde rubrica e rubricare) e talora per le annotazioni marginali, le segnature, i richiami, più largamente nei libri liturgici.

Bibl.: E. Egger, Histoire du livre depuis ses origines jusqu'à nos jours, Parigi s. a., p. 16 sg. W. Wattenbach, Das Schrift-

wesen im Mittelalter, 3° cd., Lipsia 1896, pp. 113-39; Th. Birt, Kritik und Hermeneutik, nebst Abriss des antiken Buchwesens (Handbuch der klass. Altertumswissenschaft, 1, II), Monaco 1913, pp. 280-83; C. Paoli, Programma scolastico di paleografia latina e di plomutica, II: Materie scrittorie e librarie, Firenze 1913, pp. 40-49. Renzo Frattarolo