PIRROTTI, POMPILLO MARIA, SANTO

PIRROTTI, POMPILLO MARIA, santo: V. POMPILLO M. PIRROTTI.

PISA, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi della Toscana. Ha come suffraganee le diocesi di Apuania, Livorno, Pescìa, Pontremoli e Volterra. L'estensione della diocesi fu varia dall'una all'altra età, soprattutto per la competizione con Lucca; fino al principio del sec. XIX comprendeva Livorno e parte dell'attuale sua diocesi. Ora ha una superfice di 847 kmq. con ca. 251.000 ab. dei quali 248.000 cattolici; conta 154 parrocchie, la maggior parte delle quali forma un nucleo compatto intorno alla città, senza estendersi a tutta la provincia di P., ma comprendendo centri di quella di Livorno; le altre costituiscono i due nuclei staccati del Barghigiano e della Versilia in provincia di Lucca. Il clero è formato da 232 sacerdoti diocesani e 90 regolari; nell'arcidiocesi vi sono 21 comunità religiose maschili e 100 femminili; vi sono inoltre i seminario maggiore e i minore.

Un'antica tradizione, che sembra ravalorata dai risultati di scavi recenti, collega le origini cristiane di P. a uno sbarco di s. Pietro ad gradus Arnenses, dove sorge tuttora la basilica di S. Piero a Grado. E vi ha culto antichissimo s. Torpé, che si afferma pisano, battezzato e maritare sotto Nerone. Si può dire con certezza soltanto che il cristianesimo era già diffuso in P. nel III sec.; il primo vescovo di cui si abbia notizia sicura è Gualenzio, che assistette a un Sinodo romano del 313 (Lanzoni, I, p. 584). Gregorio VII, il 1° sett. 1077, costituì vescovo di P., Landolfo, vicario nella Corsica, per gli interessi spirituali; e il 16 dello stesso mese comunicò ai Corsi di avergli anche dato il compito di ricevere e reggere l'isola come dominio di S. Pietro; il duplice incarico fu confermato il 30 nov. 1078. Urbano II concesse, il 28 giugno 1091, la Corsica in locazione al vescovo Diaberto; e il 21 apr. 1092, in premio della fedeltà dimostrata dalla « gloriosa civitas » pisana al Papato, elevò la Chiesa di P. ad arcivescovo, quale metropolitana della Corsica. Documenti alquanto posteriori affermano che egli conferisse all'arcivescovo anche la legazione in Sardegna. Diritti sulla Corsica appaiono esercitati dal metropolita di P. all'inizio del sec. XII; ma portarono a fieri contrasti con Genova. La concessione papale fu annullata; poi rinnovata da Onorio II, il 21 luglio 1126. Innocenzo II, che stette lungamente a P. e tenne qui, nel 1135, un Concilio, divise la Corsica fra i due metropoliti di P. e di Genova, assegnando a quello i vescovi di Aleria, Aiaccio e Sagona; ma gli sottopose come suffraganei anche i vescovi sardi di Gattelli (Nuoro) e Civita (Tempio) e quello di Populonia (poi Massa Marittima) e gli accordò la primazia sulla provincia di Torres (Sassari): la concessione, fatta probabilmente nel 1133, fu convalidata da una bolla di quel Papa, del 22 apr. 1138, e confermata dai successori; Alessandro III (1° apr. 1176) aggiunse la primazia sulle altre due province sarde di Cagliari e Arborea (Oristano).

Sebbene la primazia sulla Sardegna fosse cohrastata

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(fot. Eva, Cati.)
Pisa, arcidiocesi di - Nino da Gallura è cacciato da P. dal conte L'golino che ricette in quella città accolto con esaltura. Ministera della Cimaca del Villani - Biblioteca Vaticana, cod. Chig. L. VIII, 296, f. $127^{\circ}$.

dall'arcivescovo di Cagliari e se ne mostrassero insofferenti i vescovi sardi, si ha nei secc. XII e XIII ricordo di sinodi convocati e di atti di giurisdizione esercitati dall'arcivescovo di P. nell'isola: rimase memorabile una visita solenne compiuta nel 1263 da Federigo Visconti. Da una bolla poi di Clemente VI, del 1342, appare che l'arcivescovo aveva ancora diritto e obbligo di vigilanza sul vescovato di Aiaccio. Ma la soggezione della Corsica a Genova e la conquista aragonese della Sardegna ridussero progressivamente a un nome la primazia dell'arcivescovo pisano, quantunque fosse rivendicata ancora fin nel 1639 innanzi alla S. Rota, senza però ottenere una decisione. L'arcivescovo di P. s'intitola anche oggi "primare delle Isole di Corsica e di Sardegna e in esse legato noto".

La diocesi di Massa Marittima fu sottoposta nel 1459 alla metropolitana di Siena; P. ebbe invece a tutta sufficienza le diocesi di Pontremoli e di Livorno dalla fondazione (1797 e 1806), di Apuania, con un intervallo, dal 1823, di Volterra e di Pescia dal 1855. Appartiene all'arcivescovo anche la parrocchia di S. Piero a Grado. Della'Attività religiosa dei vescovi pisani è chiara testimonianza la lunga serie di sinodi e di visite pastorali, di cui vi è notizia certa fin dalla seconda metà del sec. XIII; ma che senza dubbio risale ad età molto più antica.

Di un'autorità politica si trovano indizi dalla fine del sec. VIII, poiché si sa di un vescovo costretto da Carlomagno, nel 774, ad abbandonare la sede, forse perché sospetto di ostilità al dominio franco; e nel 796 il vescovo è provveduto di qualche diritto di giurisdizione che sembra limitato più tardi. Non appare che egli abbia mai avuto l'autorità di conte né, fuori di singoli casi, quella di misus. Egli tuttavia, sulla fine del sec. XI e nel XII, prendeva parte attiva agli affari pubblici, insieme con le magistrate del nascente Comune; rappresentava la città nelle relazioni esterne; partecipava alle spedizioni contro gli infedeli: Deiberto (1089 ca. -1105) fu capo dell'impresa pisana in Terrasanta, legato papale nell'esercito crociato, patriarca di Gerusalemme (1099); Pietro Moriconi (1105-1119) fu con i Pisani nella guerra delle Baleari; Ubaldo Lanfranchi (1175-1208) fu guidò nuovamente in Palestina ed è fama che ne riportasse la terra per il camposanto di P. Frattanto i possessi e i diritti politici della Chiesa pisana si andavano allargando; particolarmente intensa fu l'opera di diversi arcivescovi dei primi decenni del sec. XII, tra i quali Balduino (1137-1145), discepolo di S. Bernardo, ebbe fama di santità; alla metà del secolo l'autorità temporale della Chiesa si estendeva alla maggior parte del contado pisano e fin alla lontana Piombino; Corrado III il 19 luglio 1139 concesse e confermò diritti feudali da Vada e da Livorno a Buti ed a Bientina. La fedeltà dell'arcivescovo Villano (1146-1155) ad Alessandro III, già canonico di P., lo pose in contrasto con il Barbarossa, promotore di scisma, e con lo stesso governo consolare, che si era stretto all'Imperatore: l'arcivescovo dovette uscire di città (1167); la sede fu occupata da un intruso. Ma oscurandosi la stella del Barbarossa, Villano tornò (1170?) ed ebbe dall'Imperatore conferma del diploma di Corrado (9 marzo 1178). In Oriente erano concessi dai principi cristiani case, terre, privilegi. Nel sec. XIII si distinse per singolare attività nel campo spirituale e temporale Federico Visconti (1254-1277), che tenne sinodi (1260, 1262, 1263). Aumentò i possessi della Chiesa, scrisse dei Sermones, giunti fino a noi.

Dei diritti temporali dell'arcivescovo, come della primazia e legazione in Sardegna ed in Corsica, si era giovato il Comune per estendere, sotto colore di protezione, la sua autorità sul contado e le isole. Ma, fatto più forte, già dalla fine del sec. XII e più nel XIII, si pose in lotta con lui e gli strappò, brano a brano, il dominio. Per pochi mesi, fra il 1288 e il 1289, l'arcivescovo Ruggeri (1278-1295), fattosi capo della nobiltà ghibellina contro U

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(ftd. Andressa).
Pisa. arcidocesi di - Interno della chiesa di S. Caterina (sec. xili).

go-lino, fu podestà e capitano del popolo. Ma la lotta riprese e si accentuò: l'arcivescovo Oddone de Sala (1312-1323), un dottissimo domenicano, che pure aveva ottenuto da Enrico VII conferma dei privilegi della Chiesa pisana (19 maggio 1313), fu costretto ad abbandonare la città, a scomunicare i reggenti, a rinunziare alla sede. Migliori i rapporti del governo pisano con Simone Saltarelli (1323-1325) sebbene questi dovesse lasciare temporaneamente la città, quando vi entrò il Bavaro; egli poté rifare a sue spese il palazzo, ebbe splendido sepolcro a S. Caterina e pubblica venerazione. Nuovo decoro ebbe la sede arcivescovile, quando Clemente VI (4 sett. 1343), innalzando la già antica scuola pisana a Studium generale, diede all'arcivescovo facoltà di conferire il dottorato. Ma l'autorità politica di lui era ormai tramontata. I signori, interni od esterni, della città cercarono di ridurre l'arcivescovo a strumento di governo: Pietro Gambacorti, nel 1381, ottenne la sede al nipote Lotto, la cui superbia e ingordigia furono causa non ultima della catastrofe del 1392. Più tardi i Fiorentini, padroni di P., vollero insediati alcuni loro concittadini; Francesco Salviati, eletto nel 1474 da Sisto IV fuori della volontà dei Medici, non ebbe il possesso e, impigliatosi nella congiura dei Pazzi, perdette la vita (1478); due Riario, il card. Raffaele (1479-99) e Cesare (1499-1518), resero la diocesi da lontano, per mezzo di vicari. Poi si tornò ad arcivescovi fiorentini o devoti ai Medici, alcune volte a persone della loro famiglia, com'era quel card. Giovanni di Cosimo (1560-62), la cui fine immatura diede origine a leggenda di fratricidio.

Gli arcivescovi, quando non erano distratti da incarichi dati loro dal Granduca fuori di P., attendevano a cure spirituali, all'attuazione della Riforma cattolica, alla protezione degli studi, allo splendore del culto. Angelo Niccolini (1564-67) pubblicò (1564) i decreti tridentini; il card. Giovanni Ricci (1567-73) eresse un collegio per otto giovani della sua Montepulciano (1568); Carlo Antonio del Pozzo, biellese (1582-1607), restaurò la Cattedrale dopo l'incendio del 1595 e istituì (1604) il Collegio Puteano per studenti delle sue terre. Attendeva in questi anni a scrivere le sue Istorie pisane e a riordinare le pergamene dell'Archivio arcivescovile Raffaello Roncioni, canonico e arciprete della Primaziale (m. nel 1618). L'arcivescovo Giuliano de' Medici (1620-35) si distinse per operosità pastorale, per attività benefica nella pestilenza, per il compimento del Seminario presso il Palazzo arcivescovile (1626); ebbe vicario Paolo Tronci (m. nel 1649), indagatore e scrittore della storia pisana. Due Pannocchieschi dei conti d'Elci, Scipione cardinale (1636-63) e Francesco (1663-1702), lasciarono fama d'insigne carità. Francesco Frosini (1702-33) celebrò tre sinodi e ne pubblicò le costituzioni, combatté i giansenisti, donò al

Seminario e dotò riccamente la Biblioteca; Francesco Guidi (1734-78) restaurò il palazzo e offrì alla Primaziale l’altar maggiore; Angelo Franceschi (1778-1806), valido sostenitore dell’autorità della Chiesa romana contro le tendenze gianseniste e le pretensioni francesi, diede nuova sede al Seminario nel convento restaurato di S. Caterina (1789). Grande peso nell’amministrazione della diocesi e nella stessa vita cittadina, soprattutto nell’età medievale, ebbero, pure tra frequenti lotte con l’arcivescovo e con il governo comunale, i canonici della cattedrale di S. Maria, la cui esistenza appare già antica da un documento del 958; i Pontefici concessero loro singolari privilegi, quali la dignità di prelati domestici e l’uso delle vesti purpuree. Un altro collegio di Canonici regolari fu fondato nel 1073 a S. Pietro ad Vincula (S. Pierino), dove dal 1488 vennero gli Olivetani.

Tra i monasteri più antichi, sono ricordati fin dal sec. XI quello di S. Michele in Borgo, prima (1018) benedettino, poi, dagli inizi del sec. XII, abbazia camaldolese, insieme per scienza e virtù di monaci e per ricchezza illustrata dal dottissimo p. Guido Grandi (1671-1742); quella di S. Zenone, anch’esso prima benedettino, poi (sec. XV) camaldolese; delle Benedettine di S. Matteo, dei Camaldolesi di S. Frediano. Almeno al sec. XII risalgono il monastero dei Benedettini pulsantesi a S. Michele degli Scalzi, dato nel sec. XV ai Canonici regolari; quello dei Benedettini e poi dei Vallombrosani a S. Paolo a Ripa d’Arno; quello dei Canonici regolari a S. Martino, che divenne nel sec. XIV convento di Clarisse. Quasi tutti questi monasteri vennero dati poi in commenda e, sulla fine del sec. XVIII, soppressi. Presso la città stettero le Benedettine all’antica badia di S. Donnino, che fu dal 1569 ed è convertito di Cappuccini. Più lontano, sulla piccola altura di Montone, sorse, agli inizi del sec. XII, la badia di S. Savino, benedettina prima, poi camaldolese; restano ancora la chiesa e avanzò del monastero. Dal sec. XIII i Minori ebbero stanza a S. Francesco, dove sono tuttora i Conventuali; i Domenicani a S. Caterina, che divenne centro di studi e di pietà, illuminato dal b. Giordano, detto da Rivalto (m. nel 1311), da Alessandro della Spina, inventore e diffusore degli occhiali, dal Cavalca, da Bartolomeo da S. Concordio, da Guglielmo da P., più tardi dal b. Lorenzo da Ripafratta (m. nel 1457). Nella seconda metà di quel secolo erano già i Canonici regolari a S. Jacopo in Orticaia; sulla fine vennero gli Agostiniani a S. Nicola; fuori di città sorse nel 1264 a Nicosia un monastero di Canonici regolari che passò nel sec. XVIII ai Minori riformati. Nel XIV sec. si stabilirono al Carmine i Carmelitani, fra i quali fu Guido da P.; nel 1366 fu eretta la Certosa di Calci, alla quale fu unito nel 1425 l’antico monastero della Gorgona. Dal sec. XV sono a S. Croce i Minori Osservanti, a S. Antonio i Servi di Maria; dal XVI al XVIII sec., P. fu sede dell’Ordine questre dei Cavalieri di S. Stefano. Nel 1817 vennero i Carmelitani Scali nell’antico monastero di S. Topre, nel 1897 i Salesiani a S. Eufrasia, nel 1906 gli Oblati a S. Jacopo.

Delle molte opere di beneficenza si possono qui ricordare: la Misericordia che si fa risalire al 1053 e certo esisteva all’inizio del sec. XIV; il nuovo Spedale di S. Chiara, che risale al 1257 e riunì la maggior parte dei molti ospedali ricordati in quel secolo; il Monte Pio del sec. XV; lo Spedale degli Innocenti, che raccolse nello stesso secolo ospizi più antichi; l’Ospizio della Compagnia della Carità (sec. XVI), da cui trassero origine i due orfanotrofi; l’Ospizio di mendicità (1861); il Cottolengo. Nel 1852 Federico Ozanam fondò in P. la conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli.

La Cattedrale di P. è dedicata all’Assunta e ha per contitolare s. Reparata; vi è assai venerata l’antica immagine della Madonna di sotto gli organi. Patrono principale della città è s. Ranieri (1118-61; festa il 17 giugno), nobile pisano, datosi ad austera penitenza.

Nell’età nostra Giuseppe Toniolo (1845-1918), professore nell’Università, fu maestro insigne di scienza e di giustizia sociale cristiana, e condusse 4 una vita di bontà, di pietà, di fatiche; Ludovico Coccapani (1849-1931) si distinse per fervore di carità vincenziana.

Bibl.: i docum. relativi alla storia religiosa pisana si trovano in gran parte nell’Arch. diplomatico arcivesc., in quello della Curia, del Capitolo, della Certosa di Calci e nell’Arch. di Stato di P.; molti sono editi, ma non sempre felicemente. Regesti sono pubblicati da P. G. Kehr, Italia Pontificia, III, Berlino 1908, pp. 316-84, dove sono preziose indicazioni archivist. e bibliogr.; e da N. Caturegli, Regesto della Chiesa di P. in Reg. chart. Italiae, Roma 1938. Manca una storia completa della diocesi, condotta criticamente; notizie non sempre sicure in Ughelli, III, pp. 341-493; G. Martini, Theatrum basilicae Pisanae, 2a ed., Roma 1728; A. F. Mattei, Ecclesiae Pisanae hist., Lucca 1768-72; E. Repetti, Diz. geogr., fisic., stor. della Toscana, IV, 1841, pp. 386-92 e passim per le varie località; Cappelletti, XVI, pp. 1-230; G. Sainati, Diario sacro pisano, 3a ed., Pisa 1898; N. Zucchelli, Cronotassi dei vesc. e arcivesc. di P., ivi 1907. Cf. anche gli articoli pubblicati nel Bollett. storico pisano dal 1932 in poi, e in particolare quelli di N. Caturegli, A. De Rubertis, D. Luccari, A. Manghi, B. Nelli, G. Rossi Sabatini.

Giovanni Battista Picotti

CONCILIO DI P. – Il Concilio del 1409 fu convocato dai cardinali delegati da Gregorio XII e da Benedetto XIII per porre termine allo Scisma d’Occidente. Gregorio XII era stato eletto a Roma nel 1406 con il preciso impegno di risolvere il contrasto che divideva la Chiesa. Dopo vari tentativi per un suo incontro con l’avvincente Benedetto XIII, a cui il Concilio nazionale francese aveva confermato l’obbedienza, i cardinali del Papa romano si recarono a P. per trattare con i Francesi.

Mentre fallivano gli sforzi fatti dai due Papi per convocare due separati concili, e la posizione di entrambi appariva indebolita, perché la Francia, sostenitrice di Benedetto XIII, si era ora dichiarata neutrale, e lo stesso aveva fatto la Dieta dell’Impero a Francoforte nei confronti di Gregorio XII, i cardinali delegati decisero di riunire a P. un Concilio ecumenico che raccogliesse tutti i rappresentanti delle due obbedienze. Il Concilio, convocato per il 25 marzo, per legittimare la propria azione dichiarò il 5 giugno scismatici e deposì i due Papi e la loro giurisdizione trasferita ai cardinali, i quali così poterono, sede vacante, eleggere un altro Pontefice, che fu Pietro di Candia: Alessandro V. Questi confermò i decreti del Concilio e il 7 aug. lo chiuse. Ma con ciò lo scisma non era concluso, perché il Concilio di P. aveva, sia pure con lo scopo immediato di ristabilire l’unità della Chiesa, applicato quella dottrina della superiorità del Concilio sul Papa che fino allora era stata solo sostenuta teoricamente dai teologi dell’Università di Parigi (dottrina contraria alle consuetudini della Chiesa). Pertanto i due Papi deposì rifiutarono la competenza del Concilio, e così lo scisma invece di risolversi si aggravò. Alessandro V non fu riconosciuto da tutti gli Stati. Alla sua morte fu eletto Giovanni XXIII, il quale, attuando l’impegno preso dal suo predecessore, indisse il Concilio di Costanza del 1414, dove fu nominato Martino V che pose fine allo scisma.

CONCILIABOLO DEL 1511. – Durante il conflitto fra Giulio II e il Duca di Ferrara, il Papa lanciò l’interdetto contro gli alleati dell’Estense. Luigi XII, che era tra questi, cercò di combatterlo anche nello spirituale, ripetendo il tentativo al quale, dopo i Concilì di Costanza e di Basilea, più volte ricorsero gli Stati in lotta con la Chiesa: procurò la riunione a Tours di un’assemblea di vescovi, i quali decisero che si potesse disobbedire al Papa e si appellarono ad un Concilio.

Ottenuta l’adesione di Massimiliano, il 16 maggio 1511 alcuni cardinali convocarono da Milano il Concilio, che fu tenuto a P. nel nov. Intervennero solo 4 cardinali e 18 fra vescovi e abati, quasi tutti francesi, i quali confermarono la teoria gallicana della superiorità del Concilio sul Papa; poi, trasferiti a Milano, dichiararono sospeso il Papa e la sua autorità assunta dal Concilio. Passarono quindi ad Asti e di lì a Lione dove si sciolsero. Giulio II aveva risposto deponendo e scomunicando i cardinali ribelli, concludendo la Lega santa e convocando

il V Concilio Lateranense per la riforma della Chiesa. La riunione di P. ebbe per effetto di suscitare in Giulio II una irreconciliabile ostilità verso Firenze che aveva concesso ai ribelli di servirsi di quella città.

BIBL.: Hefele-Leclercq, VII, 1, pp. 1-69; O. Günther, Zur Vorgeschichte des Konzils von P., in Neues Archiv, 41 (1917-18), pp. 635-76; A. Renaudet, Le Concile gallican de Pise-Milan, Parigi 1922; Pastor, III, p. 776 sgg.; C. Stange, Luther und das Konzil von P., 1911, in Zeitschr. für system. Theol., 10 (1933), p. 681 sgg.; J. Vincke, Briefe zum Pisaren Konzil, Bonn 1940; id., Acta Concilii Pisani, in Röm. Quartalschr., 46 (1941), pp. 81-331; id., Schriftstücke zum Pisaren Konzil, Bonn 1942; I. M. Doussinague, Fernando el Católico y el cisma de P., Madrid 1946.

ARTE. — Se si esclude il cosiddetto « Bagno di Nerone » (11 sec. d. C.), che costituisce una notevole testimonianza dell'architettura romana, non si incontrano a P. manifestazioni nel campo artistico prima del periodo romanico, quando la città acquistò importanza politica. Allora nella Repubblica marinara di P. affluirono influssi lombardi, classici, armeni, musulmani e si fusero in uno stile architettonico che, pur avendo affinità con quello fiorentino per la comune componente classica, ebbe una sua originale fisionomia e si diffuse con grande fortuna nella Toscana, nella Sardegna e nella Corsica. Un architetto, Buschetto, probabilmente il medesimo che eresse a Roma l'obiettivo vaticano, iniziò nel 1063 la costruzione del Duomo, che fu consacrato, prima ancora di essere portato a termine, nel 1118. All'architetto Buschetto successe poi Rinaldo, che attese all'ordinamento della facciata, compiuta nel sec. XIII. Tuttavia risalgono sicuramente alla prima idea di Buschetto le linee essenziali dell'edificio ed anche lo schema generale della decorazione. Influssi orientali e musulmani sono evidenti nella cupola ellittica, nelle arcate cieche, nelle losanghe iscritte, negli alti piedritti degli archi, ed in quasi tutti gli elementi della decorazione che armonicamente fusi animano l'esterno, mentre il motivo lombardo delle loggette, ripetuto nella facciata, ne determina lo slancio e la leggerezza. Di ispirazione classica è l'interno, ampio e luminoso, a cinque navate, con un transetto a tre, e matronei. Le colonne e i capitelli furono in gran parte sostituiti dopo l'incendio del 1595. Alle forme del Duomo si riallacciano strettamente il campo nile, iniziato da Bonanno nel 1173, che per un cedimento di terreno ha preso la caratteristica inclinazione, e il Battistero, complesso nella pianta, con due cupole incastrate l'una nell'altra, iniziato nel 1153 da Diotisalvi ed ultimato nel XIV sec. nella decorazione esterna. All'architetto Diotisalvi è anche attribuita la chiesa di S. Sepolcro, ottanta-gonna, con una cupola a spicchi impostata su un alto tamburo, e vicina nello schema al Battistero. Dal Duomo dipendono inoltre S. Matteo, S. Niccolò, S. Paolo a Ripa d'Arno, S. Michele degli Scalzi. Altre chiese, come la pieve di Vicopisano, il S. Cassiano (in cui ricorre un tipo di facciata con archi pensili ed una bifora) possono dare l'idea di quello che doveva essere la facciata primitiva del Duomo. Caratteristiche dell'architettura civile di questo periodo sono le cosiddette « casetori », per le quali, data la scarsa compattezza del terreno, fu escogitata un'ossatura di archi in pietra, entro cui erano ricavati i locali (case in via S. Maria e in via della Sapienza).

I numerosi rilievi etruschi conservati nella città indirizzarono verso una decisa ricerca plastica gli scultori pisani del periodo romanico. Essi inoltre subirono influssi lombardi e provenzali, e del classicismo orientale. La fusione di questi elementi si può cogliere nel pergamo del Duomo (in seguito trasferito nella cattedrale di Cagliari) scolpito da Guglielmo nel 1162. A Guglielmo è attribuito anche il David citaredo all'esterno del Duomo. Nell'orbita di Guglielmo gravita un certo numero di scultori, di alcuni dei quali si conoscono i nomi: Filippo, Graziano, Biduino. Intorno al 1180 Bonanno da P. scolpiva la porta maggiore, poi distrutta, e le porte minori del Duomo, assottigliando la forma plastica in un suggerimento irrealistico di impressioni pittoriche, in cui fuse gli elementi della sua vasta cultura. Sul principio del sec. XIII si incontrano a P. vivi riflessi del neo-ellenismo bizantino, nei portali del Battistero e nel portale di S. Michele degli Scalzi. La tradizione plastica dei Lombardi ritorna poi nel fonte battesimale della città, eseguito nel 1246 da Guido Bigarelli da Como. Verso la metà del secolo giunge intanto a P. Nicola da Puglia, che nel pulito del Battistero (1260) dà inizio alla grande corrente della scultura pisana.

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Pisa, arcidocesi di - Porta principale del Duomo (dopo il 1295). Opera di seguaci del Giambologna.

ritorna poi nel fonte battesimale della città, eseguito nel 1246 da Guido Bigarelli da Como. Verso la metà del secolo giunge intanto a P. Nicola da Puglia, che nel pulito del Battistero (1260) dà inizio alla grande corrente della scultura pisana.

La pittura del sec. XII è largamente rappresentata a P. da un numero ragguardevole di monumentali croci dipinte che si conservano nel Museo civico e nelle chiese della diocesi. Negli anni 1229, 1241 e 1254 è documentata la presenza nella città di Giunta Pisano, la personalità più notevole della Toscana al principio del sec. XIII. Le chiese di S. Ranierino e di S. Paolo a Ripa d'Arno conservano due GIUDA (v.). Il ricordo dell'arte di Giunta è vivo anche in Cimabue, che è a P. nel 1301, per dipingere una Maestà per la chiesa di S. Chiara, e nel 1302, quando esegue la figura di S. Giovanni Evangelista nel museo absidale del Duomo. Nell'architettura del Trecento, accanto alle forme, chiare e semplici, del gotico fiorentino, che si afferma nelle chiese di S. Caterina e di S. Francesco, si sviluppano a P. complesse forme gotiche, con un gusto fiorito della decorazione, di cui è esempio l'esterno del Battistero. Questo gusto decorativo viene a collegarsi alla locale tradizione romanica, ed un esempio di armonica fusione tra forme romaniche e gotiche è il camposanto monumentale, iniziato nel 1278 dall'architetto Giovanni di Simone e finito nel sec. XIV. Nella scultura, Giovanni figlio di Nicola accoglie il linguaggio del mondo gotico, purificandolo da ogni inflessione ornamentale, e sconvolge le composte forme paterne con un impetuoso stile luministico, che mette in risalto gli accenti drammatici della rappresentazione. La scultura pisana si diffonde ora in tutta Italia, attraverso i seguaci di Nicola e di Giovanni, Arnolfo, fra' Guglielmo, Tino di Camaino, Giovanni di Balduccio. Questa scuola si conclude poi con Andrea Pisano e con il figlio di questi, Nino.

Nel campo della pittura manca invece a P., nel Trecento, una scuola che possa rivaleggiare con quelle di Siena e di Firenze. Operano però artisti di notevole qualità, tra i quali eccelle Francesco Traini, di cui P., nel Museo civico e in S. Caterina, conserva le due sole tavole.

Personalità di grande rilievo è inoltre quella del « Maestro del Trionfo della Morte », che esegui nel Camposanto i celebri affreschi, anche se non si può stabilire con sicurezza se fosse o meno un pisano. Gli altri minori si rifanno generalmente ai Senesi, come Giovanni di Nicola, Cecco di Pietro, Jacopo di Michele detto il Gera; alcuni invece ai Fiorentini, come Bernaldo Nello di Giovanni Falconi e i due Turino Vanni. A P. affluiscono però artisti da tutte le parti d'Italia, ed è documentata, da opere eseguite, la presenza nella città di Simone Martini, Lippo Memmi, Taddeo Gaddi, Andrea Bonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Barnaba da Modena. Durante il Rinascimento, lo scadimento politico attenuto di molto la qualità e la quantità della produzione artistica, e furono architetti fiorentini, soprattutto nell'orbita del Vasari e del Buontalenti, ad erigere edifici a P. e a darle il volto che ancora oggi conserva (Palazzo e chiesa dei Cavalieri, Palazzo della Canonica, Palazzo dell'Orologio). Anche per la scultura, operarono a P. prevalentemente dei Fiorentini, prima della scuola di Donatello, poi del Cividali. Notevole opera di introduzione al Seicento sono le porte in bronzo della Cattedrale, con Storie di Cristo e di Maria, scolpite dopo il 1595 da seguaci di Giambologna, come Pietro Tacca, Pietro Francavilla, Gaspare Mola e Gregorio Pagani. Cosimo Pagliani, che costruì il Palazzo Lanfraducci detto « alla Giornata » e la loggia del mercato, rappresenta il barocco in questa città, mentre nel Settecento è da ricordare l'architetto Mattia Tarocchi che esegui la facciata di S. Apollonia. - Vedi tavv. CVI-CVII.

Bibl.: A. Da Morrona, P. illustrata nelle arti del disegno, Pisa 1787-93; R. Grassi, Descrizione storica di P. e dei suoi contorni, 1786-87; I. B. Supino, P., Bergamo 1905; Venturi, III-IX; P. Toscana, Storia dell'arte italiana, I. Torino 1913-27; II, 1915; B. Pace, A. Savelli, A. Niccolai, M. Salmi, P. nella storia e nell'arte, Roma 1929. Maurizio Calvesi