POMBAL DE CARVALHO E MELLO, SEBASTIÁN JOSÉ, MARCHESE DI

POMBAL de CARVALHO e MELLO, Sebastián José, marchese di. - N. a Lisbona il 15 maggio 1699, m. a Pombal l'8 maggio 1782. Nel 1739 fu inviato a Londra come incaricato di affari: nel 1745 ambasciatore a Vienna.

Ministro della Guerra e degli Esteri nel 1750, lasciò poco dopo questi disertori per assumere quello dell'Interno, e divenne di fatto primo ministro. Giuseppe I gli conferì il titolo di conte, poi di marchese. Il P. volle risolle

vaere la depressa economia del Portogallo con riforme ispirate all'esempio inglese e alle dottrine fisiocraicche; molto fece o tentò per migliorare l'agricoltura e promuovere commerci e industrie, ma tali provvidenze non ebbero duratura efficacia, perché il P. non seppe comminare alle capacità del paese, e perché volle imporre con metodi dittatoriali, senza alcun rispetto degli altrui diritti e libertà. Dopo che l'attività svolta per riparare i danni del disastroso terremoto di Lisbona gli ebbe assicurato l'illimitata fiducia del Re, il P. mirò ad instaurare un regime di totale assolutismo. Ma due ostacoli doveva superare per attuare i suoi propositi: la potenza dell'alta aristocrazia e la preponderanza religiosa e intellettuale della Compagnia di Gesù. Sebbene si fosse fino allora proferito amico dei Gesuiti, ai quali doveva la sua rapida ascesa, il P. mosse loro una guerra spietata, senza impacciarsi di scrupoli nella scelta dei mezzi. Sfruttando le accuse diffuse in Europa contro il cosiddetto Stato dei Gesuiti nel Paraguay, iniziò la lotta nel 1755 con numerose espulsioni individuali. A intrighi dei Padri attribuì la rivolta dei vignaioli di Oporto, nella quale essi non ebbero alcuna parte. Nel 1757 allontanò i confessori della famiglia reale e vietò ai Gesuiti l'accesso a corte. E intanto formulava a loro carico imputazioni d'ogni sorta, che da principio impressionarono anche il nunzio apostolico, ma senza mai produrre prove a sostegno di tali accuse. Benedetto XIV, che voleva evitare una rottura con il Re, nominò riformatore e visitatore dei Gesuiti portoghesi il card. Saldanha. Ma questa scelta, anziché facilita-re un accordo, favorì il giuoco del P., perché il Saldanha era suo parente e gli doveva la sua elevazione e cospicui benefici ottenuti dai consanguinei. Così, durante la Sede vacante per la morte del Papa, il P. poté agire liberamente, con la presunta tacita approvazione della suprema auto-rità ecclesiastica; fu tra l'altro emanata un'ordinanza che vietava a tutti i Gesuiti la predicazione e la confessione. Le manovre del P. vennero facilitate dal fatto che il nuovo generale dell'Ordine, Lorenzo Ricci, era uomo di alte doti spirituali, ma privo dell'energia e dell'abilità necessarie per affrontare un simile avversario. E anche il nuovo Papa, Clemente XIII, nel timore di uno scisma, sperò di comporre il dissidio con negoziati e si limitò a raccomandare ai Gesuiti silenzio, pazienza e preghiera. Ma i suoi tentativi di pacificazione furono resi vani dall'assurata del P. che nel 1758, sfruttando un attentato alla vita del Re, fece giustiziare alcuni membri della più alta nobiltà e additò nei Gesuiti i mandanti del misfatto. Anche di questa accusa non dette le prove e il Saldanha non mandò mai la relazione richiestagli in proposito da Roma. Seguì il sequestro dei beni della Compagnia e il 5 ott. 1759 l'espulsione di tutti i suoi membri. Che questi provvedimenti non fossero provocati da colpe vere o presunte di Gesuiti (nel qual caso, del resto, si dovevano punire i rei senza coinvolgere nella pena anche gli innocenti), ma rimasero invece a sgombrare il terreno per una più vasta azione contro la Chiesa romana, dimostraron gli avvenimenti successivi. Non solo vennero perseguitate altre comunità ecclesiastiche, ma, proprio mentre il Papa dava prova di una anche eccessiva condiscendenza, il P. decretò l'espulsione del nunzio Acciaioli e poi di tutti i sudditi pontifici, il divieto di comunicare con la Curia e di importare merci dallo Stato della Chiesa. Rivelava così il suo fine ultimo di rendere la Chiesa portoghese quanto più fosse possibile indipendente dalle gerarchie romane. E per un decennio i rapporti diplomatici fra lo Stato pontificio e il Portogallo rimasero interrotti. Le fortune del P. caddero con la morte del re Giuseppe. I nemici del ministro si vendicarono costringendolo a mettersi e facendolo processare. Esiliato a Pombal, egli morì poco dopo. Nell'apologia che scrisse nei suoi ultimi giorni egli si difese dall'accusa di peculato e di irreligione, dichiarando di essere sempre stato sinceramente cattolico.

BIBL.: B. Duhr, P., Friburgo i. Br. 1891; P. de Azevedo, O processo dos Tavoras, Lisbona 1921; J. L. de Azevedo, O marquês de P. e a sua época, ivi 1922; A. Ferrão, O marques de P. e a expulsão dos Jesuítas, Coimbra 1932; Pastor, XVI, 1, passim. Per altre indicazioni bibliografiche V. PORTOGALLO.

Roberto Palmarocchi

POMERIO GIULIANO - POMPALLIER JEAN-BAPTISTE 1728

Nella p. nunziale (p. nuptialis) la fanciulla esce dalla casa paterna accompagnata dal parentado e preceduta da una scorta di coetane e di giovannetti; nei funerali (p. funeris) precedevano il feretro il banditore (praeco) e il tibicine (siticen) che modulava la cantilena funebre, le insegne delle cariche sostenute, le immagini in cera degli antenati; nella p. trionfale (p. triumphalis) il generale, vestito di porpora e coronato di alloro, avanzava su una quadriga tirata da cavalli bianchi verso il Campidoglio; di qui il solenne corteo scendeva nel circo per i giochi o votati dal vincitore o normali alla fine della campagna di guerra autunnale; e ciò spiega l'affinità tra la p. trionfale e quella circense.

Nella p. circense (p. circensis) teneva il primo luogo il magistrato che procedeva su una biga, con la toga di porpora, la tunica palmata, la corona in capo e lo scettro con l'aquila in mano. Il corteo era aperto da giovinetti che avessero entrambi i genitori viventi; seguivano coloro che prendevano parte ai giochi, ministri inferiori del culto con incensieri fumiganti, sacerdoti, le immagini degli dèi portate a braccia, oppure su barelle (ferculae) e i loro attributi e simboli primitivi forse a tipo di feticcio, dette con benevolo eufemismo exuviae deorum, su piccoli carri a due ruote. La p. circense, uscita dal Campidoglio, giungeva al Circo Massimo e vi girava attorno alla spina per farsi ammirare dal popolo. Giunto il corteo sotto il balcone del magistrato che presiedeva, si celebrava un sacrificio, indi si dava principio ai giochi. La più ampia descrizione della p. circense è quella di Dionigi d'Alicarnasso (VII, 70).

L'ostentata manifestazione di culto pagano propria della p., che per il cristianesimo era manifestazione di baloica (omnes di gentium daemonia), ha fatto sì che nel rito battesimale il catecumeno sia invitato a rinunziare alle p. (Tertulliano, De cor., 3 «alla p.») di Satana compendiando in questa parola tutte le cerimonie e le vanità derivanti dal paganesimo.

Bibl.: S. Reinach, Satan et ses pompes, in Revue de l'Univ. de Bruxelles, 8 (1902), pp. 97-112, ristampata in Cultes, mythes, religions, I, Parigi 1905; A. Pigniol, Recherches sur les jeux romains, ivi 1923, pp. 15-31.

Pompeii - Portico del Foro.

Pomperio, Giuliano. - Sacerdote, oratore, n. in Mauritania; ca. la metà del sec. v si trasferì in Gallia (Gennadio, De viris illustr., 96), prendendo residenza in Arles (Vita s. Caesarii episc. Arelatensis, 1, 9), dove esercitò la professione di retore; uno dei suoi discepoli era Cesario.

Divenne più tardi abbas, stimato dai vescovi Ennodio di Pavia (Epist., 2, 6) e Ruricio di Limoges (Epist., 1, 17; 2, 9). Il suo scritto: De animae natura, non si è conservato; ugualmente perduti i libri De contemptu mundi e De virginitus institutionis. Si è invece conservata l'opera De vita contemplativa in 3 libri, ascritta a torto a Prospero d'Aquitania, ma citata come opera di G. P. da Isidoro di Siviglia con le parole: De futurae vitae contemplatione vel actuali conversatione necnon de vitiis et virtutibus, il che corrisponde completamente all'argomento dei tre libri dell'opera di G. P. Si tratta di una specie di regola pastorale per il clero (vescovi). L'autore ha conosciuto le opere di s. Agostino.

Bibl.: ed.: PL 59, 415-520. Per il testo cfr. anche: Fr. Degenhart, Studien zu Iulianus Pomerius. Programm, Eichstätt 1903; S. C. Prendergast, The latinity of the De vita contemplativa of Iulian Pomerius (Catholic University of America, Patristic Studies, 55), Washington 1938. Trad. inglese con note di M. I. Suelzer (Ancient christian writers, 4), Westminster, Maryland 1947.