PROVENZALE, LINGUA E LETTERATURA. - Non v'è oggi, a propriamente parlare, una lingua p., ma soltanto un sistema di dialetti della Francia meridionale, distinto da quello dei dialetti francesi per un certo numero d'importanti caratteristiche, nel complesso più conservative. Esso comprende tutti i dialetti a mezzogiorno di un'ideale
linea che, partendo a Occidente dall'estuario della Gironda, costeggia un tratto la Dordogna, s'alza ad arco intorno al Massiccio Centrale includendo Limosino ed Alvernia, scende poi al Rodano, lo taglia fra Vienne e Valenza, attraversa il Delfinato fino alla giuntura delle Alpi Cozie e Marittime, segue infine queste ultime, terminando al mare presso Monaco. Nel medioevo il dominio di tali dialetti era più esteso a nord, sin verso la Loira, comprendendo forse anche il pittavino; e su essi si elaborò, con caratteri di koiné, una lingua letteraria d'importanza non inferiore alle altre del nascente mondo neolatino. Dante la designò, dalla particella affermativa, come lingua de oc, per distinguerla dalle sorelle italiane, del si, e francese, dell'oil; ma nell'uso s'è fissato, fin dal Duecento, il nome di p., a rigore improprio, riferendosi ad un'area linguistica assai più vasta della Provenza propriamente detta, più vasta anzi della stessa Provincia romana. A tale differenziazione linguistica del mezzogiorno dal settentrione della Francia contribuirono l'anteriore e più intensa romanizzazione, il diverso substrato prelatino (celtoligure al sud, gallico al nord), il diverso superstrato germanico (Visigoti, poi Burgundi nel sud, Franchi nel nord), infine tutte le condizioni storiche e geografiche che consentirono nel medioevo una notevole indipendenza al Ducato d'Aquitania e in genere a tutta la vita meridionale.
Il primo testo a noi giunto della letteratura p., in un manoscritto dell'abbazia di Fleury-sur-Loire, ora ad Orléans, è il frammento d'un poema didascalico-agiografico su Boezio, considerato come un martire del cristianesimo: tale poema, in lasse di decasillabi, dovette esser composto intorno alla metà del sec. XI da un Limosino che s'ispirò a una biografia latina e direttamente al De consolatione philosophiae. Di pochi decenni posteriore è un altro poema agiografico, il cui manoscritto, ora a Leida, ha la stessa provenienza del primo, benché il testo appartenga invece alla regione narbonesa: la Canzone di Santa Fede, che narra, in lasse d'ottosillabi, la vita e il martirio della leggendaria Santa venerata ad Agen e a Conques, ispirandosi alle relazioni latine della sua passione e traslazione, ai miracoli che ne descrisse Bernardo d'Angers, in qualche parte anche al De morte persecutorum di Lattanzio. Ancora alla fine del sec. XI o alle soglie del XII si trovano alcune liriche sacre (un inno natalizio latino farcito di p., una preghiera alla Vergine, tutta provenzale, sullo schema di noti inni latini), in un manoscritto di S. Marziale di Limoges, ora a Parigi. Bastano questi elementi a dire il peso che nel sorgere della letteratura p., come delle altre neolatine, ebbero impulsi schiettamente religiosi.
Tradizioni di scuola, di cultura chiericale ebbero certo gran peso anche nel sorgere della lirica trobadorica, che della letteratura p. costituisce la parte maggiore e migliore. Non è caso che il monastero di S. Marziale a Limoges, una delle più operose fucine di poesia ritmica latina sin dal tempo dell'abate Odolrico (1023-40), si trovi nei domini di Guglielmo VII conte di Poitiers, IX duca d'Aquitania (1071-1126), il primo trovatore di cui siano pervenute a noi poesie, certo uno dei primi a praticare quest'arte, che dal tropus ecclesias ha tratto il nome, e dalla ritmica mediolatina dei tropari ed innari ripete moduli di versi e strutture storiche. E proprio ai tempi di Guglielmo e nei suoi domini fu fondato dal predicatore Roberto d'Arbrissel (1101) quel monastero di Fontevrault il cui singolare ordinamento, ispirato alla glorificazione della Madre di Dio, attribuiva l'autorità su un convento misto non a un abate ma ad una badessa, non a una vergine ma ad una vedova: esaltazione mistica della donna da cui, secondo il Bezzola, Guglielmo avrebbe tratto spunto, riducendola ad intenzione profana, per quell'esaltazione della donna ch'è motivo centrale della poesia amorosa dei trovatori.
S'accetti o no tale ipotesi, è certo che fra l'amore profano dei trovatori e quello mistico d'un s. Bernardo o d'un

(Ist. Enc. Cutt.)
Ma nella poesia trobadorica, pur persistendo modi e forme della cultura religiosa, l'esperienza religiosa non è più esclusiva, né dominante. Da essa si vengono svincolando i valori d'una spiritualità e d'una letteratura laica ed aristocratica, in cui il rapporto fra amante ed amata è assimilato, oltre che alla devozione religiosa, anche al rapporto feudale tra vassallo e signore, e l'amore, anche dove non è crudamente sensuale e cerca di spiritualizzarsi attraverso una condolenza gratuità, anche dove è sentito ed esaltato come principio d'elevazione morale, persino di castità, è però sostanzialmente amore adultero,
extramatrimoniale. Il riferimento all'eresia catara che questa concezione ha suggerito a qualche critico (Péladan, Rahn, De Rougemont) è però eccessivo. Il « ben celare », il designare la dama mediante pseudonimi (senhals), non sono precauzioni d'esoterismo eretice, ma atteggiamenti di discrezione pratica, spesso puro pretesto per svincolare la lirica da una condizione di troppo immediato autobiografismo; e il solote cui sospirano i trovatori è diletto mondano e letterario, che può essere idealizzato come crisma di cortesia, ma resta ben lontano dalle pretese sacramentali del consolamentum cataro.
Si tratta, in ultima analisi, d'un fatto di costume, ben comprensibile nell'ambiente dei ricchi castelli feudali, come lo sarà il cicisheismo nei salotti settecenteschi; e sono un gioco di società « contrasti » e « partimenti » e « questioni » e « corti d'amore », con le loro sottigliezze casistiche. Senonché l'importanza dell'« amore cortese » trascende codesti aspetti pratici e contingenti, per assumere, nella storia della civiltà occidentale, il significato d'una scoperta. Non solo i rapporti sociali fra i sessi « instaurano su un nuovo piano che, per certi aspetti (idee di « corteggiare », « cavaliere », ecc.) si prolunga fino ai giorni nostri; ma nell'esperienza amorosa si scopre un tono nuovo dello spirito, sconosciuto all'eros classico, un valore umano più intimo ed universale, per cui l'amore, questa « scoperta del sec. XII » (Seignobos), diventa il simbolo d'una civiltà. Fra l'istintività bruta del senso, realtà naturale mai sconfessata, e il rigorismo della legge morale e religiosa, sempre riconosciuta come superiore, si viene ritagliando un mondo del sentimento, rischioso nella sua ambiguità, sottilmente morbido nella sua squisitezza, aristocratico ed intellettualisticamente raffinato nelle sue estrinsecazioni, pressoché inesauribile come fonte di suggestione letteraria. Il teorico, si vorrebbe dire il Machiavelli, di codesta autonomia della vita sentimentale, regolata da un minuzioso galateo inxta propria principia, fu Andrea Cappellano con il suo trattato De Amore, composto intorno al 1185 e condannato poi nel 1277 dal vescovo Stefano Tempier; ma egli non fece se non sistemare un complesso d'atteggiamenti che si possono cogliere allo stato nativo nella lirica trovatoresca, la quale appunto intorno a questo perno ideale trova la sua unità.
Non s'intenda d'altra parte quest'unità in senso troppo statico. Son lontani i tempi in cui a un Diez la poesia provenzale poteva sembrare uniforme come l'opera d'un solo autore. Tutta la critica recente tende a meglio individuare e definire, entro l'unità della tradizione, rappresentata, nei canzonieri a noi giunti, da ca. 2700 liriche d'oltre 400 autori, le singole personalità di questi e i vari modi e la varia validità della loro ispirazione. L'attenzione s'appunta sugli iniziatori, che creando la loro poesia hanno fondato una poetica; mentre monotonia, convenzionalismo, assenza di ispirazione, sono più facilmente difetto degli epigoni, i quali hanno versificato entro i limiti e sui modelli d'una tradizione già costituita. Si vede così come l'esaltazione della donna e dell'amore sentimentale s'affacci in Guglielmo IX accanto a vecchi e pur vivaci motivi di maliziosa satira antifemminile, e d'esuberante, talor grossolana sensualità (onde la definizione di « trovatore bifronte »). Si vede, di contro alla nascente scuola poetica cortese, di cui è additato il capo nella persona d'un vassallo di Guglielmo, Ebolo visconte di Ventadorn, levarsi con robuste invettive e sarcastiche parodie il canto sdegnoso di Marcabruno (testi databili: 1133-48), che riscatta l'umiltà della propria condizione sociale con la consapevolezza d'un'arte tesa, in un linguaggio difficoltoso, ad orgogliose prove formali, e con il senso quasi profetico della propria missione, onde i suoi sirventesi hanno accenti biblici a sferzare la corruzione dei costumi e ad esortare alla crociata contro gli infedeli di Spagna. Si sente il fascino di un'ispirazione sognante e sottilmente contraddittoria nel tema (che non è, come taluno credette, allegoria religiosa) dell'amore lontano, cantato da Giaufré Rudel, protoppe di Blaia (m. alla seconda Crociata). Si riconosce in Bernardo di Ventadorn (attività: 1158-80), il miglior rappresentante della scuola di Ebolo, la voce più limpida della poesia trobadorica, che s'effonde con spontanea musicalità in canti di tenerezza estatica e di soave nostalgia d'amore,
soleggiati d'immagini radiose e commossi da un'alacre prontezza d'intuizioni. Di fronte al suo trobar leu, cioè facile e leggiadro, quale praticarono anche l'elegante Pietro Roger e l'appassionata Beatrice contessa di Dia (la più notevole tra le diciassette poetesse che segnano la partecipazione femminile al movimento trobadorico), si colloca il trobar clus, oggi si direbbe ermetico, di Rambaldo d'Aurenga (1150-73), con la sua esasperata ricerca d'asperità lessicali, sorprese foniche e concettuali, nuove strutture, dominate con aristocratica sicurezza; e più tardi il trobar vic d'Arnaldo Daniello (1180-1210), fervido maestro di stile e di tecnica, vero « fabbro », più che cesellatore, d'ardue esperienze formali (si ricordi la « sestina ») che suscitarono l'ammigrazione e l'inituazione di Dante e del Petrarca. Echi marcabuniani e cortesi s'intrecciano in Cercamondo e Bernardo Martin, e con più consapevole ansia di perfezione in Pier d'Alvernia (1158-80); trobar clus e trobar leu si succedono in Giraldo di Bornelh (1165-1200), che Dante salutò « poeta della rettitudine » e che fu veramente un sermoneggiatore sostenuto, ma non profondo, un moralista severo, ma non fino al ripudo dell'amore cortese, come Marcabruno. Accanto alle note amorose, satiriche, morali, altre ne suonano: p. es., in Berrando del Born (1181-94) il gusto antiborghese delle armi e della prodezza, l'esaltazione spettacolare della guerra. Né manca la nota religiosa ad ispirare componimenti significativi, dal doloroso canto di penitenza che Guglielmo IX compose durante un'infermità, nel pensiero della morte, ai canti di crociata di Marcabruno e di Pier d'Alvernia, alla preghiera e professione di fede di quest'ultimo.
Negli anni a cavaliere fra i due secoli la poesia trobadorica è in pieno fiore. I nomi si fanno più numerosi, ma al tempo stesso meno significativi, attenuandosi e tenendo a livellarsi nella moda le note distintive. Pietro Vidal, tolosano (1180-1206), trova accenti felici in un brioso umorismo fantastico e sentimentale; Rambaldo di Vaqueiras (m. dopo il 1205) si compiace di variar toni e generi, dal giallaresco all'epicheggiante; Folchetto ostenta nella sua giovanile attività poetica (1180-95) qualità di cultura e di dottrina raziocinante, che lo porteranno più tardi al vescovo di Marsiglia (ma alcune poesie religiose già a lui attribuite sono probabilmente dell'omonimo Folchetto di Romans). E si ricordino ancora: Gaucelmo di Cabestanh, con i suoi accenti di malinconia; Arnaldo di Marnoli, con la sua grazia stanca e un po' prolissa; Rigaldo di Berbezieux, con le sue curiose comparazioni attinte ai Bestiari; Raimondo di Miraval, Gaucelmo Faidit, Peirol, il Monaco di Montaudon, ecc. S'approssima la decadenza, non causata, ma soltanto affrettata dalla guerra albigese, dalla manomissione regia dei grandi feudi, dal conseguente venir meno di quella vita elegante che aveva alimentato la poesia « cortese ». Nella seconda metà del secolo, la voce più notevole è quella che il tolosano Pietro Cardinal (1225-72) leva a gridare il proprio orrore per le violenze commesse contro la sua terra, la propria violenta reazione contro il prepotere politico ed economico del clero; egli non difende però l'eresia, e conserva anzi un sincero e profondo sentimento religioso: uno dei suoi canti migliori è rivolto alla Madonna. L'infermarsi del culto mariano è del resto un carattere dell'epoca, e alla Vergine levarono canti anche altri trovatori, da Perdigon e Amerigo di Belenoi nella prima metà del secolo, a Folchetto di Lunel e Deodato di Pradas nella seconda. Un tentativo di conciliare l'ideale cortese con il nuovo afflato di religiosità è quello di Guglielmo di Montanhagol (1233-58), del quale si discute se, e fino a che punto, sia da considerare precursore degli stilnovisti.
Questo porta a considerare la diffusione conseguita nel frattempo dalla poesia trobadorica. Già all'inizio del sec. XII, da Rambaldo di Vaqueiras, Pietro Vidal, Amerigo di Peguilhan, fino ad Ugo di Saint-Circ, trovatori provenzali sbarcano a Genova, scendono in Piemonte, traversano la Lombardia fino alla Marca Trevigiana: i marchesi di Monferrato, i conti di Savoia, i Malaspina, gli Estens, Ezzelino da Romano, gareggiano nell'accoglierli ed onorarli. Altri numerosi, come già Marcabruno, valicano i Pirenei e visitano le corti d'Aragona e di Castiglia: qui visse a lungo quello che fu detto « l'ultimo dei trovatori »,

(fot. Biblioteca Ambrosiana)
L'opera dei trovatori è notevole anche dal punto di vista musicale: le 264 melodie pervenute mostrano una tecnica strettamente legata a quella del canto gregoriano, con minori ampiezze ma con maggior quadratura di disegno, con più spiccata tendenza a consolidare il ritmo in periodi brevi e il senso tonale in modi più vicini agli attuali maggiore e minore.
Minore fu l'importanza della letteratura p. in altri campi. Si credette un tempo (Fauriel) alla primogenitura

PROVERBI, Libro dei - Prologo di s. Girolamo al libro dei P. seguito dall'indice dei capitoli dello stesso libro. La miniatura raffigura Salomone - Biblioteca Vaticana, cod. Pal. lat. 4, f. 70 (sec. IX).
meridionale anche nell'epica, ma i pochi poemi e noi giunti, fra cui spicca il lungo Girart de Roussillon, sono posteriori alla fioritura francese e da essa dipendenti (Fierabras, Ronsavals, ecc.). Provenzale fu tuttavia il primo poema sulla Crociata d'Oriente, di cui resta un frammento rimaneggiato (Chanso d'Antioche); e a poemi storici diedero origine nel sec. XIV la guerra alligese e quella di Navarra. La poesia romanzesca dà un notevole romanzo arturiano, il Jaufré, e soprattutto un delizioso romanzo cortese, la Flamenca (prima metà del sec. XIII); ma poco altro, e quel poco di scarso rilievo. La poesia didascalica è rappresentata da diversi ensenhamens e dal macchinoso Breviari d'Amor di Matfre Ermengau (m. nel 1322); la drammatica da alcuni misteri della fine del sec. XIII (Esposalizi de nostra Dona Santa Maria) o del XIV (Passion del ms. Didot; Jeu de s. Agnès). In prosa si hanno, nate per lo più da un'interpretazione fantasiosa di testi lirici, vidas e razos; cioè biografie e dichiarazioni aneddotiche, preposte in alcuni canzonieri alle poesie dei singoli trovatori; poi opere edificanti e didascaliche, vite di santi, sermoni, traduzioni di testi sacri; una produzione che, indipendentemente dal suo scarso valore intrinseco, conferma la compiutezza di funzioni letterarie per cui l'antico p. era veramente «lingua». E di questa lingua si compilano anche grammatiche, le prime d'un idioma moderno: le Razos de trobar del catalano Raimondo Vidal, che sono anche un trattato di poetica, il Donat provençal d'un Ugo Faidit identificabile con Ugo di Saint-Circ, Jaidit cioè esule in Italia: opere dunque ad uso di stranieri.
Ma a partire dal sec. XIV, nella Provenza stessa la tradizione letteraria e linguistica richiede ormai d'essere sorretta artificialmente. Nel 1323 si fonda a Tolosa il Consistori del gai saber, e questa prima accademia moderna bandisce i «giuochi florali», annui concorsi poetici (vinti la prima volta da Joan de Caselnou, con un canto alla Vergine protettrice), e il suo cancelliere, Guglielmo Molinier, compone un largo trattato di grammatica e poetica, le
Leys d'amors. Ma leggi e giuochi e concistoro non possono arrestare la decadenza, dovuta alle mutate condizioni storiche. Assai prima dell'Editto di Villers-Cotterets (1539) il francese s'è imposto in tutto il Mezzogiorno come lingua dell'alta società e della letteratura (si pensi a G. Phebus, A. De la Sale, C. Marot); mentre i dialetti, sempre più frammentati, si prestano solo a qualche opericcuola popolare, a qualche genere tradizionale come i Noëls esotati nell'ottava di Natale.
Non risollevano il p. dall'ambito dialettale tentativi di rinascita quali s'hanno alla fine del Cinquecento con il guascone Du Bartas, nel Seicento con il tolosano Pietro Goudelin (Goudoli), nel primo Ottocento con la scuola di Marsiglia e il parrucchiere-poeta Jasmin. Lo risolleva bensì il movimento fondato nel 1854 da sette giovani, fra i quali erano temperamenti schietti di poeti: Giuseppe Roumanillo, Teodoro Aubanel, Mistral (v.); ma è una rinascita effimera. La lingua dei Félibres (così questi poeti chiamarono se stessi, adottando l'escuro termine con cui un canto popolare religioso designava i dottori che disputarono con Gesù) era il dialetto arlesiano trasformato da un sottile lavoro di selezione filologica e d'affinamento estetico; ma essa non giunse mai a vera completezza di funzioni letterarie, e la rapida evoluzione dello stesso arlesiano parlato, la resistenza di altri dialetti fortemente caratterizzati, la mutua incomprensibilità fra i meno vicini e il conseguente ormai abitudinario ricorso di tutti alla lingua ufficiale dello Stato, il francese, come lingua di conversazione e di cultura, fan sì che lo stesso capolavoro di Mistral, Mircia, non sia più accessibile oggi al popolo per cui fu scritto. Il felibrismo contemporaneo, sopravvissuto alla morte del Mistral e alle due guerre mondiali, è e resta letteratura dialettale.