PROVERBI, LIBRO DEI

PROVERBI, LIBRO dei. - Terzo (dopo Giobbe e i Salmi) dei libri didattici del Vecchio Testamento, primo dei «sapienziali». Ad esso si è ispirato, non di rado, l'Ecclesiastico (v.), benché ci siano tra i due libri assai notevoli differenze di forma e di contenuto.

Accanto al nome di P. (Παραγία, Proverbio), si trova quello di Parabole (Παραβολοί, Parabolae), che rende più letteralmente il titolo preposto al libro nella sua redazione definitiva: Millè (Sèbhnàh), Parabolae (Salomonis), nelle versioni latine (Prov. 1, 1). Nel Talmud è corrente il titolo abbreviato Millè, più raro Sèpher bohhnàh, a cui risponde il titolo di Σοφία, usato talora dai Padri (Eusebio, Hist. eccl., IV, 28, 14; PG 20, 597; cf. ἡ πανάρετος σοφία in I Clem. 57, 3; PG 1, 324), di Sapientia Salomonis (s. Cipriano, Testimon., II, 14; III, 56; PL 4, 768 [737], 781 [791]).

Màfal (v.), che è reso solo approssimativamente con «proverbio», significa similitudine, paragone, parabola, breve detto sentenzioso, che serve a inculcare una verità o un principio di ordine morale e pratico: è la parabola più propriamente detta (Ez. 17, 2; 24, 3), la similitudine e l'esempio, il detto di uso popolare (più precisamente proverbio: I Reg. 5, 12; Job 13, 12; Prov. 1, 1.6; 10, 1; 25, 1; 26, 7.9), il motto spiritoso e sarcastico (Ez. 12, 22 sg; 18, 2 sg.; Mi. 2, 4; Hab. 2, 6), le parole di motteggio

e l'oggetto del medesimo (Deut. 28, 37; I Reg. 9, 7; Jer. 24, 9; Ez. 14, 8 ecc.). Nei P. il mālāl va dalle forme elementari di semplici massime (capp. 10-22, 25-29) ai curiosi proverbi numerali (6, 16-19; 30, 15-31), ai quadretti vivaci e alle pitture di caratteri (23, 29-35; 24, 30-34; cf. 6, 6-11; 26, 13-16, ecc.), alle immaginose presentazioni della sapienza e del suo contrario, la stoltezza, talora con il procedimento della personificazione (7, 6-27; 9, 1-6; 13-18). Anche la forma poetica varia: dal distico, quasi costante nelle due raccolte salomoniche, al tetrastico, frequente nelle altre, alla strofa di dieci e più versi nei capp. 1-9. Particolare rilievo merita il mālāl numerale, che raggruppa, per certe caratteristiche comuni, determinati oggetti, definendone il numero in due momenti: prima con un'unità in meno, poi con la cifra che effettivamente si voleva indicare, a cui segue l'emancipazione degli oggetti numerati: nel libro dei P. quasi costantemente quattro (30, 15 sg. 18 sg. 21 sgg. 24-28, 29 sgg.: sette, in 6, 16-19), con previa menzione di tre (si noti l'eccezione di 30, 24); ma negli altri libri, specialmente profetici, il numero completo è anche il due (Iob 40, 5; Ps. 62, 13), il cinque, qualche volta il sette (Iob 5, 19) e perfino l'otto (Mt. 5, 5) e il dieci (Eccl. 25, 7).

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Il libro dei P. ha un'unità solo redazionale. Le varie collezioni si raggruppano intorno a due principali. Anche nell'interno delle singole collezioni è difficile o impossibile scoprire un'unità e una disposizione logica, succedendosi le sentenze alle sentenze senza nesso evidente.

Indizi più positivi della molteplicità delle collezioni sono, oltre la diversità dello stile e della dottrina, la ripetizione di sentenze molto simili, o addirittura identiche, i titoli conservati all'inizio delle singole raccolte. Dopo la diffusa introduzione dei capp. 1-9, viene ripetuto (10, 1) il titolo di 1, 1, perché a questo punto inizia la prima collezione salomonica (10, 1-22, 16). Seguono due minori collezioni (22, 17-24, 22; 24, 23-34) di «detti dei savi»: la prima viene introdotta (22, 17) senza titolo; ma lo presuppone la piccola introduzione di 24, 23. La seconda collezione salomonica (25-29) è opera degli «uomini di Ezechia re di Giuda» (25, 1). A questa fanno seguito i «detti di Agur figlio di Jāqeh di Maššā» (30, 1), che sembrano limitarsi a 30, 1-14, seguiti dai proverbi numerali (30, 15-33). Allo stesso modo i «detti di Lamuel, re di Maššā» (31, 1), si riducono a nove versetti (31, 1-9: fuggire le male femmine, corruttrici dei re, e l'abuso del vino), distinguendosi nettamente per la forma d'acrostico (ventidue distici, rispondenti alle lettere dell'alfabeto) il carme finale sulla donna virtuosa (31, 10-31): ritratto vigoroso della sposa e della madre di famiglia ideale.

I Padri e gli interpreti del medioevo attribuirono il libro dei P. tutto intero a Salomone, ingannati dal titolo di 1, 1 e dalla Agur (v.) e di Lamuel (v. in 31, 1), presi, non di rado, come pseudonimi o nomi simbolici di Salomone. L'unità d'autore non è più difesa. La diversità dell'ambiente storico e culturale si riflette in maniera troppo evidente nelle singole collezioni sopra elencate. Non c'è nessuna difficoltà seria contro l'origine salomonica del contenuto delle due collezioni 10, 1-22, 16 e 25-29. Per questo nucleo centrale tutto il libro poté venire denominato da Salomone come il Salterio da David. La lingua di queste due collezioni è del periodo migliore; la forma del mālāl è semplice ma efficace; frequenti gli accenni ad una monarchia che attraversa un periodo di splendore (16, 12-15; 20, 8.26.28), mentre non si allude mai a sciagure nazionali. Il contenuto di queste due collezioni può considerarsi come un saggio dei tremila «proverbi» detti da Salomone, secondo I Reg. 5, 12 (Volg. 4, 22). La seconda collezione fu fatta dagli «uomini di Ezechia» (25, 1); la prima può essere notevolmente anteriore, senza giungere all'età salomonica. È difficile determinare quando alle due collezioni salomoniche siano state unite le minori, e quando il libro abbia raggiunto la sua forma definitiva, con la lunga introduzione dei capp. 1-9, che hanno l'aspetto di un trattatello sulla natura e l'utilità della sapienza. Scendere, per quest'ultima parte, fino all'età ellenistica non sem-

(Ist. Esc. Cutt.)

PROVERBI. Libro dei - Incipit del libro dei P. o delle Parabole di Salomone. La miniatura rappresenta il giudizio di Salomone; nel tondo in basso Salomone giovane - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 2, f. 31 v (sec. xv).

bra giustificato: differente, infatti, è il modo di concepire la sapienza in confronto dei libri della Sapienza e dell'Ecclesiastico, influenzati, il primo soprattutto, dalla cultura greca.

I capp. 1-9, benché abbiano il carattere prevalente di una generica esortazione a seguire la sapienza, trattano pure della fuga delle compagnie malvage (1, 8-19; 2, 10-22), specialmente delle male femmine (5; 6, 20-35), dei riguardi doverosi verso il prossimo (3, 17-33), della prudenza nell'impegnarsi (6, 1-5), della fuga della pigrizia (6, 6-11). Nota predominante è l'invito a seguire la sapienza (cap. 8), convitante alla propria mensa (9, 1-6), cui si contrappone il banchetto della follia (9, 13-18).

Vario e slegato è il contenuto delle due collezioni salomoniche, nelle quali si passa dall'affermazione che i figli, secondo che sono buoni o cattivi, formano la gioia o la tristezza dei loro genitori (10, 1), alla condanna delle ricchezze male acquistate e all'esaltazione della giustizia (10, 2 sg.), quindi alla stigmatizzazione della pigrizia (10, 4 sgg.) ecc. Anche dove c'è una certa unità di contenuto, come in 10, 11-21 (saggezza nel parlare), sono intercalate massime sulla ricchezza e sulla povertà, sull'uso diverso che il giusto e l'empio fanno dei propri guadagni (10, 15 sg.). Ogni aspetto della vita individuale, familiare e sociale vi viene considerato. Particolare rilievo ricevono la dignità e il compito del re, del quale si delinea il modello in 16, 10-15; 20, 26-21, 1. Cf. 25, 2-7; 29, 2-14.

Lo stesso carattere di massime e di consigli slegati gli uni dagli altri hanno le due collezioni di detti dei savi (22, 17-24, 22 e 24, 23-34), che trattano del modo di comportarsi con il prossimo, particolarmente povero e indifeso (22, 22-28; 24, 11-18), dello stare alla mensa (23, 1 sgg.), della docilità richiesta per una buona educazione (23, 12-28), e danno una vivace pittura dell'ubriaco (23, 29-35) e del pigro (24, 30-34). Il re è concepito vicino a Dio nell'esortazione ai sudditi di non provocare la collera né dell'uno né dell'altro (24, 21 sg).

I detti di Agur (non individuabile) cominciano con

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(per cortesia del sen. G. Treccani)
PROVERBI, Libro dei - Incipit del libro dei P. o delle Parabale di Salomone.
Bibbia di Borso d'Este, eseguita tra il 1455 e il 1461, vol. I, f. 270 V. MODERATI, Biblioteca Estense.

una professione dell'inaccessibilità e trascendenza di Dio (30, 1-4) e della immutabilità della sua parola (30, 5 sg.).
Agur ama l'aurea mediocrità, per cui non vuole né po-
vertà né ricchezza, che espongono egualmente a pericoli
morali, ma soltanto il necessario alla vita (30, 7 sgg.).
Nei mētālīm numerali (30, 15-31) esalta egli pure il re (v. 29 sgg). Lamuel (personalità ignota) traccia la figura
di un buon principe (31, 2-9). Segue il quadro della donna
virtuosa (31, 10-31).

Il libro dei P., come altri sapienziali, offre note-
voli analogie con la dottrina dogmatica e morale del
Nuovo Testamento; per cui viene citato 25, 21 (Rom.
12, 20) a proposito di certi atti di cortesia da com-
piersi anche verso il nemico, del male del quale non
si deve godere (24, 17 sg.). Una libera utilizzazione
di 25, 6 sg. si ha in Lc. 14, 8 sgg. Prov. 20, 22 (cf. 24,
29) vieta di rendere male per male: superata la legge
del taglione, si avvicina a quella della carità (cf. Rom.
12, 17; I Thess. 5, 15; I Pt. 3, 9). Il motivo del non
ripagare il nemico con la sua moneta è la fiducia non
nell'intervento di Dio vendicatore (Deut. 32, 35), ma
nella protezione di lui.

Nella sua parte più recente e più dottrinale, il
libro dei P. prelude lontanamente alla Rivelazione
cristiana del mistero trinitario con la presentazione
della sapienza come qualcosa di distinto da Dio

creatore: 8, 22-31; cf. 1, 20; 9, 1-6 ecc.
Bisogna riconoscere, tuttavia, che i mētālīm di contenuto direttamente dogma-
tico sono pochi. P. è un libro eminente-
mente pratico, per la condotta della vita.
Ma alla base delle direttive pratiche
stanno premesse o principi che toccano
il fondamento stesso della religione. La
morale di P. riposa sul timore di Dio (1,
7), ossia su un profondo sentimento della
dipendenza da lui, unito ad una confi-
denza quasi filiale (3, 5-8).

P. presenta innegabili somiglianze con
la letteratura sapienziale degli altri popoli
dell'Oriente. In particolare, tra 22, 17-24,
20 Amen-em-ope (v.) le somiglianze sono talmente numerose
e precise da non potersi considerare for-
tuale. Teoricamente il problema potrebbe
risolversi o per la dipendenza di P. dal-
l'egiziano o di costui da P. o, finalmente,
di ambedue da una fonte comune. La pri-
ma e la seconda soluzione hanno trovato
meno patrocinatori della terza.

Per il testo dei P. il fatto più notevole
è la diversità molto forte che corre tra il
masoretico e i Settanta. Con il primo con-
cordano sostanzialmente la Pēṣitto, il Tar-
gum, le versioni greche di Aquila, Simmaco
e Teodozione, la Volgata. La traduzione di
s. Girolamo, molto affrettata (in tre giorni
tradusse Proverbi, Ecclesiaste e Cantice dei
cantici: cf. Proef. in libros Salomonic: PL
28, 1241), riproduce, in sostanza, un testo
ebraico anteriore di poco all'epoca dei Ma-
soreti. Con i Settanta coincidono le versioni
copte, siro-esaplare e l'antica latina. La
versione dei Settanta presenta caratteri di
eccessiva libertà. Ci sono divergenze di
senso (p. es., 13, 2-4 sgg. 9 sg.), testi tra-
dotti due volte (14, 22; 22, 8 sg.; 25, 20)
e numerose aggiunte (o si paraffrasa il
testo precedente o si esprime il medesimo
concetto con qualche variazione nelle im-
magini); ma le aggiunte possono essere tal-
volta (cf. 11, 16; 27, 20 sg.) tracce di un
testo ebraico più antico e migliore di quel-
lo masoretico. Le omissioni sono relativa-

mente poche: 1, 16; 4, 52. 7; 7, 25b; 8, 29ab. 32b.
33; 11, 4; 13, 6; 15, 31; 16, 1-3. 6-9; 17, 19b; 18, 8-23 sg.;
19, 1 sg.; 20, 14-19; 21, 5. 18b; 22, 6; 23, 23; 25, 9a. 19b.
Trasposizioni si hanno sia d'intero sezioni (la prima parte
delle parole di Agur, 30, 1-14, viene dopo 24, 22, ossia
dopo la prima collezione dei detti dei saggi; la seconda
parte delle parole di Agur, 30, 15-33, e le parole di Lamuel,
31, 1-9, dopo 24, 34, ossia dopo la seconda collezione delle
parole dei saggi), sia di singoli mētālīm, specialmente
della prima collezione salomonica (p. es.: 16, 7 dopo 15,
28; 20, 22 sgg. dopo 20, 9). La Volgata ha pochissime
aggiunte in proprio, rispetto al testo masoretico e al Set-
tanta: p. es., 14, 21c. Invece un terzo delle addizioni
dei Settanta sono comuni alla Volgata. Piuttosto che
d'influsso dell'antica latina sul traduttore della Volgata,
sembra trattarsi di posteriori interpolazioni. Il testo
masoretico e la Volgata, purgata dalle interpolazioni,
sono notevolmente più brevi dei Settanta e abbastanza
d'accordo tra loro. Ambedue rappresentano un testo
sinagogale, liberato, nei primi secoli dell'era cristiana,
dalle addizioni conservate nei Settanta.

BIBL.: i P. hanno avuto pochi commentatori nell'antichità cristiana, benché siano stati molto usati occasionalmente; più numerosi i commenti scritti nel medioevo e dal periodo del Rina- scimento. Cf. H. Höpfl - A. Miller - A. Metzinger, Introductio spe- cialis in Vetus Testamentum, 5ª ed., Roma 1946, p. 324. Recenti cattolici: J. Knabenbauer, Parigi 1910; G. Mezzacasa, Torino 1921; H. Wiesmann, Bonn 1923; A. van der Heeren, Bruges 1935; G. Girotti (La S. Bibbia, comment. da M. Sales-G. Gi-

rotti, Il V. T, 6), Torino 1938, pp. 5-124; H. Renard (La Ste Bible di L. Pirot - A. Clamer, 6), Parigi 1946, pp. 25-187; A. Vaccari (La S. Bibbia... a cura del Pont. Ist. Bibl., 5, 11), Firenze 1950, pp. 13-85. Recenti non cattolici: G. F. French, Londra 1909; C. Steuernagel, Tubinga 1923; W. O. E. Oesterley, Londra 1920; G. Kuhn (Beatrice zur Wissenschaft vom Alt. u. Neuen Testament, 57), Lipsia-Stoccarda 1931; B. Gemser, Tubinga 1937. Per le questioni di critica testuale e letteraria: G. Mezzacasa, Il I. dei P. di Salomone. Studio crit. sulle aggiunte greco-alessandrine, Roma 1913; A. Vaccari, Salomon Proverbiorum auctor, in Verbum Domini, 8 (1928), pp. 111-16; D. Gallucci, Principio ed elementi essenziali della morale nel I. dei P., in Scuola catt., 59 (1931, II), pp. 364-70; id., Il timor di Dio nel I. dei P. ibid., 60 (1932, II), pp. 157-68; id., Sapienza e follia, ibid., pp. 36-47; D. Buzz, Les mauchals namériques de la sangue et de l'alcool (Prov., 36, 15-16, 18-20), in Rev. bibl., 42 (1933), pp. 5-13; A. Robert, Les attaches littér. bibliques de Prov. I-IX, in Rev. bibl., 43 (1934), pp. 42-68, 172-204, 374-84; 44 (1935), pp. 344-65, 502-25; J. Schmidt, Studien zur Stilistik der altestam. Spruchliteratur (Altestam. Abhandl., 13, 1), Münster 1936; H. Duesberg, Les scribes inspirés. Introd. aux livres sapientiaux de la Bible. Le livre des Proverbes, Parigi 1938; P. van Imschoot, Sagesse et esprit dans l'Ancien Text., in Rev. bibl., 47 (1938), pp. 23-49; id., De « proverbis » sapientium, in Coll. Gaudaven., 25 (1938), pp. 141-45; J. Schilderberger, Die altlatein. Texte des Proverben-Buches untersucht und textgeschichtl. einweigliedert. I. Die alte afrikanische Textgestalt, Beuren 1941.

Teodorico da Castel San Pietro

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“PROVERBI, LIBRO DEI.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 138. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/proverbi-libro-dei.