RADICALISMO

RADICALISMO. - Usualmente il termine serve a indicare l'atteggiamento di quei movimenti ideologici e politici, i quali, riannodandosi alla concezione agnostica, individualistica e democratica, di cui si nutrà la Rivoluzione Francese, si sono proposti la riforma totale del regime esistente, applicando fino alle loro ultime conseguenze i principi da quella sostenuti e divulgati. Finché si rimane unicamente sul piano storico, è difficile estrarre dai programmi dei partiti, che si sono denominati radicali, il significato proprio della loro denominazione, tanto è vario il loro atteggiamento pratico, adattato alle condizioni sociali dei paesi, nei quali hanno svolto la loro attività. Altro è il r. inglese, altro quello francese e altro quello italiano.

Tuttavia, rifacendosi alla derivazione etimologica, si possono determinare alcuni elementi comuni, i quali, integrati con alcuni dati storici, possono fornire un concetto alquanto approssimativo. R., «da radice», nella sua eccezione più generale significa un atteggiamento spirituale e pratico, del quale fanno parte, da un lato l'opposizione irriducibile a un dato ordine esistente e dall'altra il proposito di rovesciarlo per riformarlo, applicando sino alle ultime conseguenze uno schema ideale e astratto. In questo senso di opposizione al passato, alla quale sovente si associa un linguaggio eccessivo nella critica, e di tendenza estremista al rinnovamento, il r. può avere come termine qualsiasi attività umana, e perciò si è potuto parlare di un r. religioso, economico, sociale e così via.

Nondimeno l'oggetto proprio e specifico, cui il r. viene riferito, è l'ordine sociale, verso il quale esso si volge con spirito di critica implacabile, per abbatterne senza residui le istituzioni, sulle quali si è appoggiato o si appoggia, e trasformarlo fin dalle fondamenta. Il significato ricavato dall'etimologia rimane, dunque, fondamentale al r. filosofico e politico. Esso si avvicina all'estremismo e con questo sovente si confonde, sebbene ne rimanga distinto per la tendenza ad ottenere le riforme invocate mediante l'azione legale, come per la stessa ragione si distingue ancora più nettamente dalle correnti rivoluzionarie. Il r. potrebbe definire in modo più sintetico un riformismo eccessivo e intransigente.

La sua origine storica giova a mettere in luce i principi, ai quali si è ispirata la sua azione: il r. filosofico, che forni poi il modello a movimenti eguali, sebbene non identici, nel continente, nacque in Inghilterra, dietro l'influsso esercitato in quel paese dalla Rivoluzione Francese e dalle correnti ideologiche che vi si riannodano. Si ritiene che il nome sia dovuto al Bentham, il quale postulava una riforma radicale delle istituzioni, per rompere l'egemonia delle classi dirigenti e immettere il popolo alla partecipazione della cosa pubblica. La teoria da lui abbozzata, che ha come fondamento l'utilitarismo, così consono alla mentalità mercantilistica inglese del tempo vittoriano, è individualistica, non conoscendo come principio della vita sociale se non l'interesse individuale, misura e criterio dell'azione del potere pubblico, il cui unico scopo consiste nel provvedere all'interesse del maggior numero. Inoltre essa è liberale e democratica, in quanto esige una più attiva partecipazione del popolo alla vita pubblica e patrocina l'introduzione del suffragio universale.

Le note distintive del r. filosofico, così denominato perché ebbe una formulazione teorica, cui si ricollegano, oltre al nome del Bentham, quelli di Giacomo Mill, di Maucaulay, Grote, Molesworth e altri, la maggior parte rielaboratori indipendenti dei principi del caposcuola, si ritrovarono in quello politico. Già in Inghilterra, sceso dal piano ideologico a quello sociale, esso creò un movimento politico che, oltre a conquistare parecchi delle

classi dirigenti e ad ottenere forti affermazioni nelle arringhe parlamentari, si diffuse nelle piazze, per agitare l'opinione pubblica mediante i comizi. A suo attivo sono da ascrivere parecchie importanti riforme: la soppressione dei divieti contro le coalizioni operaie nel 1824 e 1825; l'emancipazione dei cattolici nel 1829; la grande riforma elettorale nel 1832.

Il r. continentale si modella su quello inglese, dal quale riceve i motivi. Esso può essere liberalismo (v.), dal quale attinge le direttive ideologiche e le tendenze pratiche, sospingendole però agli estremi, nella compilazione dei suoi programmi e nella loro attuazione. Un punto comune, che merita speciale menzione, è quello della separazione della Chiesa e dello Stato, secondo il nuovo diritto introdotto dalla Rivoluzione Francese. Per il conseguimento di questo scopo, così in Francia come in Italia e negli altri paesi, il r. prese un atteggiamento anticlericale intransigente, che lo fece diventare oppressore e persecutore della Chiesa e delle sue istituzioni. I partiti politici, che presero il nome di radicali, divennero rifugio e strumento docile della massoneria, con la quale si confusero. R., democratismo assoluto, massoneria, riformismo socialista non di rado sono stati in pratica sinonimi.

Sebbene alcuni movimenti politici e regimi sociali più recenti abbiano alcuni caratteri propri del r. (ad es., disprezzo del passato e volontà riformatrice condotta fino agli ultimi limiti), non si possono, tuttavia, denominare radicali, se non secondo il significato più generale del termine. Nazismo, fascismo, comunismo non sono un r. in senso storico, poiché mancano dei presupposti individualistici, liberali, democratici e umanitari, sui quali si fondò l'ideologia e l'azione del r. classico.

Il r. al presente non sopravvive quasi (occorre però fare delle eccezioni, ad es., in Francia), se non quale atteggiamento personale eccessivo e intransigente, che accompagna i temperamenti passionali, il cui opposto è la mentalità reazionaria attaccata tenacemente al passato. Movimenti ancora più radicali lo hanno soppiantato, facendo proprie alcune delle istanze popolari, per le quali a suo tempo ebbe a battersi, e l'anticlericalismo che sempre lo distinse. La sua critica sta nel suo atteggiamento e nei suoi principi ispiratori.

Nella vita sociale non si può prescindere dalle esperienze del passato, facendo di esse tabula rasa, poiché il suo progresso consiste nello sviluppo ulteriore delle conquiste umane già fatte. Come la natura così la società, della quale è un effetto, non procede per salti, ma per successive acquisizioni, che ne perfezionano la struttura. Le pretese estremiste del r. urtano poi contro il libero progresso delle istituzioni sociali, al quale ripugna l'autoritismo della legge, che è una specie di assolutismo legale; gli schemi astratti, infine, vanno costantemente saggiati con le possibilità offerte dalla vita reale, alla quale deve sempre badare ogni prudente azione politica.

I principi del r. sono derivati dall'agnosticismo razionalistico dell'illuminismo, riversatosi nella corrente liberale, e pertanto, come atteggiamento estremista di questo indirizzo ideologico e politico, vanno soggetti a tutte le riserve e le critiche ad esso mosse dalla dottrina sociale cattolica (v. LIBERALISMO).

BIBL.: R. Calamandrei, Lugica del r. italiano, Firenze 1895; E. Halévy, La formation du radicalisme philosophique, 3 voll., Parigi 1901-1904; R. Murti, Il partito radicale e il r. italiano, Roma 1913; N. M. Fovel, Il partito radicale nell'ora presente, ivi 1914; A. La Pegna, Il r. sociale, Milano 1919; G. Perticone, Gruppi e partiti politici nella vita pubblica italiana, Modena 1938, pp. 212-20; G. De Ruggero, Storia del liberalismo europeo, Bari 1945, pp. 97-113. Cf. inoltre S. Maccoby, English radicalism (1853-86), Londra 1938 e M. R. Adams, Studies in the literary backgrounds of English radicalism, Lancaster 1947.

Antonio Messineo

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“RADICALISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 275. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/radicalismo.