RAGAZZI, CITTÀ (VILLAGGIO, REPUBBLICA, COMUNITÀ) dei. - Istituzione di educazione o ricaducazione per la formazione morale e professionale dei fanciulli, orfani o randagi, vittime dell'abbandono da parte delle proprie famiglie, dell'ambiente, di compagni pervertiti; ai quali vennero ad aggiungersi altre vittime numerose, nelle stesse condizioni, fatte dalla seconda guerra mondiale.
I. STORIA
La prima C. dei r. fu istituita negli Stati Uniti ad Omaha (Nebraska) dal p. E. G. Flanagan (v.), nel 1917, che prese a prestito 90 dollari per poter pagare il primo mese di affitto. Cominciò con 5 ragazzi, che al Natale 1917 crebbero a 25 e aumentarono sempre più in progresso di tempo. Ora la Boys-Town si estende per 3 kmq., conta un migliaio di giovani cittadini, ha il proprio ufficio postale, il suo municipio, un proprio tribunale regolare, che si raduna ogni lunedì; scuole, officine, case, fattorie, chiese e un'arena capace di 2500 posti a sedere e 8500 spettatori. L'opera, che sconcertò medici e studiosi di psicologia, sacerdoti, poliziotti maturi, economici e statisti, trovò la sua forza travolgente nell'amore di Dio e dei fanciulli.
A Trogen, nella Svizzera, si inaugurò nel sett. 1946 il primo padiglione del «Villaggio Pestalozzi», per cura delle Nazioni Unite, destinato ad accogliere orfani di guerra delle varie nazioni. I fanciulli sono divisi in gruppi o «famiglie» di 16-20 persone; ciascun gruppo occupa locali propri, sotto la guida di «capi famiglia», di maestri ed educatori della stessa nazionalità e lingua dei ragazzi. L'insegnamento è dato nella lingua materna degli alunni.
Ad imitazione di queste città sorseo molte altre numerose comunità di ragazzi in tutta l'Europa, le quali nel 1948 si riunirono nella Fédération internationale des Communautés d'enfants (F.I.C.E.), la quale comprende tutte le istituzioni di ragazzi che mirano a questi obiettivi: a) liberare il fanciullo dalla paura, sorgente di diffidenza e di dispetti; b) sviluppare la sua affettività in attività creatrici, parallele ai doveri scolastici; c) dargli il senso della sicurezza con un'educazione vicina a quella familiare; d) fargli comprendere i meccanismi della vita sociale con la partecipazione attiva e responsabile ai lavori e alle organizzazioni della comunità; e) salvarlo dall'ego-centrismo di gruppo, educandolo all'amore dell'obiettività e alla comprensione anche internazionale.
In Italia si hanno più di 20 c. dei r., quasi tutte fondate da sacerdoti con l'aiuto di benefattori italiani e stranieri, specialmente dell'«American Relief for Italy» (A.R.I.).
Il «Villaggio dei fanciulli» a S. Marinella (presso Civitavecchia) sorto nel 1945 per opera di mons. J. Patrick Carroll-Abbing e don Antonio Rivolta, su di un'estensione di 20 kmq., presenta un'organizzazione e un regime molto democratico. Bandita ogni terminologia di collegio o di caserma, il dormitorio si chiama «albergo»; il refe
(let. 20 burs) Raffaello Sanzio - Il volto del Cristo nella Trasfigurazione. Pinacoteca Vaticana.
torio « ristorante ». l'economato « emporio ». I cittadini non conoscono altra disciplina che quella imposta dall'assemblea, dal loro autogoverno e dal senso civico della responsabilità. Vi sono le cariche di sindaco, questore, giudice, avvicendate ogni mese; la giunta, che si raduna tre o quattro volte la settimana. Ognuno può andarsene quando vuole; quando torna vi è riaccolto; solo si richiede che, fin che vi si rimane, si osservino gli statuti da cittadini leali. Lo studio e il lavoro vengono pagati con una moneta speciale, chiamata « merito », con cui si paga l'albergo. Il ristorante, i vestiti, ecc.; durante la vacanza è anche convertibile in denaro; e così diventa un mezzo di contatto con l'esterno.
La « Repubblica dei r. » di Sassi (Torino), sorta nel 1946, per opera di d. Arbinolo, presenta invece una organizzazione un po' meno democratica, perché, secondo gli statuti, si regge sul tipo di una repubblica presidenziale, di cui il fondatore è presidente a vita, e a lui è riservata l'approvazione o la disapprovazione di qualsiasi decisione del sindaco, dell'assemblea generale, ecc.
Più o meno secondo questi due tipi sono organizzate le altre c. dei r., sorte a Roma, Napoli, Bari, Lanciano, Palermo, Piacenza, Cuneo.
II. I PRINCIPI INFORMATORI
La buona riuscita delle c. dei r. si deve soprattutto ai principi pedagogici a cui si ispira, fondando armonicamente insieme la coscienza dell'autonomia irriducibile della persona, il rispetto dovuto alla libertà del fanciullo, al vivo senso del dovere personale e sociale, che deve risolversi in una autoformazione fortemente illuminata, sentita e costante. Il che si può ridurre a queste tre formule: 1) ogni fanciullo può diventare un galantuomo. Chi intendesse la formula in senso assoluto ed escludesse ogni intervento della Grazia soprannaturale, sarebbe evidentemente in errore, perché la esperienza e la fede insegnano che la natura umana nasce con le stimate del peccato originale e ne subisce le conseguenze nell'ordine fisico e nell'ordine morale. In errore ugualmente sarebbe chi, all'opposto, ritenesse la natura umana così corrotta da essere incapace di redimersi. La formula pedagogica, invece, rettamente interpretata, significa che si deve tenere una via intermedia tra l'ottimismo sognatore di G. G. Rousseau e il crudele pessimismo di Baio e di Giansenio. Occorre, dunque, prima di tutto credere e aver fiducia nel fanciullo, nelle sue possibilità morali e soprannaturali di redenzione e di riabilitazione, che ne animano lo sforzo inteso ad attuare. 2) Non si può educare il fanciullo senza il suo concorso. Un'educazione che tutto faccia dipendere da formole e precetti astratti, ripetuti fino alla noia, e imposti magari con la forza, non conchiusa nulla; l'educazione è opera essenzialmente interiore, sia nel piano naturale che nel piano soprannaturale della Grazia; e il fanciullo deve dare la sua cooperazione attiva, mentre l'educatore deve creare l'ambiente favorevole per questa cooperazione, favorirla, suscitarla, mantenerla. 3) I fanciulli sono i migliori collaboratori per l'educazione dei compagni. L'educatore che voglia davvero trovare un'eco nell'animo dei fanciulli e dei giovani, deve sentirne i problemi, le impressioni, le reazioni e le difficoltà, con la stessa sensibilità con cui essi le sentono. Il che non è così semplice in un adulto, perché dovrebbe, per così dire, rinnovarsi interiormente per ridursi al loro livello. Il fanciullo, invece, non ha questo bisogno; già sente come sentono i compagni e perciò la sua opera educativa è più naturale e spontanea. Con questo non si vuol dire che l'azione degli adulti, specialmente della famiglia e dei genitori, sia superflua. Anzi, la presenza e l'azione dei più grandi è indispensabile, perché il più giovane, posta la sua inesperienza e debolezza, ha vivo bisogno di guida, di buon esempio, di appoggio, di amore.
III. L'APPORTO DELLA PEDAGOGIA CRISTIANA
Di fronte a questo nuovo movimento conquistatore e a queste nuove strutture pedagogiche, le pedagogia cristiana ha molto da incoraggiare, quando i principi informatori siano rettamente interpretati e praticati. Il cristiano, infatti, deve sapere che la vita del fanciullo è la vita di un figlio di Dio, che può portare in sé una vita soprannaturale mediante la Grazia, e da questa sostenuto e rafforzato può salire le vette più alte dell'eroismo. Sa pure che Dio è amore, e che perciò l'educatore cristiano deve imitare Dio anche sotto questo aspetto. Questi fanciulli che arrivano alle c. dei r. sporchi, viziosi, indisciplinati, pervertiti, che sanno rispondere, spadroneggiarie, ribellarsi, sono puri amati, quali sono, da Dio, che ne conosce la capacità di corrispondere a una chiamata disinteressata. D'altra parte la dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze porge all'educatore lo stimolo a cooperare con la Grazia perché l'educatore prenda coscienza di questa sua condizione di peccatore e di creatura; per cui l'autonomia assoluta è illusoria e vana e c'è il dover liberarsi dalla schiavitù del male e del peccato per tornare figlio di Dio. Inoltre la dottrina cristiana ci mette dinanzi lo spirito sociale, di cui deve essere animato ogni figlio di Dio: Gesù ha dato se stesso fino a morire; e anche l'educatore deve formarsi la convinzione interiore, che deve vivere non solo per sé, ma anche per gli altri, fino, occorrendo, al dono totale. La Grazia ci fa tutti fratelli di Gesù, donde uno spirito in noi di fraternità universale.
BIBL.: C. Busnelli, Les villages d'enfants, in Lumen vitae, 1949, pp. 309-20; L. Romanini, Il movimento pedagogico all'estero, II. Brescia 1951, pp. 62-101; F. e W. Oursler, P. Fiaschia della c. dei r., trad. it., Roma 1951; J. Patrick Carroll-Abbing, La c. dei r. di p. Flanagan, ivi 1951; id., Il grido di Rachele, Milano 1952. Celestino Testore