RESTA URAZIONE

RESTA URAZIONE. - Comunemente per r. si intende il periodo che seguì il crollo napoleonico. Non fu però un ritorno puro e semplice: difatti conservatorismo e r. non coincidono del tutto, perché nel periodo della r. accanto alle tendenze reazionarie che volevano fare tabula rasa del recente passato si inseriscono forze che sentono la necessità di accettare dell’esperienza giacobino-napoleonica quanto era “utile” o “necessario”.

Difatti gli uomini politici più coscienti si oppongono ad una reazione cieca e violenta. Lo stesso Metternich si sente (per lo meno in certe intenzioni) “moderatore” delle forze sorgenti e delle aspirazioni nuove, più che sistematico oppositore. Luigi XVIII, se “concede” dall’alto la Costituzione (cioè non accetta un patto bilaterale tra re e popolo), apre il potere alla borghesia, nuova forza nata dalla Rivoluzione. Lo zar Alessandro, che continua la tradizione autocratica in Russia, innalza la Polonia a regno costituzionale. In Italia, nel Regno delle Due Sicilie, si adotta il Codice napoleonico tranne qualche modifica. Anche in altri Stati (come in Toscana) si mantengono il codice di commercio, il sistema ipotecario, l’abolizione della feudalietà e degli statuti municipali, le norme sull’ammissione della prova testimoniale, lo svincolo dei beni fideicommissari. Nello Stato Pontificio, l’opera del card. Consalvi (v.), se fu antiliberale, fu anche tipicamente antireazionaria.

Se la r. dei governi e dei gabinetti fallì nel fondere il nuovo e il vecchio in un tutto unitario, proprio perché non seppe risolvere il dissidio tra restaurare e accettare i principi di nazionalità e libertà, pure c’è nell’epoca una notevole forza dialettica, e, negli uomini, un senso comprensivo di molti problemi (finanziari, diplomatici, giudiziari). In molti uomini del tempo c’è anche un rifiorire, dopo tanti disastri, di sincera ansia religiosa o di raffinata sensibilità etica, anche se spesso fu dannoso per la religione che si sta tentando da parte di alcuni di costoro di assoggettare la Chiesa ad instrumentum regni. La politica della S. Sede ottiene però indubbi vantaggi in quanto riesce a vincere definitivamente, pure attraverso concordati, alcuni tentativi di Chiese nazionali, che tante preoccupazioni avevano dato nei secc. XVIII e XVIII.

L’urto della r. è tra moderati e reazionari (come si vede nello stesso Congresso di Vienna); allorquando la lotta si sposta tra reazionari e liberali vorrà dire che entrano in campo nuove forze che pongono fine allo stesso contesto di r. Ma il momento centrale della r. è tutto dominato da una vasta polemica tra l’eredità dei “lumi” e il fiorire del romanticismo spiritualistico-idealistico, “tra il distretto divino teorizzato nell’età moderna a sostegno dell’assolutismo delle monarchie nazionali accentratrici e il diritto divino elaborato nell’età di mezzo e romantica-mente idealizzato; tra il progresso concepito come indifferente migliorabile con successive conquiste e il progresso immaginato come ritorno a una verità sin dal principio dei secoli pienamente posta” (Bulferetti).

romanticismo (v.) si è svolto attraverso una sua specifica dialettica e che più che immedesimarsi nella r. vi coincide momentaneamente (cf. E. Troeltsch, Aufsätze zur Geistesgeschichte und Religionsoziologie, Tubinga 1925, pp. 589-92), anche se ha elaborato le idee che grosso modo sostengono le polemiche “restaurative”.

Bibl.: la bibl. è vastissima; la si trova in M. Petroccchi, La R. il card. Consalvi e la riforma del 1816, Firenze 1941, pp. 1-27; id., La R. romana, ivi 1943, pp. 141-45 e L. Bulferetti, La R., in Questioni di stor. del Risorgimento e dell’unità d’Italia, Milano 1951, p. 111 seg. Massimo Petroccchi