RESTA URO

RESTA URO. -

I. IN ARCHITETTURA

Così si definiscono quei diretti interventi sulle strutture e gli essenziali elementi decorativi di un edificio tendente alla loro conservazione o a ricondurli, nella maggiore misura possibile alle condizioni originali. Il concetto di r. architettonico, particolarmente per quanto si riferisce ai suoi limiti, si è venuto modificando nel corso del tempo con il concetto stesso di opera d’arte architettonica. Comunque, fin dal 1893, Camillo Boito, illustre studioso di problemi di storia e di critica architettonica, codificando in due dialoghi le norme utili per un r. ha enunciato: meglio consolidare che riparare, meglio riparare che restaurare, ove è implicito che il termine r. sia circoscritto a quello di ripristino, inteso nel senso etimologico. La massima enunciata dal Boito è basata su principi molto chiari: a) un’opera d’arte architettonica come qualsiasi altra opera d’arte pittorica o scultorica non tollera aggiunte, integrazioni, completamenti, modifiche, comunque manomissioni da parte di chichessia, senza perdere o veder compromesso il proprio originario valore. b) Qualsiasi r. implica sempre un lavoro di critica, ossia di intuizione dell’opera d’arte stessa e la conoscenza dei suoi valori individui. Restaurare dunque significa principalmente conservare.

Comunque, visto e considerato che anche a causa delle distruzioni provocate dalla recente guerra i suddetti fondamentali principi del r. si sono dovuti applicare con vari temperamenti, determinati dal fatto che gli edifici bisognevoli di cure erano organismi ancora vivi e operanti nella complessa vita civile, e quindi non potevano lasciarsi allo stato di ruderi più o meno pittoreschi, ecco una classificazione di diversi tipi di r. Tale classificazione tuttavia si enuncia dopo avere chiarito come nella massima parte dei casi i diversi criteri di lavoro si sono dovuti molte volte simultaneamente adottare anche in un medesimo r. Ché ben di rado si è dato il caso di

monumenti che avessero bisogno di essere consolidati e non reintegrati o ricomposti o non richiedessero nuovi adattamenti o sistemazioni in qualche loro tratto. Ad ogni modo eseguendo un r. architettonico si distinguono operazioni di consolidamento, di reintegrazione, di ricomposizione, di adattamento o sistemazione.

1. Il r. di consolidamento consiste nel puro e semplice rafforzamento delle strutture di un edificio. Ciò può avvenire sostituendo gradualmente o comunque rafforzando le murature o gli elementi portanti della fabbrica. Esempio caratteristico quello della chiesa duecentesca di S. Lorenzo a Napoli, nella quale tutti gli antichi pilastri della costruzione che minacciavano rovinare sono stati pazientemente svuotati uno ad uno e nel loro interno è stato posto un sostegno di cemento armato ancorato in basso alle fondazioni debitamente rafforzate e in alto ad un cordolo pur esso di cemento armato sul quale grava il peso delle coperture. In tal modo tutto l'organismo architettonico della chiesa di S. Lorenzo è oggi come serrato e sorretto da una invisibile armatura che ne garantisce la stabilità assoluta.

2. R. di reintegrazione. Sono stati i più frequenti fra quelli imposti dagli eventi bellici. Si tratta in genere di r. in edifici solo in qualche parte abbattuti o danneggiati ma in altre ancora integri o quasi. In questi edifici l'idrogeabile principio di non creare falsificazioni, e di non disturbare l'insieme con opere discordanti dall'antico, ha spesse volte messo a dura prova l'intelligenza e la sensibilità del restauratore. Si tratta di armonizzare le parti nuove con le antiche, pur differenziandole da quelle. A ciò si può arrivare con vari sistemi, che vanno dall'impiego di diversi materiali a quello dell'uso di una diversa tecnica, a quello della chiara datazione incisa nei nuovi elementi necessariamente inseriti. I r. condotti, ad es., al Palazzo Vitelleschi di Tarquinia, al S. Domenico di Bologna, agli Eremitani di Padova, alla chiesa di S. Maria delle Grazie di Viterbo, alla basilica minore dell'Osservanza di Siena, ne sono testimonianze caratteristiche. Come ne è esempio anche il r. della basilica di S. Lorenzo fuori le mura a Roma ove in verità nel portico si ha un caratteristico esempio di r. di ricomposizione.

3. R. di ricomposizione sono definiti infatti quelli determinati dall'opportunità e dalla possibilità di ricomporre un edificio con gli stessi elementi, le stesse antiche pietre ricollocate nel luogo originario. Ciò si è potuto fare specie in alcune strutture isolate o di piccola mole o inserite quasi a sé stanti in edifici maggiori. Così appunto nel portico del S. Lorenzo di Roma, in molti edifici di Pompei, nel fianco sinistro della chiesa di S. Maria della Catena e nel cortile porticato del Palazzo Abbattelli di Palermo, nelle cappelle Mastrogiglie e Piccolomini della chiesa di Monteoliveto a Napoli, nel portico bramantesco presso S. Ambrogio a Milano, nel tempio di Augusto a Pola, ecc.

Può tuttavia definirsi anche r. di ricomposizione quello

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(da Ballettino d'arte, 1915, n. 2, p. 277, pp. 3)
Restauno - Facciata della cattedrale di Salerno parzialmente restaurata.

delle gigantesche strutture della facciata e dei fianchi del Tempio Malatestiano di Rimini. Strutture le cui pietre sconnesse, ma non abbattute dalle esplosioni, sono state pazientemente, sistematicamente numerate, rilevate, fotografate e poi smontate una ad una, come gli ingranaggi di una macchina, e quindi rimontate così che andassero di nuovo a prendere il posto che occupavano prima del disastro. Tutto ciò è stato fatto malgrado l'immensità della mole con un metodo ed una perfezione tecnica che, data l'ampiezza e insieme la delicatezza del lavoro, ha del prodigioso. Un lavoro del genere tuttavia 130 anni prima era già stato compiuto dal Valadier per il r. dell'arco di Tito nel Foro romano.

4. R. di adattamento e sistemazione sono invece quelli che vengono condotti in edifici o parte di edifici che per cause molteplici hanno perduto il primitivo carattere e per i quali sarebbe illogico tentare di far loro recuperare il primitivo aspetto. Chi penserebbe oggi di restaurare il Castel S. Angelo di Roma tentando ridargli l'aspetto che aveva quando venne elevato per essere il mausoleo dell'imperatore Adriano? Così oggi non si pensa di restaurare la bellissima S. Chiara di Napoli per riportarla al mirabile aspetto cui l'avevano ridotta i Napoletani durante secoli e secoli di lavoro, d'arte, d'amore, di devozione. Dell'antica S. Chiara, divorata dalle fiamme appiccicati da uno spezzone incendiario il 4 gg. del 1943, oggi si consolidano le strutture trecentesche e si coprono con un gran tetto a capriate. L'edificio restaurato avrà un aspetto diversissimo dall'antico, di quando era tutto splendente d'oro e colori vivi. Da esso emanerà un senso del tutto nuovo, non privo tuttavia di una sua tragica bellezza.

BIBL.: G. Giovannoni, s. V. ENOCH. Ital., XXIX, pp. 137-30; E. Lavagnino, Offese di guerra e restauri, in Ulisse, I (1944), fasc. II (ag.), pp. 123-240 (con bibl.). Emilio Lavagnino

II. NELLA PITTURA

Lontani ormai dal pernicioso restauro cosiddetto di completamento, tanto in auge nei secoli passati, oggi si è finalmente giunti a considerare il r. pittorico prevalentemente in senso conservativo e di consolidamento, senza alterazioni e senza aggiunte. Quindi, per le opere dipinte si cerca sempre, per quanto è possibile, la restituzione in primitum dell'opera da restaurare.

Il lavoro primo di questa restituzione nei dipinti è la pulitura, pericolosa e difficile anche quando con essa non s'intende la rimozione di parti aggiunte. E certo un grande aiuto è offerto per questo dalle nuove scoperte scientifiche, prima fra tutte dalla radiografia, che permette di orientarsi nell'uso dei reagenti per la pulitura, che possono essere numerosi, e per cui bisognerà scegliere tra di essi quelli che appariranno più opportuni dall'esame chimico-fisico del dipinto. Senza enumerarli si osserverà soltanto che le più usate sono le sostanze a base di trementina che, evaporando con rapidità, evitano la successiva e lenta azione corrosiva, la quale non può mancare nell'uso di sostanze alcaline (soda e potassa). Effettuata la ripulitura un nuovo problema sorge: quello di

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consolidare le superfici e di «colmare» le lacune che saranno risultate evidenti. Escluso il completamento che non potrebbe che falsare l'opera dell'artista (la quale appunto perché opera d'arte è sempre creazione individuale e quindi non permette sostituzioni), i metodi ora in uso sono quello di segnare i contorni delle zone distrutte con linee atone al fine di rendere soltanto il ritmo originale della composizione (Polittico di s. Gregorio di Antonello nel Museo nazionale di Messina), o l'altro, in uso nell'Istituto centrale del r. di Roma, consistente nel cam

pire con colore all'acquirente le parti mancanti riprese con un sistema di tratteggio che, appagando l'occhio, potrà inoltre sempre esser rimosso con facilità quando un differente gusto del r. determinasse di operare altrimenti.

Ma un altro problema ancora esige spesso sottili accorgimenti e un lavoro imponente: quello del rinforzo, del raddrizzamento o addirittura della ricostruzione delle antiche tavole di pinte. Una delle operazioni più comuni nel r. delle antiche pitture su tavola, facili ad incurvarsi, è quella della parchettatura, consistente nel riportare, in maniera definitiva, la tavola in piano. È questa una felice trovata di tempi recenti e si contrappone alle traverse fisse, incollate nel passato sul rovescio della tavola, causa esse stesse di contorsioni e di spaccature: il nuovo sistema, invece, consistente nel lasciare scorrevoli le traverse perpendicolari alle fibre del legno, permette a questo di muoversi (si muove infatti soltanto in quel senso), di «respirare» quasi, senza pregiudizio per la stabilità della tavola.

Per i dipinti su tela, invece, è spesso necessaria la rintelatura, cioè la foderatura, con nuova tela, di quella vecchia, per mezzo di speciali accorgimenti e colle che, permeando la tela originaria, hanno anche lo scopo di rinforzare il dipinto nella sua stessa aderenza tra imprimitura e colore. Né è raro il caso del trasporto di un dipinto dalla tavola sulla tela: operazione anche questa delicatissima e per la quale si procede in maniera molto simile a quella usata per il trasporto di affreschi, distruggendo cioè progressivamente dal di dietro la vecchia tavola, dopo aver incollate sulla superficie pittorica delle tele che assicurino durante l'operazione la stabilità della pittura.

Quanto agli affreschi, è noto che se già nell'antichità si procedette talvolta allo spostamento di opere affrescate su muro, ciò avvenne trasportando l'affresco con tutto il muro: mentre oggi si procede a questa operazione o col distacco della pittura e del solo intonaco, per mezzo di lunghe lame che tagliano quest'ultimo dal muro, o con lo strappo. Per quest'ultima operazione si incollano delle tele sulla pittura e quindi si «strappano» queste dal muro: sulle tele rimarrà incollata la superficie pittorica, sul retro della quale si potrà così operare, preparandola per montarla su di un telaio; dopo di che si potranno togliere le tele applicate sul davanti dell'affresco e che sono servite per lo strappo.

III. NELLA SCULTURA

Il r. di conservazione e di consolidamento delle opere scolpite consiste nell'eliminare le cause che ne determinano il deterioramento. Tra queste vanno principalmente ricordate quelle derivanti dagli agenti atmosferici, e per le statue di marmo diversa, rifiabili si provvede ad arrestare la disgregazione della materia, p. es., per mezzo di bagni a base di silici; per le statue lignee invece spesso occorrerà eliminare il tarlo (e ciò vale anche per i dipinti su tavola). Ma oltre a queste operazioni tendenti ad eliminare le cause di deterioramento, ci si trova, anche per le sculture, a dover affrontare il problema del r. di liberazione, ché son noti, ad es., i «completamenti» rinasci-mentali o, peggio, le «variazioni» barocche delle antiche statue. Ma oggi si è finito purtroppo con dover tollerare le aggiunte che, una volta tolte, non avrebbero lasciato che moncherini perfettamente tagliati e politi dai vecchi restauratori peradattare ad essi le aggiunte in questione. Conservazione pura e semplice dell'opera d'arte, quindi, pure per la scultura, anche se qualche volta l'esigenza di una integrazione sia sentita, nei limiti consentiti dal rispetto che l'opera d'arte impone. E si ricorda un recente esperimento dell'Istituto del r. con il quale si è proceduto, ad es., al completamento con di

versa materia di una traposfora in bronzo, segnando le parti di r. con sottili incisioni verticali e parallele. «Le quali non alterano la continuità dell'epidermide dell'opera, pur determinando in maniera indiscutibile le zone restaurate» (Cagiano de Azevedo): si è cioè trasferito alla scultura il sistema a tratteggio usato per le opere pittoriche. In ogni caso è sempre buona norma rivolgersi per i necessari r. agli organi tecnici competenti la cui opera offre in genere ogni garanzia. Concludendo, si può affermare che l'attività del restauratore deve essere sempre giudicata da un giudizio critico valutativo dell'opera d'arte. Il restauratore deve far sì che nell'opera d'arte restaura ciò che è nuovo si distingua dall'antico. Mai deve tentare la falsificazione. Anche in questo caso ciò che è falso è condannabile. — Vedi tav. XLI-XLII.

BIBL. — Il bibl. data da G. Giovannoni, P. Toesca, C. Albizzi e U. Cialdea, s. V. ENOCH. Ital., XXIX, pp. 127-36, si aggiunge: E. Lavagnino, Offese di guerra e r., in Ulisse, 1 (1047), fasc. 11, pp. 123-240; La ricostruzione del patrimonio artistico, a cura della Direzione gen. antichità e belle arti, Roma 1950; Mostra del r. di monum. e opere d'arte... nelle Tre Venezie (catalogo), Venezia 1949. Più in particolare per la pittura, R. Mancia, Esame delle opere d'arte e il loro r., I. Milano 1944; II, ivi 1946, e i vari cataloghi di mostre di opere restaurate, numerose dopo la guerra (v. , p. es., quella tenuta a Firenze nell'ott. 1946 a cura della Soprintendenza alle Gallerie), e di quelle periodiche dell'Istituto centrale del r. di Roma, che pubblica anche un Bollettino, ed. dalla Libreria dello Stato. Per l'attività estera V. specialmente la riv. Museum, ed. dall'Unesco; in particolare il n. 3 del 1950, pp. 109-88, dedicato alla pulitura dei dipinti. Gilberto Ronci