RICHELIEU, ARMAND-JEAN DU PLESSIS DE

RICHELIEU, Armand-Jean du Plessis de. - Cardinale e primo ministro di Francia, n. a Parigi il 9 sett. 1885, m. 11 il 4 dic. 1642. Di piccola nobiltà del Poitou, la morte prematura del padre, nel '90, costrinse la madre a una vita assai ristretta a Richelieu (castello tra Poitiers e Tours), che il ragazzo, di salute assai delicata, lasciò nel '94 per il Collegio di Navarra a Parigi, donde, compiuti brillantemente gli studi di grammatica e filosofia, a 16 anni passò al'Accademia, destinato alla vita militare; ma pochi mesi dopo la lasciava per conservare alla famiglia il godimento del vescovato di Luçon, con cui re Enrico III aveva ricompensato i servigi del padre, essendosi il fratello secondogenito fatto certosino. R. si dedicò con ardore agli studi teologici, aiutato da una formidabile memoria, e a 21 anni, designato vescovo dal Re, si recò a Roma per sollecitare la nomina e la dispensa per l'età; ivi fu apprezzato anche dal papa Paolo V e fu ordinato il 17 apr. 1607; dopo un nuovo soggiorno a Parigi, nel dic. del 1608 si istallava nel suo misero vescovato, dove, con l'abituale energia, visitò la diocesi, restaurò la Cattedrale e cercò di creare un clero istruito e combattivo per la lotta, a cui egli stesso si dedicava, contro i protestanti.

Non dimenticava però Parigi; l'attività episcopale era una preparazione per il potere a cui lo spingeva la sua ambizione, cosciente delle proprie capacità; nel 1614 diveniva l'elettore del clero del Poitou agli Stati Generali e ne era l'oratore, per designazione della Reggente, nella seduta di chiusura; molto egli doveva alla presenza a corte del fratello primogenito Enrico. Il frutto di tanta

Article illustration
Rictano, Frangois-Matie-Benjamins Ritratto.

cipazione dei relativi frutti di massa comune, solo coloro che crano origimari del luogo, in cui sorgevano tali chiese. Partecipanti furono perciò detti i recepti e partecipazione il relativo diritto di percepire la quota parte dei frutti di massa.

RICHELIEU, ARNAND-JEAN DU PLESSIS de - Ritratto in tre pose da servire per un busto in scultura. Dipinto di Filippo di Champagne - Londra, Galleria nazionale.

abilita, e, deve pur dirsi, di tanto servilismo anche verso il ministro Concini, favorito della Regina, lo si ebbe il 25 nov. 1616, con la nomina a ministro. Ma l'uccisione del Concini al Louvre, per ordine di re Luigi XIII che, con l'aiuto del Luynes, si liberava dalla tutela della madre e la mandava in esilio, rimandava il R. al suo vescovato, e anzi, per un anno, all'esilio di Avignone. Senonché nel 1619 si ebbe bisogno di lui per una riconciliazione con la Regina madre, rifugiatasi presso i nobili ribelli; il premio della sua abilità, fu la promessa del cappello cardinalizio, che però ebbe solo il 5 sett. del 1622, dopo la morte del Luynes, geloso della sua superior capacità. Vincendo con l'aiuto della Regina madre la intima ripugnanza del Re, entrava il 19 apr. 1624 nel Consiglio e in ag., quale capo di esso, iniziava la sua grandiosa opera politica.

La finalità prima di R. è di riparare gli errori di politica estera e «riportare» come egli dice «il nome del re fra le nazioni straniere al punto a cui doveva essere e subito interviene nella Valtellina per tagliare le comunicazioni dirette fra Austria e Spagna, ma ha un ostacolo nelle condizioni interne. Egli non esita ora a schierarsi contro le direttive della Regina madre, a cui pure tutto deve, e Maria de' Medici finirà con l'essere la nemica più accanita dell'uomo che ha collocato presso il figlio e che non vuol più servirla. R. dominò il Re appagando la coscienza profonda della grandezza reale che Luigi XIII aveva. La volontà del Re è debole ed oscillante e R. deve continuamente rafforzarla e suggerire le decisioni per il bene dello Stato e mostrarse la dura necessità. Il programma del R. verso l'estero, generico all'inizio, si sviluppa via via secondo le circostanze, le necessità e soprattutto gli ostacoli esterni ed interni, così intrecciati fra loro che, solo stroncati gli Ugonotti, le congiure di Corte e le ribellioni nobiliari, egli potrà volgersi liberamente contro il nemico esterno. L'opera del R., con i suoi difetti e le sue asprezze va vista in mezzo alle difficoltà ed ai pericoli, anche personali, fra cui si svolse.

Neppure un mese dopo il suo avvento, il R. chiede con un ultimatum lo sgombero delle truppe papali che occupano, come forza neutrale, la Valtellina e nel nov. 1624 lo impone con la forza, creando con questo inaspettato gesto uno scompiglio in Europa, a cui non seguì però un'azione proporzionata, perché una rivolta ugontotta, sussidiata dalla Spagna, e una congiura in cui era mescolato il fratello del Re, imbarazzarono R., che dovette subire, solo emendandolo, il Trattato per la Valtellina con la Spagna, combinato a Monzon dall'ambasciatore francese su direttive della Regina madre (firmato il 2 maggio 1626). R. però, approfittando di questa distensione con la Spagna, preparò la soppressione degli Ugonotti come partito politico con l'assedio di La Rochelle (luglio 1627-30 ott. 1628) che condusse con tenacia ed abilità dopo aver represso una congiura di corte che costò la vita allo Chalais e al maresciallo D'Ornano. Con una diga di 1500 m. aveva chiuso il porto e resi vani gli attacchi della flotta inglese. Caduta per fame la città e ristabilivoli il culto cattolico, l'anno dopo ne prese l'ultima rivolta ugontata in Linguodoca e con la «grazia» di Alais (28 giugno 1629), confermando le clausole religiose dell'Editio di Nantes, placava i dissidenti ed eliminava la loro minaccia. Dalla vittoria di La Rochelle si può datare la vera potenza del R. Durante l'assedio era scoppiata la crisi di Mantova (dic. 1627) con la successione del duca Gonzaga-Nevers, osteggiato da Spagna e Austria, perché francese. Solo nel dic. 1628 R. induce Luigi XIII ad intervenire contro il parere della madre e, nel marzo 1629, il Re forza il passo di Susa e sblocca Casale assediata. La lotta a Corte però è sempre dura, ma R. il 14 sett. 1629, offrendo le sue dimissioni, ottiene la creazione a ministro principale. Dopo di che, essendo Mantova e Casale assediate da imperiali e spagnoli, R. e il Re occupano Pinerolo (marzo 1630) e Saluzzo (luglio dello stesso anno) e piegano Carlo Emanuele I alla pace. Al ritorno in Francia vi è a Corte l'ultima battaglia; il Re è moribondo a Lione e già è dato l'ordine d'arresto del R. appena sia morto il Re, ma questi si rimette e il 10 nov. del 1630 a Parigi, dopo una terribile scena della Regina contro R., davanti al Re silenzioso, tutto pareva finito: invece era «la journée des dupes», Luigi conferma a R. la sua fiducia, la Regina è confinata a Compiègne, fugge ne: Paesi Bassi e morrà in esilio; in seguito a una nuova rivolta, vengono giustiziati il maresciallo Louis de Marillac e il duca di Montmorency (1632).

R. è ora più forte all'interno, ma si avvicina fatale l'urto aperto con la casa d'Austria dei due rami, perché egli ha finora solo mandato aiuti in denaro agli Olandesi e ai protestanti e, non senza molta esitazione, aiutato Gustavo Adolfo di Svezia pacificandolo con la Polonia; ora si allea con lui (13 gen. 1631) ottenendo così che gli imperiali sgombrino l'Italia e riconoscano la successione francese a Mantova: egli aveva imposto però al Re protestante il rispetto del culto cattolico nelle terre occupate. Ma presto i trionfi di Gustavo Adolfo e le sue crescenti ambizioni politiche dovettero preoccupare R., che poi, quando il Re di Svezia cadde sul campo di Lützen (6 nov. 1632), fu preso dalla preoccupazione opposta per il risorgere della potenza imperiale, che lo spinse a far intervenire la Francia apertamente nella guerra di Germania. Decisone grave sotto l'aspetto politico e religioso, ma soprattutto pericolosa per quello militare, perché la Francia aveva truppe appena sufficienti alle modeste lotte interne, e non pari, tecnicamente, agli eserciti che vent'anni di guerra avevano creato in Germania e Fiandra. L'occupazione spagnola di Treviri, il cui Elettore si era unito alla Francia, decise R. e Luigi XIII a intervenire, con il risultato che la Francia fu invasa da sud e dalla Fiandra, creando un vero panico a Parigi; una pronta reazione cacciò gli invasori e la guerra si combatté da allora fuori della Francia, con lenti ma continui progressi in Alsazia e Fiandra, mentre la Spagna era attaccata anche in Italia e doveva fronteggiare le rivolte della Catalogna e del Portogallo. Nel 1642 veniva espugnata Perpignano, ma la vittoria era ancora lontana quando il R. veniva a morte, e non trovava miglior continuatore della sua politica da indicare al Re che un italiano, Giulio Mazzarino, i cui servigi si era assicurati togliendolo alla diplomazia papale.

Tre mesi prima aveva sventato la Congiura del Cinq-Mars, gran scudiere del Re, che con altri grandi si era accordato con la Spagna.

L'opera vera del R. fu di preparare la potenza della monarchia in Francia e la sua conseguente posizione primaria in Europa, ma le difficoltà di esecuzione di questi propositi gli fecero trascurare altri importanti compiti da lui pur sentiti. Così egli fu solo l'iniziatore della potenza navale francese che non esisteva del tutto

Article illustration

al tempo di La Rochelle. Sentì pure la necessità di un riordinamento amministrativo e fiscale: si hanno, con lui, i primi intendenti, ma quando nel 1630 apparve la fatalità di una guerra generale, egli deliberatamente vi rinunciò. Si occupò delle colonie, di compagnie mercantili, ma le necessità militari spegnevano ogni sua iniziativa. L'uomo che fondò l'Académie Française (1635) e il Jardin des Plaute, ricostruì la Sorbona ove volle essere sepolto, avrebbe, nella pace, mostrato in misura maggiore il suo amore per la cultura e l'arte. La figura e l'opera del R., specie nella politica interna con il ristabilire l'autorità del Re sulla rottosità nobiliare, non poteva essere ben vista né al suo tempo, né poi, qualunque fossero i suoi meriti verso la Francia. La nobiltà non perdonava all'uomo che l'aveva sottoposta alla legge (tra l'altro, pur non avendo creato le misure contro i duelli, le faceva finalmente rispettare con fredda severità); e neppure Luigi XIII poteva esaltare un così duro collaboratore. Del resto alcuni tratti dell'uomo si prestavano a calcare le tinte: l'inesorabile durezza della repressione che, pur necessaria, era spesso fatta da giudici straordinari, lo sfarzo regale e le immense ricchezze procuratesi con l'occupazione di numerose abbazie, il grandioso servizio segreto di spionaggio sono realtà che mettono molte ombre attorno alla memoria di lui. Non si deve però dimenticare che egli servì con passione ardente e sincera la Francia, mentre i suoi avversari erano pronti sempre ad accordarsi con lo straniero.

Anche nei rapporti ecclesiastici con Roma R. porta uno spirito «laico»: egli è stato un vescovo serio e zelante ma con uno spirito di conciliazione verso i dissidenti; espertissimo nella scienza teologica, intorno al 1636 iniziava quel Traité de la perfection du chrétien, raffinata, anche se non originale, esposizione sull'orazione e la contemplazione; ministro, anche se cardinale, vede preminenti gli interessi dello Stato. Spesso egli parla minaccioso e duro con i nunzi, ma evita sempre ogni conflitto aperto: ebbe la fortuna di aver a trattare solo con papa Urbano VIII, inclinato alla Francia dopo la sua nunziatura di Parigi e convinto che essa fosse un contrappeso necessario alle pretese spagnole ed austriache; perciò il Papa reagì debolmente alla brusca espulsione delle sue truppe dalla Valtellina, ma non poteva certo compiacere il R. fino a schierarsi contro l'Impero nella guerra di Germania. In Francia vi era poi, nei Parlamenti e alla Sorbona, una vivace corrente di ostilità contro il papato, e R. agì più volte come mediatore per impedirne gli eccessi, né è giusto credere che egli stesso prima la aizzasse, per fare il mediatore dopo aver raggiunto i propri fini; anche al ministro non poteva garbare l'eccessivo agitarsi dei Parlamenti e spesso le sue decisioni erano solo espedienti per superare gravi difficoltà. Abate supremo dei Benedettini, avrebbe voluto avere in Francia anche i poteri di legato, e questo combina con la sua smania di piegare ogni resistenza all'assolutismo regio e suo, unico rimedio, per lui, al disordine della Francia. Nelle strettezzine finanziarie che lo attanagliavano e che lo spingevano a durezzare inaudite per far denaro, usò pochi riguardi ai beni del clero. Ma il rimprovero più grave che Roma aveva il diritto di fare a R., era che l'intervento francese in Germania, sia pure a fine politico, aveva impedito colà la restaurazione cattolica che in certi momenti era apparsa possibile con la vittoria delle armi imperiali; ma per R. era un dogma politico che la sicurezza francese escludesse necessariamente l'unità politica dei due paesi confinanti, Germania e Italia.

BML.: dei Memoires di R. è discussa l'autenticità; sono però di sua ispirazione; di essi, oltre edizioni del secolo scorso, vi è una nuova edizione della Société d'histoire de France iniziata nel 1637.