RITI, QUESTIONE DEL

RITI, QUESTIONE DEL. — La q. dei r. tratta di quegli atti di venerazione verso Confucio, gli ante-nati e la famiglia imperiale, in uso in Cina e Giappone, ed anche di alcuni usi e costumi in India. L'adattamento dei cattolici a questi riti ha dato luogo a lunghe discussioni che vanno sotto il nome di q. dei r. cinesi (I), r. giapponesi (II) e r. malabarici (III).

I. R. CINESI. — Dopo molti tentativi inutili compiuti dai Portoghesi e dagli Spagnoli, per iniziare le missioni in Cina, i gesuiti Ruggieri e Ricci riuscirono nel 1583 a stabilire la prima stazione a Shiuhing, provincia del Kwangtung. Nel 1601, poi, il Ricci poté prendere stabile dimora a Pechino capitale dell'Impero. Fin dal principio il Ricci cercò di adattarsi agli usi e costumi cinesi non soltanto in cose esterne come l'abito, vestendosi prima da bonzo, poi dal 1594 da letterato, ma anche nella terminologia dei santi nomi e nei r. verso Confucio e gli antenati.

La prima grande difficoltà era rappresentata dalla traduzione in cinese dei termini cristiani, specialmente di Dio, Spirito, Anima. Ricci era d'avviso che i termini cinesi T'ien-Chu (Dominus caeli) ovvero Shang-Ti (Dominus supremus) o T'ien (Caelum) rendessero sufficientemente il contenuto cristiano della parola Dio, come T'ien-Chu quello di Spirito e Ling-hun quello di Anima. In una conferenza dei missionari gesuiti a Macao nel 1600, questa terminologia fu approvata, come anche nelle due conferenze del 1603 e del 1605 convocate dal p. Valignano (v.) fu approvato l'adattamento agli usi cinesi in onore di Confucio e degli antenati.

Quanto al nome di Dio, ben presto si formò tra gli stessi Gesuiti un'opposizione condotta dal p. Longobardi contro i termini T'ien e Shang-Ti. Dopo la morte del Ricci nel 1610, Longobardi, divenuto superiore della missione cinese, fu incaricato dal visitatore Francesco Paisio di esaminare di nuovo la questione dei nomi di Dio. Tutti i missionari e alcuni letterati cristiani diedero il loro parere, che però non fu uniforme. Dopo un nuovo esame nel 1612 o 1613 si proibì l'uso della parola Shang-Ti, senza però raggiungere tra i missionari l'uniformità. Pro e contro i termini Shang-Ti e T'ien si continuò a discutere specialmente a Kiating nel 1629. Nel 1629 il visitatore Palmiero proibì un'altra volta l'uso di T'ien e Shang-Ti; ma il generale dei Gesuiti, Muzio Vitelleschi, revocò l'ordine. Contro il nome T'ien-Chu pure sorsevo opposizioni, e alcuni missionari, tra i quali Longobardi, propone di usare la parola latina Deus. Infine però il nome T'ien-Chu prevalse.

Difficoltà più serie sorsevo dopo che i Domenicani (1631) e i Francescani spagnoli (1633) giunsero nella missione cinese, specialmente nei riguardi dei r. in onore di Confucio e degli antenati. Erano cerimonie che si compivano nei tempietti in onore di Confucio dagli ufficiali governativi e dai letterati; ed usi e r. per venerare i progenitori in occasione dei funerali, o sulle tombe, o, in casa, dinanzi alle tavolette degli antenati. Ricci e Gesuiti consideravano queste cerimonie come manifestazioni puramente civili, di cortesia e di gratitudine verso Confucio e gli antenati, e si appellavano ai vecchi scritti cinesi e all'opinione dei letterati dell'epoca, probabilmente tutti neoconfucianisti, che non attribuivano alcun significato religioso a quei r. I Domenicani e Francescani invece in queste cerimonie vedevano consuetudini superstiziose, basandosi sull'atteggiamento del popolo durante quei r., e proibivano ai loro cristiani di assistervi.

Senza voler dare un esame critico approfondito di r. e delle cerimonie in parola si cercherà di esporre brevemente le vicende della lunga questione.

Nel 1635 alcuni gesuiti, francescani e domenicani tennero un convegno a Foochow sul metodo missionario, dove furono discusse le cerimonie in onore di Confucio e degli antenati. A Tintgu, poi, Domenicani e Francescani iniziarono due processi informativi sulla lite con i Gesuiti. Gli atti furono mandati a Manila. Contenevano 15 dubbi sottomessi all'arcivescovo di Manila, Hernando Guerrero, che li mandò a Roma. La Historia de la provincia del S. Rosario de la Orden de Predicadores, del P. Diego Aduarte (Manila 1640), rese di pubblica ragione la lite in parola. Da Manila il p. Morales O. P., bandito dalla Cina, fu mandato a Roma, ove arrivò nel febr. 1643, e propone 17 dubbi sul metodo missionario in Cina. Per l'esame dei medesimi il S. Uffizio nominò sette qualificatori che presero una decisione, pubblicata con decreto di Propaganda del 12 sett. 1645. Le risposte relative agli articoli dal n. 6 al 13, circa l'assistenza dei cristiani alle cerimonie in onore degli spiriti di Confucio e dei progenitori, furono negative. L'osservanza delle decisioni fu resa obbligatoria per tutti i missionari cinesi. I Gesuiti della Cina, però, non furono d'accordo con le decisioni romane e mandarono a Roma il p. Martino de Martins, che giunse nel 1654 per proporre al S. Uffizio 4 dubbi, di cui il 3° e il 4° riguardavano le cerimonie in onore di Confucio e degli antenati. Le cerimonie erano presentate come atti di pura cortesia ed il S. Uffizio il 13 marzo 1656 le permise ai cristiani. La controversia però non ebbe termine, perché sorse subito la questione se il decreto del 1656 avesse abrogato quello del 1645. Con altro decreto il S. Uffizio il 13 nov. 1669 decise che dovevano osservarsi tutti e due i decreti «i uxta quaesita, circumstantias et omnia in dictis dubiis expressa».

Nel frattempo, e cioè nel 1665, la religione cristiana era stata proibita in Cina e quasi tutti i missionari, ad eccezione di alcuni gesuiti rimasti alla Corte imperiale e di alcuni missionari riusciti a nascondersi nelle province, erano stati trasportati a Canton nel 1666, dove furono trattenuti prigionieri nella residenza dei Gesuiti. Erano 21 gesuiti, 3 domenicani e 1 francescano, i quali nel 1667 e nel 1668 tennero alcune conferenze. Furono prese 42 decisioni e la 41a aveva per oggetto le cerimonie in onore di Confucio e degli antenati, e si basava sulla decisione del S. Uffizio del 1656. Gli Acta Cantonensia furono firmati dai Gesuiti e dai Domenicani, non però dal francescano Antonio Caballero. Anche il domenicano Fernandez Navarrete, dopo una lunga corrispondenza con i Gesuiti, ritrasse la sua firma. Egli fuggì dalla prigionia di Canton e giunse nel 1672 a Roma dove propone a Propaganda 119 dubbi, di cui 21 sulle cerimonie in onore di Confucio e 25 sulla venerazione dei progenitori. Propaganda nominò alcuni consultori per l'esame dei dubbi del Navarrete, ma non pubblicò nessun nuovo decreto, di modo che i decreti del 1645 e del 1656 rimasero in vigore, e i missionari, tornati nel 1671 alle missioni, seguirono la doppia prassi nei luoghi in cui potevano lavorare. Negli anni 1676-79 Navarrete pubblicò i due volumi di Tratados históricos políticos, éticos y religiosos de la Monarchia de China, e nel secondo parlo della quarta del r. L'Inquisizione spagnola, però, confessò immediatamente questo secondo volume.

Con l'arrivo dei missionari del Seminario di Parigi in Cina nel 1684, la q. dei r. fu ripresa. Nel 1687 Carlo Maigrot fu nominato vicario apostolico del Fukien. Per ottenere la necessaria unità nella prassi dei missionari dei vari istituti emanò il 26 marzo 1693 un Mandato, nel quale in 7 art. riprovò i termini T'ien e Shang-Ti e proibì le cerimonie dei progenitori dichiarandole superstiziose. Maigrot mandò a Roma come procuratore Nicola Charmot, il quale consegnò il Mandato a Innocenzo XII. Il Papa nominò una Congregazione particolare di 4 cardinali, che formulò i «quaesita et rationes dubitandi» per servire di base ai voti dei consultori e dei cardinali e alla decisione del S. Uffizio. Uomo di fiducia per la «quaestio facti» fu il missionario cinese Gianfrancesco de Nicolais da Leonessa O. F. M. che si trovava a Roma. I quesiti corrispondevano ai 7 punti del Mandato di Maigrot. Furono nominati qualificatori: p. G. M. Gabrielli, Nicolao Serrano O.E.S.A., Filippo di S. Nicola O.C.D. e Carlo Francesco Varese O.F.M. Il p. Ga-

brielli fu creato cardinale e non partecipò alla votazione. I voti degli altri teologi presentati nell'autunno del 1700 erano in parte favorevoli ai Gesuiti, in parte a Maigrot: Serrano era pienamente per Maigrot, Varese in favore dei Gesuiti, Filippo nella questione dei nomi di Dio per i Gesuiti e nelle altre questioni per Maigrot. Morto Innocenzo XII le discussioni continuarono sotto Clemente XI fino al 1704.

Il 20 nov. 1704 fu emanato un rigoroso decreto contro il r. Siccome non è possibile tradurre ed esprimere convenientemente in termini cinesi la parola latina Deus, si adotterà la parola T'ien-Chu ossia Signore del Cielo, da lungo tempo usata dai missionari in Cina e dai cristiani. Si abolisce il termine T'ien (Caelum) e Shang-Ti (Dominus supremus); per l'avvenire si proibiscono le tavolette con l'iscrizione cinese King-T'ien, cioè Venerate il Cielo, da appendersi o già appese nelle chiese; era poi proibito ai cristiani di assistere e prendere parte alle solenni oblazioni o sacrifici che due volte all'anno erano offerti a Confucio, ai progenitori defunti, perché infetti di superstizione; come anche a quelle che si praticavano nei tempestivi di Confucio durante i pleniluni dei singoli mesi di magistrati e letterati prima di entrare in carica. Le stesse cerimonie, r. e oblazioni, erano vietate ai cristiani nelle case private davanti alle tavolette dei defunti progenitori, nei funerali, sulla sepoltura, sia da soli che in compagnia di pagani. Questi r., che dopo matura riflessione erano stati considerati come inseparabili da superstizione, non potevano praticarsi dai cristiani neppure se avessero premesso una pubblica protesta per dichiarare d'agire non con significato religioso ma soltanto civile e politico. Non era però condannata la semplice presenza materiale e occasionale alle dette cerimonie, specialmente per evitare odi o inimicizie e possibilmente dopo aver premessa una dichiarazione di fede, evitando sempre ogni pericolo di perversione. Rimaneva categoricamente l'imposizione di togliere dalle case private ogni sorta di tabelle dei defunti indicanti il trono, la sede dello spirito, il nome dell'anima, ecc. L'unica tolleranza espressamente ammessa dal decreto era una tabella contrassegnata dal solo nome del defunto, con una dichiarazione dei cristiani verso i defunti e la pietà dei figli verso i genitori, in modo da convincere i pagani che tale tavoletta era ben diversa nel significato dalla loro. Altre pratiche, che fossero semplicemente civili e politiche, non erano vietate, ma la loro determinazione veniva lasciata esclusivamente all'autorità del commissario o visitatore apostolico, ai vescovi e vicari apostolici, i quali nel frattempo erano obbligati d'introdurre nelle rispettive missioni quelle pie pratiche e r. religiosi che la Chiesa cattolica prescrive ai suoi fedeli, per rispetto e suffragio dei defunti.

Nel frattempo la discussione sui r. ebbe un'insolita pubblicità per mezzo di numerosi scritti (cf. Streit, Bibl., V e VII). Anche la Sorbona prese parte alla discussione con la censura di 29 proposizioni, di cui 21 erano state prese dai Quaesita mandati da Charmot all'arcivescovo di Parigi mons. de Noailles; ed inoltre censurò 5 proposizioni tolte dai libri dei gesuiti Le Comte et Le Gobien. La decisione stessa del 20 nov. 1704 rimase segreta fino a che non fu pubblicata a Nanchino il 25 gen. 1707 dal legato apostolico Carlo Tommaso Maillard de Tournon.

In Cina il 30 nov. 1700 i Gesuiti presentarono un promemoria all'imperatore K'ang-Hsi, il quale nel 1692 aveva concesso la libertà di predicare il Vangelo nel suo regno. In questo promemoria le cerimonie in onore di Confucio e dei progenitori erano dichiarate atti politici e civili di cortesia e l'Imperatore l'approvò pienamente. Fu spedito a Roma e nel 1701, insieme con il parere di altri mandarini e letterati, fu stampato.

Quando il legato apostolico De Tournon giunse a Pechino nel 1705, K'ang-Hsi l'aveva accolto bene, ma accortosi della sua opposizione al contenuto del promemoria, emanò nel 1706 un decreto, obbligando tutti i missionari al Piao, cioè a domandare all'Imperatore il permesso di predicare il Vangelo in Cina, il quale permesso si concedeva solo ai missionari che avessero promesso di osservare i r. cinesi. Il 25 gen. 1707 fu pubblicato il decreto pontificio del 1704 a Nanchino ed in se

guito il De Tournon fu condotto a Canton e poi a Macao, ove fu detenuto in custodia dai Portoghesi. Fu poi creato cardinale da Clemente XI e morì a Macao nel 1710.

Contro la pubblicazione del decreto pontificio la maggioranza dei Gesuiti, e alcuni altri missionari che avevano accettato il Piao, appellarono al Papa. Lo stesso imperatore K'ang-Hsi mandò come propri legati i gesuiti Provane e Arxo a Roma, per ottenere la revoca del decreto del 1704. I missionari che non accettarono il Piao furono banditi dalla Cina, tra cui il vicario apostolico Maigrot. Clemente XI respinse tutte le proteste ed il 25 sett. 1710 confermò le decisioni del 1704 e il decreto del De Tournon del 1707. Nel medesimo tempo proibì qualsiasi pubblicazione sulla questione dei r. «sine expressa et speciali licentia a Sanctitate Sua obtinenda». Allo scopo di porre fine a tutti i sotterfugi e pretesti per ritardare la stretta osservanza del decreto, Clemente XI il 19 marzo 1715 pubblicò la cost. Ex illa die confermando in forma solenne le decisioni dei decreti anteriori e imponendo a tutti i missionari un giuramento di osservanza. La Costituzione fu pubblicata in Cina nel 1716; tutti i missionari presentarono il giuramento prescritto, ma, specialmente i gesuiti della Corte imperiale, si astennero da qualsiasi attività missionaria, finché il padre generale Michelangelo Tamburini il 9 apr. 1718 ne ordinò loro la ripresa. Dei cristiani molti non si sottomiserono e ritennero i r. L'Imperatore K'ang-Hsi firmò nel 1717 la sentenza del Tribunale dei r. di Pechino, che esiliava tutti i missionari, proibiva la religione cristiana, obbligando così tutti i cristiani all'apostasia. A questa sentenza, vivente K'ang-Hsi non fu data esecuzione, ma essa diede occasione alle persecuzioni future.

Per eseguire in Cina la cost. Ex illa die del 1715 Clemente XI nominò il 18 sett. 1719 un nuovo legato, Mezzabarba (v.), che arrivò nel 1720 in Cina e pubblicò il 7 nov. 1721 otto permissioni del tenore seguente:

1. si permette ai cristiani cinesi d'usare nelle case private le tabelle dei defunti con il solo nome dei medesimi, aggiungendo al lato della medesima tabella una debita protesta ed omettendo qualsiasi superstizione nella composizione ed evitando ogni scandalo. 2. Si permettono verso i defunti tutte le cerimonie civili della nazione cinese che non siano superstiziose o sospette. 3. Si permette quel culto di Confucio che è civile e l'uso delle sue tabelle purgate dalle lettere ed iscrizioni superstiziose, con l'aggiunta d'una debita dichiarazione. Davanti alla sua tabella è permesso accendere candele, bruciare profumi e preparare cibi. 4. Per l'uso e le spese dei funerali si permette di offrire candele e profumi, aggiungendo però una debita dichiarazione nella scheda. 5. Si permette la rigenerazione della genuflessione, della prostrazione verso la tabella corretta, come pure verso il feretro del defunto. Dove c'è la tabella corretta, con la debita dichiarazione o omessa ogni superstizione, si permette di preparare le mense con dolci, frutta, carne e cibi usuali attorno o dinanzi al feretro. Per ragione d'una certa convenienza e rispetto verso i defunti. 7. Nel nuovo anno cinese, come pure in altri tempi, si permette davanti alla tabella corretta la cosiddetta riverenza Ko-t'ou. 8. Davanti alle tabelle, debitamente corrette e con le dovute cautele, si permette di accendere e bruciare profumi, come pure attorno al umulo, davanti al quale si potranno preparare i cibi con le debite cautele, come sopra è stato detto. Mezzabarba impose un uso prudentissimo di queste permissioni, sotto pena di scomunica a chiunque le avesse tradotte in cinese o pubblicate.

Ma pure questo tentativo di stabilire l'armonia tra missionari naufragò. I Gesuiti, specialmente quelli di Pechino, fecero largo uso delle permissioni, gli altri invece, in modo particolare i Francescani, osservarono scrupolosamente la cost. Ex illa die; anzi mons. Francesco Saraceni da Conca, vicario apostolico di Shansi-Shensi, passò oltre vietando in una lettera pastorale del 1730 come superstiziose tutte le tabelle dei morti, anche quelle corrette. La semplice immagine dei defunti fu permessa, però senza profumi, candele e fiori, e meno ancora l'adorazione. Fu pure vietata la mensa con cibi e bevande at