Ha una popolazione di 80.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 34 parrocchie, servite da 49 sacerdoti diocesani e 5 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 12 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 342).
Poco importante al tempo dei Romani, divenne importantissima durante la dominazione dei Bizantini, che ne fecero il centro della resistenza contro la invasioni dei Saraceni e la scelso per sede del governatore del ducato di Calabria. Raggiunse l'apogeo nel sec. X, al tempo di s. Nilo, e nell'XI, poco prima dell'avvento dei Normanni. Con questi nuovi dominatori il centro fu spostato prima a S. Marco Argentano, poi a Mileto e infine a Palermo, per cui R. perdette la sua importanza strategica e decadente.

È da escludere che la sede vescovile sia di origine apostolica, né si possono accettare le pretese di chi vuole la chiesa di S. Michele Arcangelo di Codigno consacrata dal vescovo Giovanni nel 350. In realtà, R. subentrò a Turio, quando questa città fu distrutta dai Saraceni o dai Longobardi verso la fine del sec. VII. Difatti l'ultimo vescovo di Turio è quel Teofane, che figura nel Sinodo di papa Agatone nel 679.
Quindi R. è senza dubbio di fondazione bizantina e se ne può assegnare l'origine alla prima metà del sec. VIII. Tuttavia è da notare che nelle Diatiposi greche non figura nella Notitia I, ma solo nella III e nella X, che sono del tempo di Leone VI il Sapiente, cioè del principio del sec. X. In queste Notitia R. figura suffragana di Reggio, che era la metropoli dell'eparchia della Calabria. Il titolo di arcivescovo, assunto da Romano, preside di R., compare la prima volta in calce ad un documento greco del 1088, e non nel 1091, come erroneamente hanno creduto il Minasi e il Fabre. Tuttavia c'è da notare che già era in voga dal sec. X, come risulta dalla Vita di S. Nilo, il quale fu richiesto come arcivescovo di R. verso il 970. Nondimeno R. non fu mai metropoli e le richieste insistentemente avanzate per aver come suffragane la diocesi di Cariati, formata con parte del suo territorio nel 1438, non vennero mai esaudite dalla S. Sede. Il territorio della diocesi di R., subì una seconda mutilazione quando nel 1919 fu costituita la diocesi di Lungro, che le sottrasse i paesi di origine albanese, tra cui S. Demetrio Corone, centro intellettuale e storico degli Italo-albanesi. Tuttavia Spezzano Albanese, che aveva adottato e mantiene ancora il rito latino, è rimasta aggregata a R.
Il rito greco, affermatosi a R. fin dall'origine, si mantenne fino al 1640, in cui fu sostituito da quello latino per opera dell'arcivescovo Matteo Saraceni. Un tentativo di sostituzione fatto dal conte Ruggero incontrò tale opposizione da parte dei Rossanesi, che questi credette opportuno recedere. Il rito greco era alimentato dai monaci basiliani, che si erano affermati nei numerosi monasteri greci della diocesi, di cui la sola R. ne aveva sette. Tra questi monasteri meritano particolare menzione i due famosissimi di S. Adriano, presso S. Demetrio Corone, fondato da S. Nilo nel 950 e illustrato dal Gay, e quello di S. Maria Nuova Odigitria o del Patrìon, fondato tra R. e Corigliano verso il 1100 da S. Bartolomeo di Simeri, che divenne un centro importantissimo di civiltà bizantina in Occidente per tutto il medioevo. È stato illustrato da P. Batiffol, il quale ne ha scritto una splendida monografia ed ha affermato che il Patrìon è per l'umanesimo greco quello che Bobbio è per l'umanesimo latino.
Tra le abbazie latine sono da ricordare: quella benedettina di S. Maria di Camigliano presso Tarsia, quella florente di S. Angelo Militino e la cistercense di S. Maria de ligno Crucis tra Corigliano ed Acri. Gli Ordini mendicanti vi si sono affermati in epoca recente: gli Agostiniani
a Tarsia, gli Osservanti a R., i Minimi e i Cappuccini a R. e Corigliano.
Tra gli uomini che hanno onorato R. e la diocesi sono da ricordare in modo particolare i santi basiliani: s. Nilo, che è il più illustre rappresentante della cultura italo-greca; s. Bartolomeo, agiografo, innoftato, melode e legislatore, che è l'ultimo grande rappresentante dell'inno-grafica italo-greca; i bb. Giorgio, Stefano, Paolo, Luca e Nilo II, che alla santità hanno aggiunto l'amore alla cultura; Giovanni Panareta, che è il più grande rappresentante della scuola calligrafica italo-greca; Teofane Cerameo, al quale si deve la più copiosa raccolta di omelie greche nel medioevo; Giovanni Filagato, consigliere di Ottone II e di Ottone III, abate di Nonantola, arcivescovo di Piacenza e infine antipapa col nome di Giovanni XVI. Sono tutti di R., alla quale la tradizione assegna pure i due papi s. Zosimo e Giovanni VII.
Nel campo latino si ricorda il b. Marino, del Terz'ordine francescano, e Silvestro Di Franco cappuccino, che fu insigne predicatore, procuratore generale, scrittore ascetico apprezzatissimo. Fuori di R. sono da ricordare il p. Matteo Persiano, il p. Francesco Longo, fecondissimo scrittore teologo e canonista dei Cappuccini, e il p. Tommaso Puglisi, insigne storico carmelitano, tutti di Corigliano; il ven. Fiorentino da Longobucco, compagno di s. Francesco di Paola.
Tra i suoi presuli sono degni di nota, oltre Teofane Cerameo e Matteo Saraceni già ricordati, Vincenzo Pampinella, che ebbe molti incarichi diplomatici dalla S. Sede; i cardd. Francesco Colonna, Girolamo Verallo e G. Gambattista Castagna, che fu poi papa Urbano VII; il card. Lucio Sanseverino, che tenne un sinodo nel 1594; Andrea Adeodati dei Benedettini, Francesco Maria Muscettola dei Teatini e infine Orazio Mazzella, insigne teologo, poi arcivescovo di Taranto.
Francesco Russo
L'EVANGELIARIO PURPUREO DI R. - Meritamente famoso, ancor più dei manoscritti del Patirion, è l'Evangelario del Capitolo di R., del sec. VI, un codice greco membranaceo con i fogli assai sottili tinti in porpora, delle dimensioni di mm. 260 x 307, riccamente minato e scritto su due colonne in bella onciale con larghe lettere di argento (in oro i titoli e le prime righe di ciascun libro).
In origine comprendeva tutti e quattro i Vangeli. Allo stato attuale consta di 188 fogli, numerati in età moderna con inchiostro nero sul recto e sul verso, e comprende M. te. Mc. fino a 16, 14; rivela trasposizioni e mutilazioni in principio e in fine, queste ultime dovute ad un incendio, come si desume da tracce di bruciature nei fogli estremi.
Se ne attribuisce la scoperta a O. von Gebhardt e A. Harnack, che lo videro nel 1879 presso il Capitolo di R., ma già nel 1845 ne aveva dato notizia il giornalista italiano C. Malpica; né il manoscritto dovette rimanere nascosto per lungo tempo, giacché era probabilmente ancora in uso nel sec. XV (epoca in cui il rito latino soppiantò quello greco nel territorio di R.) e la legatura attuale, posteriore alle perdite suaccennate, non può risalire più indietro del sec. XVII-XVIII.
Le miniature ne rivelano chiaramente l'origine orientale, dall'Asia Minore: se proprio dalla Cappadocia, come si sostiene da alcuni, non è possibile provare. Gli elementi stilistici e le caratteristiche iconografiche suggeriscono l'accostamento alla Genesi di Vienna (cod. Vin-

ROSSELLI, COSIMO. - Pittore n. a Firenze nel 1439, m. ivi il 7 genn. 1507. Iniziata, da giovinetto, la sua educazione artistica alla bottega di Neri di Bicci, rimase sempre legato agli insegnamenti del suo mediocre maestro, malgrado il succedersi di influssi di altri artisti quali il Gozzoli, il Pollaiolo, il Perugino e, negli ultimi tempi, Filippino Lippi.
La mancanza di eleganza nelle figure, di unità e coerenza nelle composizioni, di precisione nel disegno delle prime opere, ancora sotto l'impressione diretta di Neri di Bicci (Annunciazione del Louvre, 1473; S. Barbara degli Uffizi; Storie di S. Filippo Benizzi nel chiostrino dell'Annunziata a Firenze, 1475), ritorna nel Passaggio del Mar Rosso e nell'Adorazione del vitello d'oro, affreschi della Cappella Sistina (1481-82), mentre nel Discorso della Montagna (ivi), il paesaggio, per influsso degli artisti operanti vicino a lui, ha un maggior respiro e, per l'intervento del suo scolaro Piero di Cosimo, alcune figure vi si muovono con ritmo elegante di sapore quasi botticelliano. Ma nell'Ultima Cena non bastano a sostenerlo il ricordo di Andrea del Castagno e del Ghirlandaio, o la vicinanza del Perugino, per dare unità e coerenza alla scena.
Tuttavia la lezione romana non fu vana: nelle opere che seguono, al suo ritorno a Firenze, si ha una maggiore saldezza, un disegno più corretto, una ricerca di individuazione notevoli. Sono infatti di questo periodo i suoi ritratti migliori e nei dipinti eseguiti in S. Ambrogio a Firenze (1488-1501), affresco della Processione del Sacramento e Madonna in gloria, è raggiunta una certa unità di stile e dignità nella rappresentazione che già si orienta verso le forme più ampie e monumentali, di carattere cinquecentesco, proprie della Incorporazione di Maria (1505) in S. Maria Maddalena de Pazzi, pure a Firenze. Altre opere si trovano agli Uffizi nonché nei vari musei italiani e stranieri.