ROSSANO, DIOCESI di. - La città di R., in provincia di Cosenza, sorge sulle estreme propaggini orientali della Sila, di fronte al mare Ionio, da cui dista pochi chilometri.

Poco importante al tempo dei Romani, divenne importantissima durante la dominazione dei Bizantini, che ne fecero il centro della resistenza contro la invasioni dei Saraceni e la scelsero per sede del governatore del ducato di Calabria. Raggiunse l'apogeo nel sec. x, al tempo di s. Nilo, e nell'xi, poco prima dell'avvento dei Normanni. Con questi nuovi dominatori il centro fu spostato prima a S. Marco Argentano, poi a Mileto e infine a Palermo, per cui R. perdette la sua importanza strategica e decadde.
È da escludere che la sede vescovile sia di origine apostolica, né si possono accettare le pretese di chi vuole la chiesa di S. Michele Arcangelo di Codigno consacrata dal vescovo Giovanni nel 350. In realtà, R. subentrò a Turio, quando questa città fu distrutta dai Saraceni o dai Longobardi verso la fine del sec. VII. Difatti l'ultimo vescovo di Turio è quel Teofane, che figura nel Sinodo di papa Agatone nel 679.
Quindi R. è senza dubbio di fondazione bizantina e se ne può assegnare l'origine alla prima metà del sec. VIII. Tuttavia è da notare che nelle Diatiposi greche non figura nella Notitia I, ma solo nella III e nella X, che sono del tempo di Leone VI il Sapiente, cioè del principio del sec. X. In queste Notitiae R. figura suffraganea di Reggio, che era la metropoli dell'eparchia della Calabria. Il titolo di arcivescovo, assunto da Romano, presule di R., compare la prima volta in calce ad un documento greco del 1088, e non nel 1091, come erroneamente hanno creduto il Minasi e il Fabre. Tuttavia c'è da notare che già era in voga dal sec. X, come risulta dalla Vita di s. Nilo, il quale fu richiesto come arcivescovo di R. verso il 970. Nondimeno R. non fu mai metropoli e le richieste insistentemente avanzate per aver come suffraganea la diocesi di Cariati, formata con parte del suo territorio nel 1438, non vennero mai esaudite dalla S. Sede. Il territorio della diocesi di R., subì una seconda mutilazione quando nel 1919 fu costituita la diocesi di Lungro, che le sottrasse i paesi di origine albanese, tra cui S. Demetrio Corone, centro intellettuale e storico degli Italoalbanesi. Tuttavia Spezzano Albanese, che aveva adottato e mantiene ancora il rito latino, è rimasta aggregata a R.
Il rito greco, affermatosi a R. fin dall'origine, si mantenne fino al 1640, in cui fu sostituito da quello latino per opera dell'arcivescovo Matteo Saraceni. Un tentativo di sostituzione fatto dal conte Ruggero incontrò tale opposizione da parte dei Rossanesi, che questi credette opportuno recedere. Il rito greco era alimentato dai monaci basiliani, che si erano affermati nei numerosi monasteri greci della diocesi, di cui la sola R. ne aveva sette. Tra questi monasteri meritano particolare menzione i due famosissimi di S. Adriano, presso S. Demetrio Corone, fondato da s. Nilo nel 950 e illustrato dal Gay, e quello di S. Maria Nuova Odigiria o 4 del Patirion 1, fondato tra R. e Corigliano verso il 1100 da s. Bartolomeo di Simeri, che divenne un centro importantissimo di civiltà bizantina in Occidente per tutto il medioevo. È stato illustrato da P. Batiffol, il quale ne ha scritto una splendida monografia ed ha affermato che il Patirion è per l'umanesimo greco quello che Bobbio è per l'umanesimo latino.
Tra le abbazie latine sono da ricordare: quella benedettina di S. Maria di Camigliano presso Tarsia, quella florense di S. Angelo Militino e la cistercense di S. Maria de ligno Crucis tra Corigliano ed Acri. Gli Ordini mendicanti vi si sono affermati in epoca recente: gli Agostiniani
(fot. Ass. Mezzogiorno)
ROSSANO, DIOCESI di - Absidi del Patirion (sec. XII).
a Tarsia, gli Osservanti a R., i Minimi e i Cappuccini a R. e Corigliano.

Nel campo latino si ricorda il b. Marino, del Terz'ordine francescano, e Silvestro Di Franco cappuccino, che fu insigne predicatore, procuratore generale, scrittore ascetico apprezzatissimo. Fuori di R. sono da ricordare il p. Matteo Persiano, il p. Francesco Longo, fecondissimo scrittore teologo e canonista dei Cappuccini, e il p. Tommaso Puglisi, insigne storico carmelitano, tutti di Corigliano; il vcn. Fiorentino da Longobucco, compagno di s. Francesco di Paola.
Tra i suoi presuli sono degni di nota, oltre Teofane Cerameo e Matteo Saraceni già ricordati, Vincenzo Pampinella, che ebbe molti incarichi diplomatici dalla S. Sede; i cardd. Francesco Colonna, Girolamo Verallo e Gambattista Castagna, che fu poi papa Urbano VII; il card. Lucio Sanseverino, che tenne un sinodo nel 1594; Andrea Adeodati dei Benedettini, Francesco Maria Muscettola dei Teatini e infine Orazio Mazzella, insigne teologo, poi arcivescovo di Taranto.
L'EVANGELIARIO PURPUREO DI R. - Meritamente famoso, ancor più dei manoscritti del Patirion, è l'Evangeliario del Capitolo di R., del sec. vi, un codice greco membranaceo con i fogli assai sottili tinti in porpora, delle dimensioni di mm. 260 x 307, riccamente miniato e scritto su due colonne in bella onciale con larghe lettere di argento (in oro i titoli e le prime righe di ciascun libro).
In origine comprendeva tutti e quattro i Vangeli. Allo stato attuale consta di 188 fogli, numerati in età moderna con inchiostro nero sul recto e sul verso, e comprende Mt. e Mc. fino a 16, 14; rivela trasposizioni e mutilazioni in principio e in fine, queste ultime dovute ad un incendio, come si desume da tracce di bruciature nei fogli estromi.
Se ne attribuisce la scoperta a O. von Gebhardt e A. Harnack, che lo videro nel 1879 presso il Capitolo di R., ma già nel 1845 ne aveva dato notizia il giornalista italiano C. Malpica; né il manoscritto dovette rimanere nascosto per lungo tempo, giacché era probabilmente ancora in uso nel sec. xv (epoca in cui il rito latino soppiantò quello greco nel territorio di R.) e la legatura attuale, posteriore alle perdite suaccennate, non può risalire più indietro del sec. xvii-xviii.
Le miniature ne rivelano chiaramente l'origine orientale, dall'Asia Minore: se proprio dalla Cappadocia, come si sostiene da alcuni, non è possibile provare. Gli elementi stilistici e le caratteristiche iconografiche suggeriscono l'accostamento alla Genesi di Vienna (cod. Vin-
ROSSANO. DIOCESI di - Portale minore della Cattedrale (sec. xiv). Rossano.
dobonensis L, del sec. v-vi) e al Sinopensis O (cod. Parisinus, suppl. graec. 1286, più un foglio conservato a Marioupol sul Mar d'Azov); d'altro canto l'equilibrio armonico dei vari elementi compositivi, il vivo senso coloristico e la perizia tecnica di netta impronta bizantina hanno richiamato per le scene dell'Evangeliario il paragone con i musaici di Ravenna, che risultano però più statici ed uniformi. È notevole che i quattro manoscritti purpurei, che ancora si conservano, del testo greco dei Vangeli (il Codex purpureus N, diviso tra le Biblioteche di Vienna, Londra, Patmos, Leningrado e la Vaticana; il Beratinus Φ; il Sinopensis O e il Rossanensis Σ) appartengono tutti a una stessa redazione (la recensio Caesariensis) e risalgono alla stessa epoca (sec. vi): probabilmente è identica pure la provenienza.
ARTE. - La piccola cittadina ebbe fiorentissima vita artistica nell'alto medioevo, soprattutto perché fu una delle maggiori sedi del monachesimo basiliano in Calabria. Il più antico monumento, la chiesetta bizantina di S. Marco, assai simile alla Cattolica di Stilo, risale al sec. X. È a pianta centrale con i quattro lati uguali, divisa all'interno in nartece e aula, e termina con tre absidi illuminate da bifore con pulvini. È sormontata da cinque cupolette cilindriche: l'estradosso di queste è a forma di calotta, ma è dubbio se originariamente fu in muratura

A pochi chilometri dalla cittadina, su un crinale deserto e impervio, sorge un altro insigne monumento medievale, il vetusto monastero di S. M. del Patir o Patirion, fondato da Bartolomeo da Simeri nei primissimi del sec. XII (bolla di papa Pasquale II del 1105). Dell'antico cenobio basiliano oggi non restano che alcuni avanzi del chiostro e la chiesa: questa è a pianta basilicale con tre absidi decorate all'esterno da tessere policrome di derivazione siculo-normanna. A tale orbita culturale si riferiscono anche i frammenti del bel pavimento musivo, fatto eseguire dall'abate Blasio, successore di Bartolomeo, a tessere policrome con figurazioni di animali, con fregi e una iscrizione. Al Patirion apparteneva la tavola quattrocentesca dell'Odigitria con la Crocifissione sul verso, ripetizione di una antica icone bizantina, oggi conservata nella chiesa di S. Pietro a Corigliano.