SANATORALO, GIROLAMO. - N. a Ferrara il 21 sett. 1452, da Niccolò di Michele Savonarola e da Elena Bonacossi, discendente forse dai Bonacolsi, signori di Mantova. I Savonarola erano oriundi da Padova, donde questo ramo della famiglia s'era trapiantato a Ferrara nel 1440, quando Michele, medico ai suoi tempi celebratissimo, vi fu chiamato da Niccolò III. Fu questo Michele che ebbe cura dell'educazione di G.; né v'è dubbio che il vecchio scienziato, formatosi nel sec. XIV, e quindi partecipe dell'età di mezzo, uomo di esemplare pietà e di rigidi costumi, ebbe una grande influenza sulla formazione e sulla vita del nipote. Circa gli studi del S. si sa che, seguiti quelli umanistici fino all'età di 17

anni, forse alla scuola di Battista Guarino, attese alle «arti liberali». Da platonico divenne tosto aristotelico, ma «aristotelico in quanto tomista», come fu detto. Il lungo studio e il grande amore che gli fecero cercare i volumi dell'Aquinate facevano parte dell'eredità lasciatagli dall'avo, come il culto della S. Scrittura, che presto ebbe imparata, secondo si dice, tutta a memoria.
Addottorato nelle arti liberali, e iniziati gli studi medici, poco perseverò in essi. Nel S. adolescente si ritrovano interi e perfetti i sentimenti e i pensieri che lo faranno «vir via via e discordia in universa terra». Il pa-ganesimo umanistico, che contaminava la vita, l'arte e la stessa religione, gli era insopportabile, insopportabile la corruzione dilagante in ogni stato di uomini; e ne vedeva la causa prima nei cattivi pastori della Chiesa. Questa idea lo prostrava e lo esaltava a un tempo indubitabile; nei suoi scritti giovanili, in prosa e in verso, già si vede tutto armato il futuro riformatore: la canzone De ruina mundi (1472) si direbbe uscita dalla penna del S. di venticinque anni dopo. E poiché non poteva partire la gran malizia d'eccezioni popolari d'Italia (come scriverà al padre suo), faceva continuamente orazione piccolina, a Dio dicendo: Notam fac mihi viam in qua ambulem quia ad te levavi animam meam». La via fu quella da lui presa il 24 apr. 1475, quando, lasciata senza commiato la casa paterna, andò a vestire le lune del Guzman in S. Domenico di Bologna. Entrando nel chiostro non avrebbe voluto ordinarsi sacerdote, ma attendere ai lavori più umili del convento; pure si accomodò alla volontà dei superiori, che non vollero lasciarne inoperoso l'ingegno. Seguì gli studi teologici, prima a Bologna e poi a Ferrara, essendo tornato nella città natale nel '79. Vi si trovava ancora nell'82, quando nel Capitolo di Reggio gli fu affidato l'ufficio di lettore in S. Marco di Firenze. Qui si conquistò presto l'animo dei confratelli e dei discepoli, così per le sue mirabili esposizioni della Scrittura, come per la perfezione della vita. Chi lo ebbe a compagno rese testimonianza delle sue più che umane virtù, del frutto grande che fece con la parola e con l'esempio. Il b. Sebastiano Maggi narrò di averlo confessato infinite volte senza trovargli un peccato veniale. Minore successo ebbero, nell'82 e nell'83 alle Murate, nell'84 in S. Lorenzo, i suoi primi saggi di predicazione; sebbene l'infelicità di questi esordi sia stata amplificata dagli antichi apologisti per far parere più miracoli i posteriori trionfi di lui.
E intanto crescevano le sue chiuse ansie, delle quali si trova un'eco nella canzone Oratio pro Ecclesia. Fu una subita rivelazione del flagello e del rinnovamento in combenti alla Chiesa, avuta nel convento di S. Giorgio (1484), che gli mostrò ancora una volta la via e dette origine alla sua predicazione profetica, iniziata in S. Gi-mignano nelle quaresime degli a. 1485 e '86. Nell'87 predicò a Firenze in S. Verdiana, ma dové interrompere il quaresimale, essendo stato eletto Maestro degli studi nello Studium generale di S. Domenico di Bologna. Compiuto l'anno del suo magistero, fu mandato a Ferrara, e di là a predicare «in molti luoghi di Lombardia».
Rimase famosa la predicazione dell'avvento del 1489 a Brescia, dove profetò il sacco che la città avrebbe subito nel 1512. Predicò la quaresima del 1490 a Genova; indi fu nuovamente mandato a Firenze, avendolo richiesto lo stesso Lorenzo de' Medici, per compiacere Giovanni Pico, innamorati dell'anima e dell'ingegno del S. fino dal Capitolo di Reggio, e più nel primo soggiorno fiorentino.
Tornato nella sua città fatale, il S. fu, poco dopo, eletto priore di S. Marco. Mentre attendeva ai doveri del nuovo ufficio e alla predicazione, pubblicò più operette ascetiche, come i trattati Della vita viduale, Della umiltà, Dell'amore di Gesù Cristo e opere di divulgazione filosofica. Ma il suo campo di battaglia preferito era il pulito. Un ciclo di lezioni cominciato ai frati nell'orto subito dopo il ritorno a Firenze s'ebbe tanto con- corso anche di secolari che dovette continuarlo in chiesa, dove prese a esporre l'Apocalisse. Nei quaresimali del 1491 e del '92 la sua voce si alzò ancora di tono, profetando la flagellazione e la rinnovazione della Chiesa non più sul solo fondamento di ragioni naturali, ma anche con l'apertura di qualche visione. Predisse la prossima invasione di eserciti stranieri che prenderebbero le forze e con le meluzze, profezia avverata con la facile spedizione di Carlo VIII; come pur allora predisse la sua scomunica, la sua prigionia, il suo martirio. Queste profezie, il suo modo di predicare «all'apostolessa», così diverso dalla maniera umanistica, gli procacciarono contraddizioni fra i grandi e i dotti, ma sguardo immenso nel popolo. Tonava contro i vizi dei secolari e del clero, contro lo stesso Lorenzo, il quale s'accorse finalmente dell'errore fatto richiamando quell'indomito frate e corse ai ripari, prima con minacce, poi con lusinghe; ma invano: era ormai troppo tardi, la vita sua declinava e il seguito del S. cresceva. Avverando quanto questi aveva oscuramente predetto nella predica del 17 maggio 1492, tre settimane dopo il S. era chiamato da Lorenzo al suo letto di morte. Che gli negasse l'assoluzione sacramentale fu asserito da una leggenda piagnona documentatamente respinta per falsa.
La quaresima del 1493 predicò a Bologna, dove è fama ardisse riprendere aspramente dal pulpito la Bentivoglio, moglie del signore della città; la quaresima del '94, a Firenze, dove, morto Lorenzo, era rimosso l'ostacolo maggiore alla grande opera da lui vagheggiata: fare di S. Marco un modello di vita religiosa in cui rifiorisse il fervore della Chiesa primitiva, onde un gran fuoco di fede e di carità divampasse in Firenze, «cuore d'Italia», quindi si propagasse alla cristianità tutta. Acquistare l'indipendenza dalla Congregazione Lombarda era il primo passo da fare su questa strada e a questo si appuntarono

Savonarola, Girolamo - Illustrazione della predica $48^{\circ}$ Sopra Anna e Zaccaria di G. S. : infedeji e cristiani che si ricoprano la fronte crocesignata, accorrono a rigenerarsi nel fiume che scende dalla Croce. Il cielo è sereno su Gerusalemme mentre grandi