SAVONAROLA, GIROLAMO. - N. a Ferrara il 21 sett. 1452, da Niccolò di Michele Savonarola e da Elena Bonacossi, discendente forse dai Bonacolsi, signori di Mantova. I Savonarola erano oriundi da Padova, donde questo ramo della famiglia s'era trapiantato a Ferrara nel 1440, quando Michele, medico ai suoi tempi celebratissimo, vi fu chiamato da Niccolò III. Fu questo Michele che ebbe cura dell'educazione di G.; né v'è dubbio che il vecchio scienziato, formatosi nel sec. XIV, e quindi partecipe dell'età di mezzo, uomo di esemplare pietà e di rigidi costumi, ebbe una grande influenza sulla formazione e sulla vita del nipote. Circa gli studi del S. si sa che, seguiti quelli umanistici fino all'età di 17

(fot. Alinari)
Addottorato nelle arti liberali, e iniziati gli studi medici, poco perseverò in essi. Nel S. adolescente si ritrovano intieri e perfetti i sentimenti e i pensieri che lo faranno « vir rixae et discordiae in universa terra ». Il paganesimo umanistico, che contaminava la vita, l'arte e la stessa religione, gli era insopportabile, insopportabile la corruzione dilagante in ogni stato di uomini; e ne vedeva la causa prima nei cattivi pastori della Chiesa. Questa idea lo prostrava e lo esaltava a un tempo indichilmente; nei suoi scritti giovanili, in prosa e in verso, già si vede tutto armato il futuro riformatore: la canzone De ruina mundi (1472) si direbbe uscita dalla penna del S. di venticinque anni dopo. E poiché « non potea patire la gran malizia de'cecati popoli d'Italia » (come scriverà al padre suo), « faceva continuamente orazione piccolina, a Dio dicendo: Notam fac mihi viam in qua ambulem quia ad te levavi animam meam ». La via fu quella da lui presa il 24 apr. 1475, quando, lasciata senza commiato la casa paterna, andò a vestire le lane del Guzman in S. Domenico di Bologna. Entrando nel chiostro non avrebbe voluto ordinarsi sacerdote, ma attendere ai lavori più umili del convento; pure si accomodò alla volontà dei superiori, che non vollero lasciarne inoperoso l'ingegno. Segui gli studi teologici, prima a Bologna e poi a Ferrara, essendo tornato nella città natale nel '79. Vi si trovava ancora nell'82, quando nel Capitolo di Reggio gli fu affidato l'ufficio di lettore in S. Marco di Firenze. Qui si conquistò presto l'animo dei confratelli e dei discepoli, così per le sue mirabili esposizioni della Scrittura, come per la perfezione della vita. Chi lo ebbe a compagno rese testimonianza delle sue più che umane virtù, del frutto grande che fece con la parola e con l'esempio. Il b. Sebastiano Maggi narrò di averlo confessato infinite volte senza trovargli un peccato veniale. Minor successo ebbero, nell'82 e nell'83 alle Murate, nell'84 in S. Lorenzo, i suoi primi saggi di predicazione; sebbene l'infelicità di questi esordi sia stata amplificata dagli antichi apologisti per far parere più miracolosi i posteriori trionfi di lui.
E intanto crescevano le sue chiuse ansie, delle quali si trova un'eco nella canzone Oratio pro Ecclesia. Fu una subita rivelazione del flagello e del rinnovamento incombenti alla Chiesa, avuta nel convento di S. Giorgio (1484), che gli mostrò ancora una volta la via e dette origine alla sua predicazione profetica, iniziata in S. Gimignano nelle quaresime degli aa. 1485 e '86. Nell'87 predicò a Firenze in S. Verdiana, ma dove interrompere il quaresimale, essendo stato eletto Maestro degli studi nello Studium generale di S. Domenico di Bologna. Compuito l'anno del suo magistero, fu mandato a Ferrara, e di là a predicare « in molti luoghi di Lombardia ».
Rimase famosa la predicazione dell'avvento del 1489 a Brescia, dove profetò il sacco che la città avrebbe subito nel 1512. Predicò la quaresima del 1490 a Genova; indi fu nuovamente mandato a Firenze, avendolo richiesto lo stesso Lorenzo de' Medici, per compiacerne Giovanni Pico, innamoratosi dell'anima e dell'ingegno del S. fino dal Capitolo di Reggio, e più nel primo soggiorno fiorentino.
Tornato nella sua città fatale, il S. fu, poco dopo, eletto priore di S. Marco. Mentre attendeva ai doveri del nuovo ufficio e alla predicazione, pubblicò più operette ascetiche, come i trattati Della vita viduale, Della umiltà, Dell'amore di Gesù Cristo e opere di divulgazione filosofica. Ma il suo campo di battaglia preferito era il pulpito. Un ciclo di lezioni cominciato ai frati nell'orto subito dopo il ritorno a Firenze s'ebbe tanto concorso anche di secolari che dovette continuarlo in chiesa, dove prese a esporre l'Apocalisse. Nei quaresimali del
1491 e del '92 la sua voce si alzò ancora di tono, profetando la flagellazione e la rinnovazione della Chiesa non più sul solo fondamento di ragioni naturali, ma anche con l'apertura di qualche visione. Predisse la prossima invasione di eserciti stranieri che prenderebbero le fortezze « con le meluzze », profezia avverata con la facile spedizione di Carlo VIII; come pur allora predisse la sua scomunica, la sua prigionia, il suo martirio. Queste profezie, il suo modo di predicare « all'apostolesca », così diverso dalla maniera umanistica, gli procacciarono contraddizioni fra i grandi e i dotti, ma seguito immenso nel popolo. Tonava contro i vizi dei secolari e del clero, contro lo stesso Lorenzo, il quale s'accorse finalmente dell'errore fatto richiamando quell'indomito frate e corse ai ripari, prima con minacce, poi con lusinghe; ma invano: era ormai troppo tardi, la vita sua declinava e il seguito del S. cresceva. Avverando quanto questi aveva oscuramente predetto nella predica del 17 maggio 1492, tre settimane dopo il S. era chiamato da Lorenzo al suo letto di morte. Che gli negasse l'assoluzione sacramentale fu asserito da una leggenda piagnona documentatamente respinta per falsa.
La quaresima del 1493 predicò a Bologna, dove è fama ardisse riprendere aspramente dal pulpito la Bentivoglio, moglie del signore della città; la quaresima del '94, a Firenze, dove, morto Lorenzo, era rimosso l'ostacolo maggiore alla grande opera da lui vagheggiata: fare di S. Marco un modello di vita religiosa in cui rifiorisse il fervore della Chiesa primitiva, onde un gran fuoco di fede e di carità divampasse in Firenze, « cuore d'Italia », quindi si propagasse alla cristianità tutta. Acquistare l'indipendenza dalla Congregazione Lombarda era il primo passo da fare su questa strada e a questo si appuntarono

gli sforzi del S. Riuscitogli, e fatto certo così che la sua opera non poteva essere impedita né interrotta, si addentrò nella via delle riforme, applicandosi, secondo un cronista, « ad introdurre negli studi e nella vita un ordine quasi divino ». Calato in Italia Carlo VIII, ne seguì la cacciata dei Medici, mentre il S. si trovava a Pisa, mandato dalla Repubblica ambasciatore a Carlo; al quale parlò alto e franco. E altrettanto fece in Firenze, dopo che il Re vi fu entrato con male intenzioni: onde è probabile che a lui la città fu debitrice della salvezza, non meno che ai generosi impeti di Pier Capponi.
Con la separazione di S. Marco (22 maggio '93), costituito poi con altri conventi in congregazione, veniva dunque a coincidere la liberazione della città dalla signoria medicea; così (e parve miracoloso) tutte le porte si spalancarono in un tratto all'opera disegnata dal S. Di Stato non amava impacciarsi, e se si affaticò per instaurare in Firenze non già una ieroerazia o una teorrazia, ma una repubblica cristianamente e civilmente bene ordinata, fu per fare di essa la « città di Dio », così che ne uscisse, come diceva, « la reformazione di tutta la Italia ». Predicando l'Avvento sopra Aggeo, non solo gli riuscì di sopire gli odi faziosi, di fermare gli impeti delle discordie civili, ma mentre la città accennava a ricadere sotto un'oligarchia, di far prevalere un savio ordinamento democratico che assai riteneva del governo veneziano. Fondato il nuovo stato popolare, il S. propose in una predica che si eleggesse Cristo per Re. Proseguendo nel suo apostolato, con le prediche sopra ai Salus (feste del 1493) e più con quelle sopra Giobbe (quaresima del '95) attese a promuovere il rinnovamento religioso e morale della città, che riuscì ancora maggiore dell'operato rinnovamento civile. La scettica e godereccia città del Magnifico apparve presto trasformata; dovunque si vedevano manifestazioni di pietà e di semplicità di vita: cittadini nobili e uomini insigni per dottrina accorrevano in S. Marco a chiedere l'abito domenicano. Ma la subiteneità e la grandezza del successo, se da una parte crescevano fede al S., da un'altra gli suscitavano odio e sospetti; e quanti ne temevano la potenza formarono quella setta che bene s'ebbe il nome di Arrabbiati, mentre i segui del Frate erano chiamati Piagnoni. Anche fuori di Firenze il seguito grande del S. era inviso a quei potentati che, confederatisi contro Carlo VIII nella Santa Lega, vedevano in lui il più formidabile strumento a tener fermi i fiorentini nella loro tradizionale amicizia col Re. Ben presto quindi gli Arrabbiati dall'interno, e principi come lo Sforza dall'esterno, cominciarono a aizzare il Papa contro di lui. Sotto tali influenze e in seguito a premure fategli da Alberto da Orvieto, mandato a Firenze per ottenerne l'entrata nella Lega, Alessandro VI scrisse quel singolare breve del 21 luglio 1495, nel quale, dopo aver colmato il S. delle più rare lodi, gli ordinava di presentarsi a lui, desiderando udire dalla sua stessa voce, per farne profitto, le sue profezie. L'insidia era troppo scoperta perché il S. vi potesse cadere. Se si fosse mosso, a Roma non sarebbe forse arrivato; certamente a Firenze non sarebbe tornato. Della vita poco gli importava ma molto dell'opera che aveva accarezzato nei suoi sogni di adolescente e vedeva ora miracolosamente fiorire. Diffidato dai medici di astenersi dalla predicazione e fin dagli studi, insidiato dai nemici, rispose che per l'infermità del corpo, per il manifesto pericolo della vita, per il danno che ne sarebbe venuto all'opera sua, chiedeva di poter differire la sua venuta.
Il Papa parve contentarsi di queste ragioni, ma non se ne contentarono i più immediati nemici del Frate; il quale, per prudenza e perché davvero bisognoso di riposo, si astenne dal predicare. A mezzo sett. però, con la data dell'8, arrivò a Firenze un altro breve che rimetteva al Vicario della Congregazione Lombarda la causa del S.; S. Marco era riunito alla detta congregazione; al S. ed alcuni suoi frati si ordinava di trasferirsi a Bologna; ciò sotto pena di scomunica. Il breve era fatto a istigazione di chi aveva interesse a chiudere la bocca al Frate mentre il Medici si apprestava a marciare contro la patria. Senza sgomentarsi, il S. rispose punto per punto, in modo che il Papa dovette riconoscere anche

(per cortesia del Marchese Ridafè)
Tale silenzio però apriva la via agli avversari che forse a questo miravano attraverso i brevi papali; né può quindi stupire che i suoi fautori si adoprassero perché la sua voce potesse suonare liberamente, quanto i nemici si adopravano per farla tacere. La Signoria inscava perché al S. fosse concesso di predicare l'Avvento, e gli sforzi furono raddoppiati con l'avvicinarsi della Quaresima. Alessandro VI, premuto da suggestioni politiche, resisteva; né si peritò di dire candidamente all'ambasciatore fiorentino: la lega non voler ch'egli concedesse al Frate di predicare. Infine però, pur negando una formale revoca del breve del 16 ott., permise verbalmente che il S. risalisse sul pulpito. Il 17 febbr. '96 cominciò così le prediche sopra Amos, che sono fra le sue più belle e più forti. Se è tra sperato in un suo più cauto linguaggio, egli non ne aveva dato però affidamento; non era uomo da scendere a patti o mancare al suo ufficio, né vi mancò. Alcune volte parve alludere alla scandalosa vita del Papa stesso. Il quale cominciò a farne aspre querele; ma ancora una volta era mosso soprattutto da considerazioni politiche. Si minacciavano fulmini. Un consiglio di teologi adunato espressamente nulla poté concludere contro il S. Per ciò, ma più per il timore di una nuova passata del re, le collere curiali si posarono. I frutti di queste prediche furono sovrabbondanti; basta accennare alla riforma dei fanciulli; secondo una testimonianza contemporanea, Firenze pareva divenuta « un'arra di paradiso ». L'8 maggio dette principio alle prediche sopra Michea, senza che da Roma venisse alcuna lagnanza. Ormai la parabola della
fama del S. ha raggiunto il vertice, e non solo in Firenze. Sono di questo tempo alcune sue lettere ai principi d'Italia, che a lui ricorrevano per consiglio, o ai quali liberamente si rivolgeva per esortarli e correggerli. Anche il Papa cercò allora di cattivarselo, facendogli offrire a certe condizioni il cappello cardinalizio. Rispose nella predica del 20 ag.: « Non voglio cappelli, non mitre grandi né piccole; non voglio se non quello che tu hai dato ai tuoi santi: la morte. Uno cappello rosso, uno cappello di sangue, questo desidero ».
In quei giorni si stampava il suo trattato De simplicitate christianae vitae, e intanto lavorava al Triumphus Crucis. Per attendere a queste opere, e per riposarsi, aveva lasciato il pulpito; ma il 28 ott. dovette risalirvi, essendo i fiorentini atterriti dalla venuta di Massimiliano re dei Romani, che assediava Livorno dalla terra e dal mare. Il S. promise al popolo che Dio lo avrebbe liberato, e grande fu l'entusiasmo della città, quando, rottagli l'armata da una tempesta, Massimiliano abbandonò l'impresa. Ma le vicende politiche d'Italia volgevano a sfavore del S. Alessandro VI era premuto costantemente dalla Lega e dagli Arrabbiati, che lo animavano a finirla col Frate. Il modo migliore sembrò ancor quello di togliere a questo la indipendenza acquistata con la separazione dai Lombardi: e ciò il Papa s'indusse a fare col breve del 7 nov., per il quale molti conventi erano riuniti a quelli di S. Marco in una nuova congregazione, in cui il S. avrebbe perduto ogni autorità. Si asseriva che lo scopo era quello di propagare l'osservanza introdotta dal S., mentre l'effetto sarebbe stato tutto contrari. Lo scopo occulto, palesato del resto in brevi posteriori, era che il S., obbedendo, perdesse sé e la sua opera; non obbedendo incappasse nella scomunica comminata nel breve a chiunque vi si opponesse; e quindi medesimamente volgesse a certa rovina. Se egli non tacque nella sua Apologia della Congregazione di S. Marco, ciò che sarebbe stato contro la carità, non si può dire che a tal breve disobbedisse o si opponesse; perché nessun superiore si fece vivo con lui per mandare ad esecuzione gli ordini papali, nessuno per rimuoverlo dal suo ufficio di Vicario.
Il S. continuò dunque sulla sua via, la via della carità. Nell'Avvento cominciò le prediche sopra Ezechiele proseguite nella Quaresima 1497: come la scelta di un profeta così terribile faceva prevedere, fu una terribile predicazione. Le mene dei suoi nemici, anziché renderlo cauto, accendevano il suo sdegno e lo movevano a gridare più forte, finché Lazzaro, il corpo corrotto della Chiesa, non risorgesse. Ma le sue fortune, che fino ad allora pur fra alterne vicende erano andate crescendo, e avevano avuto un simbolico trionfo il 7 febbr. '97 nel primo « bruciamento delle vanità », cominciano a declinare. La carestia, il prolungarsi della guerra di Pisa, la tregua di Carlo VIII con la Lega, l'addensarsi delle collere papali, erano altrettante cause ad alienargli gli animi dei mutevoli fiorentini. Fra le circostanze sfavorevoli bisogna aggiungere il declinare della sua salute, ridotta al punto da costringerlo ad abbreviare e talvolta a interrompere le prediche. Ma il peggio gli venne da due Signore a lui avverse. Della prima fu gonfaloniere Bernardo del Nero, capo della fazione medicea, sotto il quale si ebbe l'impresa di Piero de' Medici contro la città, pericolosa per la qualità del gonfaloniere, ma miseramente fallita come il S. aveva predetto. La seconda fu capeggiata da Piero degli Alberti, principale uomo degli Arrabbiati; che così per due mesi spadroneggiarono nella città trascorrendo ad eccessi d'ogni sorta. Il giorno dell'Ascensione provocarono un tumulto durante la predica per fare scandalo e, se fosse loro riuscito, uccidere il predicatore. Fallito il disegno, si dettero ad aizzare il Papa perché la scomunica, sollecitata più volte, fosse finalmente promulgata. Principale argomento in quest'opera di sobillazione era ancora, più che la calunnia di dispregio alle Somme Chiavi, il rifiuto dei fiorentini ad entrare nella Lega, imputato al S. Aggiunsero nerbo a tali argomenti i denari di due ricchi fiorentini, che persuasero certi prelati a recidere con suggestioni pessime le ultime resistenze. Così Alessandro VI, sebbene suo malgrado, come egli stesso confessò poi.
s'indusse a segnare in data 13 maggio il breve fatale. Il quale, redatto in una forma inconsueta e, a parte l'origine surrettizia, viziato nella sostanza, giunse a Firenze soltanto il 17 giugno, perché il cursore non osava entrare nel dominio fiorentino e infine dette ad altri Uncarico. Il breve fu letto in cinque chiese soltanto, le altre essendosi rifiutate di farlo per la mancanza delle debite forme.
Ad Alessandro era arrivata intanto un'umile lettera che il S., avvertito della spedizione del breve, gli aveva scritto il 20 maggio, protestando di non avere altro fine che quello di risuscitare nei cuori umani la fede cristiana. Ma questa lettera, e quella che il S. gli scrisse il 25 giugno, consolatoria per l'uccisione del figlio ed esortatoria ad aiutare l'opera della fede, altro non potevano ormai se non accrescere il tardivo pentimento del Papa; il quale facendole leggere in Conciotoro, le lodò e arrivò a dire che la censura « gli dispiaceva ed era omnino praeter mentem suam ». Di lì a poco fu eletta una signoria favorevole al S., che subito si dette a premere per ottenere l'assoluzione: impresa disperata perché Alessandro, dopo il primo smarrimento seguito alla tragica morte del figlio, era tornato a far peggio di prima. Frattanto agli altri mali che affliggevano Firenze s'era aggiunta la peste; e in tale occasione rifusero ancora le cristiane virtù del S. In quegli stessi giorni egli rivedeva le stampe del Triumphus Crucis ed attendeva ad altri scritti minori: il Trattato contro gli astrologi, il dialogo De Veritate prophetica, forse la seconda redazione del Solutium itineris mei. Mentre la Signoria continuava ad insistere presso il Papa per la revoca delle censure, il S. da parte sua, ingiustamente accusato dai posteri di una condotta superba e ostinata, volle fare al Romano Pontefice un solenne atto di sottomissione. E così gli scrisse il 13 ott. '97 una lettera virilmente umile, chiedendogli l'assoluzione. Ma nulla gli giovò.
Pur sollecitato dal popolo a predicare, perseverò il Frate nel suo doloroso silenzio, in ossequio ai comandamenti papali. Finalmente, come fu chiaro che neppure per intercessioni potenti avrebbe riavuto la predicazione, e che quindi la sua opera era condannata a sicura rovina, egli decise di seguire quella voce che tante volte gli aveva mostrato la via. Raffermò la sua determinazione e il suo sdegno certo il baratto proposto alla Signoria, subordinarle l'assoluzione all'entrata dei fiorentini nella Lega. Risaliva dunque sul pulpito del Duomo l'11 febbr. 1498, per dar principio a quelle prediche sopra l'Esodo che dovevano segnare il suo esodo dal pulpito, dalla grande opera sua, dalla vita. Fino dalla prima predica s'intese che il S. era deciso a conseguire o un'ardua vittoria contro le malefiche forze che gli si opponevano o quella corona di sangue che tante volte aveva domandato e che quella mattina invocò ancora, offrendosi in sacrificio. Nello stesso stile continuò nelle prediche successive, reiterando essere stato il Papa circonvenuto, il breve mal fatto e quindi la scomunica non valere. E, pur continuando la predicazione, componeva a istanza del gonfaloniere Salviati il Trattato del reggimento e governo della città di Firenze. Il giorno di carnevale si celebrò il secondo bruciamento delle vanità. Ma da Roma si minacciava la città d'interdetto se non consegnava il S. o almeno non lo riduceva al silenzio. E così la Signoria, che, pure essendo in prevalenza contraria al S., aveva con fermezza replicato ai brevi papali, ordinò al Frate, ridottosi frattanto a predicare in S. Marco, di cessare le prediche: ciò che subito fece, dopo un accorato saluto al suo popolo. Cadutagli così l'arma più potente, non gli restava altro modo di difendere sé e l'opera sua che un Concilio, dove la sua voce si sarebbe levata ancora una volta, più solenne, a denunziare e ad ammonire. Ma sebbene non mancassero le condizioni per una convocazione, contro la volontà del Papa, sebbene l'idea di un Concilio fosse già largamente diffusa fra i principi e i buoni prelati, all'ultimo il suo gran cuore cristiano non soffrì di sommuovere, sia pure per un fine santo, la Chiesa; ed abbruciò le lettere che aveva già cominciato a scrivere. Questa rinunzia gli chiudeva l'ultima via; altro non gli restava se non la via del martirio. L'intempestivo ardore del suo più fido discepolo, fra' Domenico da Pescia, fece precipitare gli eventi.

(fot. Alinari)
Esaminato nei giorni seguenti e crudelmente torturato, riapose con fermo coraggio finché, alla lunga, la sua fibra delicata cedette sotto i tormenti, ond'ebbe slogato un arto e aperte le carni; dopo, la tortura gli fu continuata. Fu così possibile in due consecutivi processi, se non fargli dire ciò che volevano, fargli rinnegare almeno la sua missione profetica. Non bastando, dopo la sottoscrizione, interpolarono certe clausole alla fine dei capoversi e introdussero alcune postille che avvelenavano il contesto. Furono letti questi processi in pubblico, ma non si osò di farvi assistere, come era uso, il presunto
reo; per timore che questi, davanti al suo popolo, proclamasse la verità. Lo stesso gonfaloniere disse in una consulta che il S. non doveva uscire da Firenze per evitare che si ridicesse; «essendosi fatti i processi come si sono fatti, per quiete della città». Lasciato tranquillo per alcuni giorni, poté comporre la mirabile meditazione sopra il Miserere, nella quale confortò con l'esempio di Pietro la sua tristezza per il rinnegamento estorto: gli sotto i tormenti; poi cominciò quella sul salmo In te Domine speravi. Ma il 20 maggio ebbe principio un terzo processo, fattogli dai commissari apostolici. Nuovamente torturato, a tratti il suo grande animo vinceva la carne inferma, ritrattando le forzate ritrattazioni e riaffermando con commoventi parole la sua missione profetica.
Anche gli storici avversi al S. sono concordi sulla iniquità e sulla falsità di questo processo, non meno che dei precedenti. Sul quale fu pronunciata dai commissari la sentenza che condannava il S. e i suoi compagni, fra' Domenico e fra' Silvestro Maruffi, «eretici e scismatici», ad essere consegnati al braccio secolare che, come era stato più tempo prima deciso, li avrebbe impiccati e poi arsi. La infame sentenza, comunicata ai condannati il giorno 22 maggio, ultimo del processo, fu eseguita la mattina di poi. Le
parole e gli atti del S. furono nella funebre veglia esemplari, né si possono leggere senza una commozione profonda. La sua morte fu un mirabile esempio di virtù cristiane, come n'era stata la vita: né poteva esserne più degno suggello. Comunicandosi prima del supplizio, pronunciò ad alta voce una breve preghiera che è una bella professione di fede cattolica. Altre commoventi parole disse, quando gli fu tolto il suo abito domenicano. Ricevuta dai commissari apostolici la indulgenza plenaria, salì al patibolo recitando il Credo piccolo. Acceso il rogo sotto i corpi degli impiccati, e consunte le salme, ne furono raccolte le ceneri per sottrarle alla venerazione popolare e gettate in Arno. Fu verificata così la profezia che il S. pronunciò fino dal 1491: «Andranno gli empi al santuario, con le scure e col fuoco le porte spezzeranno e abbruceranno, e piglieranno gli uomini giusti e nel luogo principale della città li abbruceranno; e quello che non consumerà il fuoco e non porterà via il vento, gitteranno nell'acqua».
Dopo il primo smarrimento che i falsi processi, le persecuzioni degli avversari, i comprensibili rigori dei superiori, avevano cagionato nell'animo di molti devoti, cominciò non solo la riabilitazione, ma il culto del S., entrato ben presto nella liturgia di alcuni conventi toscani, che già nel 1499 ne celebrarono la festa solenne. Lo stesso Alessandro VI è fama ne rimpiangesse la morte, scusandosi col dire di essere stato male informato. Giulio II dichiarò che lo avrebbe volentieri canonizzato. Ai primi del sec. XVI furono compilate tre distinte raccolte di miracoli a lui attribuiti, e nella redazione di una di esse ebbe parte la b. Maria Bagnesi; s. Caterina de' Ricci, che da lui riconobbe due volte la guarigione, gli diceva l'Ufficio e ne celebrava la festa annuale nel suo convento di Prato: le quali pratiche furono oggetto di dispute ma non d'impedimento nel processo di beatificazione. Né minor devozione ebbero per lui s. Filippo Neri, la b. Colomba da Rieti, la b. Caterina da Racconigi, la b. Maddalena del Paradiso. Di una canonizzazione del S. si parlò sotto Clemente VIII, che pur molto gli era devoto; tanto che il generale dell'Ordine, Sisto Fabbri, ne fece comporre tre diversi Uffici propri. Negli Acta Sanctorum il suo nome è incluso fra i praetermissi del 23 maggio.
Necessariamente le drammatiche vicende della sua vita, la stessa ingiustizia da lui sofferta, la qualità dei tempi, i salutari rigori della Controriforma prolungarono oltre il rogo la guerra intorno al S. La sua dottrina, rigorosamente disaminata nel Sinodo fiorentino del 1516, nel V Concilio lateranense, nella Congregazione dell'In-
dice (1558), ne uscì sempre inconcussa. In questa ultima sede furono bensì sospese poche cose, non perché contenessero errore, ma perché bisognose, per essere volgarmente intese, di alcuna dichiarazione. In verità tale dottrina, imbevuta di tomismo, non potrebbe essere più immacolatamente cattolica; e ciò oggi è riconosciuto senza contrasto anche da quei protestanti che con manifesta stortura avevano dapprima tentato di appropriarsi del grande nome del S.; né si poteva fare un'ingiuria maggiore a chi per la fede cattolica operosamente visse ed in essa esemplarmente morì. Se vi furono contrasti fra il S. e il Borgia, la sua posizione verso il Romano Pontefice fu sempre devota e reverente; né tale devozione e reverenza si stancò di professare fino ai suoi ultimi istanti.
Di ciò rendono testimonianza, oltre che la sua vita, la sua predicazione e le sue opere. La principale di esse è il Triumphus Crucis, da lui scritto in latino e subito riscritto in volgare: lucido e serrato trattato apologetico della fede cristiana, che fu in uso fino al cadere del sec. XVII nelle scuole di Propaganda Fide, a cura della quale fu ristampato in esecuzione del testamento del cardinale Antonio Barberini, fratello di Urbano VIII. Né può essere trascurato il De simplicitate christianae vitae, in cinque libri, di cui il primo tratta della dottrina cattolica, gli altri della semplicità del cuore e della semplicità esteriore. Delle altre opere, alcune sono di carattere esegetico, alcune di argomento ascetico: nitido specchio, nella cornice di un candido dettato, di quella perfezione spirituale che aveva saputo in sé edificare. Delle sue canzoni giovanili s'è detto; le altre sue poesie sono per lo più laudi, che per forza di sentimento e per originalità stanno fra le migliori del tempo. Vieti pregiudizi umanistici bollarono il S. come nemico della poesia; forse è vero invece che sentendosene troppo attratto, e reputandola inutile, se non dannosa, al conseguimento dell'ultimo fine, giusta quanto espose nel suo Apologeticae de ratione poeticae artis, cercò di reprimeria nel cuore suo, come prima rigidamente vi aveva repressi gli affetti familiari. La chiarezza, la semplicità, l'efficacia furono le principali qualità del S. scrittore; e altrettanto può ripetersi per quelle del predicatore. Le sue prediche hanno squarci di grande efficacia e bellezza, anche nel testo che ce n'è pervenuto, certamente molto imperfetto (cfr. R. Ridolfi, Studi savonaroliani, Firenze 1935), anche spogliate del fascino della voce e della persona, che fu senza dubbio grandissimo. Pregiudizi della stessa sorte di quelli che lo dipinsero come nemico della poesia, vollero farlo credere nemico dell'arte, di cui nobilmente sentì; ma né i troppo retoricamente diffamati «bruciamenti delle vanità», né le cose da lui dette contro certe deviazioni pagane, possono cancellare il debito che l'arte ha con chi ispirò un Michelangiolo, un Botticelli, un Simone del Pollaiolo.
Edizioni. - Delle opere del S., molte volte ristampate nel secc. XV-XVI, ma sempre separatamente (molti opuscoli ascetici furono raccolti nelle Additiones del Quétif a G. F. Pico, Vita... H. Savonarolae, Parigi 1674), manca un'edizione moderna complessiva; alla mancanza vuole ovviare l'Edizione nazionale, di cui i 2 primi voll. (Prediche sopra Ezechiele, a cura di R. Ridolfi) sono in stampa. Neppure delle singole opere si hanno moderne edizioni critiche, tranne che dell'Epistolario (Le Lettere di G. S., a cura di R. Ridolfi, Firenze 1933). Nella raccolta, poco felicemente condotta, Prediche italiane ai Fiorentini, Firenze 1930-35, furono pubblicate le prediche sopra Aggeo (vol. I) e sopra i Salmi (vol. II) a cura del Cognasso (con molti errori); le prediche sopra Amos a cura del Palmarocchi (voll. III-IV). Di tutte le altre prediche ed opere si hanno solo edizioni antiche, o moderne affatto trascurabili.
bibliografia). - Fonti storiche e documentarie: A. Gherardi, op. cit.; I. Del Lungo, Fra G. S., in Arch. stor. ital., nuova serie, 18 (1863, 1), pp. 3-18; 19 (1863, 1), pp. 3-41; C. Lupi, Fra G. S., ibid., 3ª serie, 3 (1866, 1), pp. 3-77; J. Schnitzer, Quellen und Forschungen zur Gesch. Savonarolae, 4 voll., Monaco e Lipsia 1902-10. - Biografie: P. Villari, La storia di G. S. e de' suoi tempi, 4ª ed., Firenze 1926; G. Schnitzer, S., Milano 1931 (questa è l'edizione definitiva: l'ediz. orig. tedesca: 2 voll., Monaco 1924); R. Ridolfi, Vita di G. S., 2 voll., Roma 1952; 2ª ed., ivi 1952.