SAVONAROLA, GIROLAMO - Illustrazione della predica 48a Sopra Amos e Zaccaria di G. S.: infedeli e cristiani che si ricoprono la fronte crocesignata, accorrono a rigenerarsi nel fiume che scende dalla Croce. Il cielo è sereno su Gerusalemme mentre grandina su Roma e Firenze. Disegno di S. Botticelli. Incisione in legno dal Trattato di Domenico Benivieni - Firenze, Bonaccorsi, 28 maggio 1496.
dì sforzi del S. Riuscìtogli, e fatto certo così che la sua opera non poteva essere impedita né interrotta, si addentrò nella via delle riforme, applicandosi, secondo un cronista, «ad introdurre negli studi e nella vita un ordine quasi divino». Calato in Italia Carlo VIII, ne seguì la cacciata dei Medici, mentre il S. si trovava a Pisa, mandato dalla Repubblica ambasciatore a Carlo; al quale parlò alto e franco. E altrettanto fece in Firenze, dopo che il Re vi fu entrato con male intenzioni: onde è probabile che a lui la città fu debitrice della salvezza, non meno che ai generosi impeti di Pier Capponi.
Con la separazione di S. Marco (22 maggio '93), costituito poi con altri conventi in congregazione, veniva dunque a coincidere la liberazione della città dalla sinistra medicea; così (e parve miracoloso) tutte le porte si spalancarono in un tratto all'opera disegnata dal S. Di Stato non amava impacciarsi, e se si affaticò per instaurare in Firenze non già una ierocrazia o una teocrazia, ma una repubblica cristianamente e civilmente bene ordinata, fu per fare di essa la «città di Dio», così che ne uscisse, come diceva, «la reformazione di tutta la Italia». Predicando l'Avvento sopra Aggo, non solo gli riuscì di sopire gli odi faziosi, di fermare gli impeti delle discorde civili, ma mentre la città accennava a ricadere sotto un'oligarchia, di far prevalere un savio ordinamento democratico che assai riteneva del governo veneziano. Fondato il nuovo stato popolare, il S. propose in una predica che si eleggesse Cristo per Re. Proseguendo nel suo apostolato, con le prediche sopra ai Salmi (feste del 1495) e più con quelle sopra Giobbe (quaresima del '95) attese a promuovere il rinnovamento religioso e morale della città, che riuscì ancora maggiore dell'operato rinnovamento civile. La scettica e godereccia città del Magnifico apparve presto trasformata; dovunque si vedevano manifestazioni di pietà e di semplicità di vita: cittadini nobili e uomini insigni per dottrina accorrevano in S. Marco a chiedere l'abito domenicano. Ma la subitaneità e la grandezza del successo, se da una parte crescevano fede al S., da un'altra gli suscitavano odio e sospetti; e quanti ne temevano la potenza formarono quella setta che bene s'ebbe il nome di Arrabbiati, mentre i seguaci del Frate erano chiamati Piagnoni. Anche fuori di Firenze il séguito grande del S. era inviso a quei potentati che, confederatisi contro Carlo VIII nella Santa Lega, vedevano in lui il più formidabile strumento a tener fermi i fiorentini nella loro tradizionale amicizia col Re. Ben presto quindi gli Arrabbiati dall'interno, e principi come lo Sforza dall'esterno, cominciarono a aizzare il Papa contro di lui. Sotto tali influenze e in seguito a premure fattegli da Alberto da Orvieto, mandato a Firenze per ottenerne l'entrata nella Lega, Alessandro VI scrisse quel singolare breve del 21 luglio 1495, nel quale, dopo aver colmato il S. delle più rare lodi, gli ordinava di presentarsi a lui, desiderando udire dalla sua stessa voce, per farne profitto, le sue profezie. L'insidia era troppo scoperta perché il S. vi potesse cadere. Se si fosse mosso, a Roma non sarebbe forse arrivato; certamente a Firenze non sarebbe tornato. Della vita poco gli importava ma molto dell'opera che aveva accarezzato nei suoi sogni di adolescente e vedeva ora miracolosamente fiorire. Diffidato dai medici di astenersi dalla predicazione e fin dagli studi, insidiato dai nemici, rispose che per l'infermità del corpo, per il manifesto pericolo della vita, per il danno che ne sarebbe venuto all'opera sua, chiedeva di poter differire la sua venuta.
Il Papa parve contentarsi di queste ragioni, ma non se ne contentarono i più immediati nemici del Frate; il quale, per prudenza e perché davvero bisognoso di riposo, si astenne dal predicare. A mezzo sett. però, con la data dell'8, arrivò a Firenze un altro breve che rimetteva al Vicario della Congregazione Lombarda la causa del S.: S. Marco era riunito alla detta congregazione; al S. ed alcuni suoi frati si ordinava di trasferirsi a Bologna: ciò sotto pena di scomunica. Il breve era fatto a istigazione di chi aveva interesse a chiudere la bocca al Frate mentre il Medici si apprestava a marciare contro la patria. Senza sgomentarsi, il S. rispose punto per punto, in modo che il Papa dovette riconoscere anche questa volta la bontà delle ragioni addottegli; tanto che il breve dell'8 sett. fu prestamente annullato con un altro del 16 ott., assai raddoletto, che tuttavia ribadiva il S. doversi fino a nuovo avviso astenere dalla predicazione. Il quale, prima che il breve arrivasse, fu a tempo a rianimare la città con tre prediche. Arrivato il breve, obbedendo, si chiuse nel silenzio e nell'orazione.

questa volta la bontà delle ragioni addottegli; tanto che il breve dell'8 sett. fu prestamente annullato con un altro del 16 ott., assai raddoletto, che tuttavia ribadiva il S. doversi fino a nuovo avviso astenere dalla predicazione. Il quale, prima che il breve arrivasse, fu a tempo a rianimare la città con tre prediche. Arrivato il breve, obbedendo, si chiuse nel silenzio e nell'orazione.
(per cortesia del Narchese Ridolf) Savonarola, Girolamo - Schema autografo della terrifica praedicatio della Quaresima 1491 Firenze, Museo di S. Marco, questa volta la bontà delle ragioni addottegli; tanto che il breve dell'8 sett. fu prestamente annullato con un altro del 16 ott., assai raddolcito
Tale silenzio però apriva la via agli avversari che forse a questo miravano attraverso i brevi papali; né può quindi stupire che i suoi fautori si adoppassero perché la sua voce potesse suonare liberamente, quanto i nemici si adoppavano per farla tacere. La Signoria instava perché al S. fosse concesso di predicare l'Avvento, e gli sforzi furono raddoppiati con l'avvicinarsi della Quaresima. Alessandro VI, premuto da suggestioni politiche, resisteva; né si perito di dire candidamente all'ambasciatore fiorentino: la lega non voler ch'egli concedesse al Frate di predicare. Infine però, pur negando una formale revoca del breve del 16 ott., permise verbalmente che il S. risalisse sul pulpito. Il 17 febbr. '96 cominciò così le prediche sopra Amos, che sono fra le sue più belle e più forti. Se s'era sperato in un suo più cauto linguaggio, egli non ne aveva dato però affidamento; non era uomo da scendere a patti o mancare al suo ufficio, né vi mancò. Alcune volte parve alludere alla scandalosa vita del Papa stesso. Il quale cominciò a farne aspre querelle; ma ancora una volta era mosso soprattutto da considerazioni politiche. Si minacciavano fulmini. Un consiglio di teologi adunato espressamente nulla poté concludere contro il S. Per ciò, ma più per il timore di una nuova passata del re, le collere curiali si posarono. I frutti di queste prediche furono sovrabbondanti: basta accennare alla riforma dei fanciulli; secondo una testimonianza contemporanea, Firenze pareva divenuta «un'arra di paradiso». L'8 maggio dette principio alle prediche sopra Michea, senza che da Roma venisse alcuna lagnanza. Ormai la parabola della
fama del S. ha raggiunto il vertice, e non solo in Firenze. Sono di questo tempo alcune sue lettere ai principi d'Italia, che a lui ricorrevano per consiglio, o ai quali liberamente si rivolgeva per esortarli e correggerli. Anche il Papa cercò allora di cattivarle, facendogli offrire a certe condizioni il cappello cardinalizio. Rispose nella predica del 20 a.g. «Non voglio cappelli, non mitre grandi né piccole; non voglio se non quello che tu hai dato ai tuoi santi: la morte. Uno cappello rosso, uno cappello di sangue, questo desidero».
In quei giorni si stampava il suo trattato De simplicitate christianae vitae, e intanto lavorava al Triumphus Crucis. Per attendere a queste opere, e per riposarsi, aveva la sciato il pulpito; ma il 28 ott. dovette risalirvi, essendo i fiorentini atterriti dalla venuta di Massimiliano re dei Romani, che assediava Livorno dalla terra e dal mare. Il S. promise al popolo che Dio lo avrebbe liberato, e grande fu l'entusiasmo della città, quando, rottagli l'armata da una tempesta, Massimiliano abbandonò l'impresa. Ma le vicende politiche d'Italia volgevano a sfavore del S. Alessandro VI era premuto costantemente dalla Lega e dagli Arrabbiati, che lo animavano a finirla con Frate. Il modo migliore sembrò ancor quello di togliere a questo la indipendenza acquistata con la separazione dai Lombardi: e ciò il Papa s'indusse a fare col breve del 7 nov., per il quale molti conventi erano riuniti a quelli di S. Marco in una nuova congregazione, in cui il S. avrebbe perduto ogni autorità. Si asseriva che lo scopo era quello di propagare l'osservanza introdotta dal S., mentre l'effetto sarebbe stato tutto contrario. Lo scopo occulto, palesato del resto in brevi posteriori, era che il S. obbedendo, perdesse sé e la sua opera; non obbedendo incappasse nella scomunica comminata nel breve a chiunque vi si opponesse; e quindi medesima mente volgesse a certa rovina. Se egli non tacque nella sua Apologia della Congregazione di S. Marco, ciò che sarebbe stato contro la carità, non si può dire che a tal breve disobbedisse o si opponesse; perché nessun superiore si fece vivo con lui per mandare ad esecuzione gli ordini papali, nessuno per rimuoverlo dal suo ufficio di Vicario.
Il S. continuò dunque sulla sua via, la via della carità. Nell'Avvento cominciò le prediche sopra Ezechiele proseguite nella Quaresima 1497: come la scelta di un profeta così terribile faceva prevedere, fu una terribile predicazione. Le mene dei suoi nemici, anziché renderlo cauto, accendevano il suo sdegno e lo movevano a grandi pietà forte, finché Lazzaro, il corpo corrotto della Chiesa, non risorgesse. Ma le sue fortune, che fino ad allora pur fra alterne vicende erano andate crescendo, e avevano avuto un simbolico trionfo il 7 febbr. 1979, nel primo «bruciamento delle vanità», cominciano a declinare. La carestia, il prolungarsi della guerra di Pisa, la tregua di Carlo VIII con la Lega, l'addensarsi delle collere papali erano altrettante cause ad alienargli gli animi dei mutevoli fiorentini. Fra le circostanze sfavorevoli bisogna aggiungere il declinare della sua salute, ridotta al punto da costringerlo ad abbreviare e talvolta a interrompere le prediche. Ma il peggio gli venne da due Signorie a lui avverse. Della prima fu gonfaloniere Bernardo del Nero, capo della fazione medicea, sotto il quale si ebbe l'impresa di Piero de' Medici contro la città, pericolosa per la qualità del gonfaloniere, ma miseramente fallita come il S. aveva predetto. La seconda fu capeggiata da Piero degli Alberti, principale uomo degli Arrabbiati; che così per due mesi spadroneggiarono nella città trascorrendo ad eccessi d'ogni sorta. Il giorno dell'Ascensione provocò un tumulto durante la predica per fare scandalo e, se fosse loro riuscito, uccidere il predicatore. Fallito il disegno, si dettero ad aizzare il Papa perché la scomunica, sollecitata più volte, fosse finalmente promulgata. Principale argomento in quest'opera di sobiliazione era ancora, più che la calunnia di dispreggio alle Somme Chiavi, il rifiuto dei fiorentini ad entrare nella Lega, imputato al S. Aggiunsero nerbo a tali argomenti i denari di due ricchi fiorentini, che persuasero certi prelati a recidere con suggestioni pessime le ultime resistenze. Così Alessandro VI, sebbene suo malgrado, come egli stesso confessò poi.
s'indusse a segnare in data 13 maggio il breve fatale. Il quale, redatto in una forma inconsueta e, a parte l'origine surrettizia, viziato nella sostanza, giunse a Firenze soltanto il 17 giugno, perché il curso non osava entrare nel dominio fiorentino e infine dette ad altri l'incarico. Il breve fu letto in cinque chiese soltanto, le altre essendosi rifiutate di farlo per la mancanza delle debite forme.
Ad Alessandro era arrivata intanto un'umile lettera che il S., avvertito della spedizione del breve, gli aveva scritto il 20 maggio, protestando di non avere altro fine che quello di risuscitare nei cuori umani la fede cristiana. Ma questa lettera, e quella che il S. gli scrisse il 25 giugno, consolatoria per l'uccisione del figlio ed esortatoria ad aiutare l'opera della fede, altro non potevano ormai se non accrescere il tardivo pentimento del Papa; il quale facendole leggere in Concistoro, le lodi e arrivò a dire che la censura «gli dispiaceva ed era omnino praeter mentem suam». Di lì a poco fu eletta una signoria favorevole al S., che subito si dette a premere per ottenere l'assoluzione: impresa disperata perché Alessandro, dopo il primo smarrimento seguito alla tragica morte del figlio, era tornato a far peggio di prima. Frattanto egli altri mali che affliggevano Firenze s'era aggiunta la pest; e in tale occasione rifulsero ancora le cristiane virtù del S. In quegli stessi giorni egli rivedeva le stampe del Triumphus Crucis ed attendeva ad altri scritti minori: il Trai-tato contro gli astrologi, il dialogo De Veritate prophetica, forse la seconda redazione del Solatium itineris mei. Mentre la Signoria continuava ad insistere presso il Papa per la revoca delle censure, il S. da parte sua, ingiustamente accusato dai posteri di una condotta superba e ostinata, volle fare al Romano Pontefice un solenne atto di sottomissione. E così gli scrisse il 13 ott. 1979 una lettera virilmente umile, chiedendogli l'assoluzione. Ma nulla gli giovò.
Pur sollecitato dal popolo a predicare, perseverò il Frate nel suo doloroso silenzio, in ossequio ai comandamenti papali. Finalmente, come fu chiaro che neppure per intercessioni potenti avrebbe riavuto la predicazione, e che quindi la sua opera era condannata a sicura rovina, egli decise di seguire quella voce che tante volte gli aveva mostrato la via. Raffermò la sua determinazione e il suo sdegno certo il baratto proposto alla Signoria, subordinante l'assoluzione all'entrata dei fiorentini nella Lega. Risaliva dunque sul pulpito del Duomo l'11 febbr. 1498, per dar principio a quelle prediche sopra l'Esodo che dovevano segnare il suo esodo dal pulpito, dalla grande opera sua, dalla vita. Fino dalla prima predica s'intese che il S. era deciso a conseguire o un'ardua vittoria contro le malefiche forze che gli si opponevano o quella corona di sangue che tante volte aveva domandato e che quella mattina invocò ancora, offrendosi in sacrificio. Nello stesso stile continuò nelle prediche successive, reiterando essere stato il Papa circonvenuto, il breve mal fatto e quindi la scomunica non valere. E, pur continuando la predicazione, componeva a istanza del gonfaloniere Salviati il Trattato del reggimento e governo della città di Firenze. Il giorno di carnevale si celebrò il secondo bruciamento delle vanità. Ma da Roma si minacciava la città d'interdetto se non consegnava il S. o almeno non lo riduceva al silenzio. E così la Signoria, che, pure essendo in prevalenza contraria al S., aveva con fermezza replicato ai brevi papali, ordinò al Frate, ridottosi frattanto a predicare in S. Marco, di cessare le prediche: ciò che subito fece, dopo un accorato saluto al suo popolo. Cadutagli così l'arma più potente, non gli restava altro modo di difendere sé e l'opera sua che un Concilio, dove la sua voce si sarebbe levata ancora una volta, più solenne, a denunziare e ad ammonire. Ma sebbene non mancassero le condizioni per una convocazione, contro la volontà del Papa, sebbene l'idea di un Concilio fosse già largamente diffusa fra i principi e i buoni prelati, all'ultimo il suo gran cuore cristiano non soffrì di sommuovere, sia pure per un fine santo, la Chiesa; ed abbruciò le lettere che aveva già cominciato a scrivere. Questa rinunzia gli chiudeva l'ultima via; altro non gli restava se non la via del martirio. L'intempestivo ardore del suo più fido discepolo, fra' Domenico da Pescia, fece precipitare gli eventi.
1993
SAVONAROLA GIROLAMO
reo; per timore che questi, davanti al suo popolo, proclamasse la verità. Lo stesso gonfaloniere disse in una consulta che il S. non doveva uscire da Firenze per evitare che si ridiscusse; essendosi fatti i processi come si sono fatti, per quiete della città. Lasciato tranquillo per alcuni giorni, poté comporre la mirabile meditazione sopra il Miserere, nella quale confortò con l'esempio di Pietro la sua tristezza per il rinnegamento estorto-gli sotto i tormenti; poi cominciò quella sul salmo In te Domine speravi. Ma il 20 maggio ebbe principio un terzo processo, fattogli dai commissari apostolici. Nuovamente torturato, a tratti il suo grande animo vinceva la carne inferma, ritrattando le forzate ritrattazioni e riaffermando con commoventi parole la sua missione profetica.
Anche gli storici avversi al S. sono concordi sulla iniquità e sulla falsità di questo processo, non meno che dei precedenti. Sul quale fu pronunciata dai commissari la sentenza che condannava il S. e i suoi compagni, fra' Domenico e fra' Silvestro Maruffi, eretici e scismatici, ad essere consegnati al braccio secolare che, come era stato più tempo prima deciso, li avrebbe impiccati e poi arsi. La infame sentenza, comunicata ai condannati il giorno 22 maggio, ultimo del processo, fu eseguita la mattina di poi. Le parole e gli atti del S. furono nella funebre veglia esemplari, né si possono leggere senza una commozione profonda. La sua morte fu un mirabile esempio di virtù cristiane, come n'era stata la vita: né poteva esserne più degno suggello. Comunicandosi prima del supplizio, pronunciò ad alta voce una breve preghiera che è una bella professione di fede cattolica. Altre commenti parole disse, quando gli fu tolto il suo abito domenicano. Ricevuta dai commissari apostolici la indulgenza plenaria, salì al patibolo recitando il Credo piccolo. Acceso il rogo sotto i corpi degli impiccati, e consente le salme, ne furono raccolte le ceneri per sottrarle alla venerazione popolare e gettate in Arno. Fu verificata così la profezia che il S. pronunciò fino dal 1491: «Andranno gli empi al santuario, con le scure e col fuoco le porte spezzeranno e abbruceranno, e piglieranno gli uomini giusti e nel luogo principale della città li abbruceranno; e quello che non consumerà il fuoco e non porterà via il vento, gitteranno nell'acqua».
Dopo il primo smarrimento che i falsi processi, le persecuzioni degli avversari, i comprensibili rigori dei superiori, avevano cagionato nell'animo di molti devoti, cominciò non solo la riabilitazione, ma il culto del S., entrato ben presto nella liturgia di alcuni conventi toscani, che già nel 1499 ne celebravano la festa solenne. Lo stesso Alessandro VI è fama ne rimpiangesse la morte, scusandosi col dire di essere stato male informato. Giulio II dichiarò che lo avrebbe volentieri canonizzato. Ai primi del sec. XVI furono compilate tre distinte raccolte di miracoli a lui attribuiti, e nella redazione di una di esse ebbe parte la B. Maria Bagnesi; S. Caterina de' Ricci, che da lui riconobbe due volte la guarigione, gli diceva l'Ufficio e ne celebrava la festa annuale nel suo convento di Prato: le quali pratiche furono oggetto di dispute ma non d'impedimento nel processo di beatificazione. Né minori devozione ebbero per lui s. Filippo Neri, la B. Colomba da Rieti, la B. Caterina da Racconigi, la B. Maddalena del Paradiso. Di una canonizzazione del S. si parlò sotto Clemente VIII, che pur molto gli era devoto; tanto che il generale dell'Ordine, Sisto Fabbri, ne fece comporre tre diversi Uffici propri. Negli Acta Sanctorum il suo nome è incluso fra i praetermissi del 23 maggio.
Necessariamente le drammatiche vicende della sua vita, la stessa ingiustizia da lui sofferta, la qualità dei tempi, i salutari rigori della Controriforma prolungarono oltre il rogo la guerra intorno al S. La sua dottrina, rigorosamente disaminata nel Sinodo fiorentino del 1516, nel V Concilio lateranense, nella Congregazione dell'In
(flt. Alinari)