SANTITÀ

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SANTITÀ. - Separazione dal profano, considerata in Dio o nelle creature. Come attribuito di Dio, è la stessa essenza divina in quanto trascendente, infinita perfezione. I teologi distinguono in Dio la s. ontologica (Dio Sommo Bene cui tutto tende) e la s. morale (Dio in quanto ama se stesso Sommo Bene).

La s. importa l'assenza completa della colpa. Si distingue pure una s. ontologica e morale nelle creature. La prima si dice di esse per rispetto a Dio, in quanto nel loro essere sono a lui consacrate: «santo» equivale allora a «sacro». Tali sono tutte le cose o le persone segregati dagli usi profani e dedicate alla Divinità (come gli altari, gli oggetti del culto, i religiosi). La s. morale invece non compete che ad esseri liberi; e si ha nella loro conformità di volontà con la divina.

Nell'ordine morale soprannaturale, la s. importa inoltre una trasformazione interiore, Grazia (v.) santificante, dalle virtù e i doni (v.). L'anima viene assimilata a Dio ed è a lui unita come amica. Ha i diritti di figlia adottiva ed è partecipe dell'eredità divina con una speciale inabitazione (v.) della S.ma Trinità. Tale s.

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SANTISSIMA VERGINE MARIA DI EINSIEDELN - La Vergine degli eremiti. Statua del sec. XV, venerata nella santa cappella della chiesa abbaziale - Einsiedeln.

mita s. Meinrado (Meginrat), monaco di Reichenau presso Costanza (abbazia consacrata alla Madonna), il quale, dopo un periodo di insegnamento in un monastero presso il lago di Zurigo, spinto dal desiderio di solitudine, si era ritirato nella valle alpina, dove visse fino all'861. In seguito, presso la sua cella si stabilirono altri eremiti, tra i quali il vescovo Benno di Metz. Intorno al 930 Eberardo, già prevosto di Strasburgo, radunò gli eremiti in un monastero; nel 934 ne ebbe il riconoscimento e notevoli donazioni da parte del Re. Nel 948 il vescovo Corrado di Costanza consacrò in onore della Madonna la prima chiesa che racchiudeva la cella di Meinrado trasformata in cappella e dedicata dallo stesso Corrado, il 14 sett., al S. mo Salvatore. Già nel XIII sec. il popolo cominciò a pellegrinare a questa cappella ed a venerarvi un simulacro di Maria S.ma; nel secolo seguente si ha notizia di miracoli avvenuti e dell'affermarsi della credenza che la cappella fosse stata consacrata dal Signore stesso. Le prove tratte da bolle pontificie e dagli annali del monastero a conferma di questa tradizione incontrano però molte critiche. I pellegrinaggi avevano luogo specialmente quando la festa della «Consacrazione angelica» (14 sett.) cadeva di domenica (v. angelica). Si parla di un concorso fino a duecento mila pellegrini tanto nel XV come nel XVII sec. Anche ai nostri giorni si hanno pellegrinaggi collettivi dalla Svizzera e dall'estero, oltre a numerosi pellegrinaggi individuali. Il sacro simulacro, venerato oggi, data dal 1400. Il colore originale del volto e delle mani nel corso dei secoli restò annerito per il fumo delle candele votive della piccola cappella. Le feste principali sono quelle della Madonna.

SANTISSIMA VERGINE MARIA DI EINSIEDELN - Interno della navata vista dal coro (1° metà del sec. XVIII) - Einsiedeln.

ha gradi più PERVERZIONE (v.) dell'anima.

Tutti i fedeli sono chiamati alla s., almeno in modo generale. Tale verità consta dalla S. Scrittura (Mt. 5, 48; Lc. 14, 25; Phil. 4, 8; 1 Cor. 7, 29-31; Eph. 1, 4; II Tim. 3, 10; 1 Pt. 1, 15; 1 Io. 2, 15; Apoc. 22, 11), dai ss. Padri (s. Agostino, Sermo 96, 7; PL 38, 588; s. Basilio, Sermo de renunciatione saeculi; PG 31, 628), dalla costante tradizione (cf. Pio XI: AAS, 15 [1922], pp. 49-63). Iddio infatti non può non volere per tutti quel che è pienezza di bontà, compimento della sua volontà, divina somiglianza, imitazione di Cristo (cf. O. Zimmermann, Jsestik, 2a ed., Friburgo in Br. 1929, § 48, p. 255). Non tutti però sono chiamati allo stesso grado di s.; Iddio infatti non concede a tutti le medesime grazie (cf. Sum. Theol., 1a-2a, q. 112 a. 4; F. Suárez, De Gratia, 1, IX, cap. 6, n. 9), né tutti hanno le stesse disposizioni, preparazione e corrispondenza (cf. Pio XI, loc. cit., p. 55). Potendo però tutti raggiungere quella perfezione che Iddio vuole da loro, viene dai Padri ripreso come grave tentazione il dubitare della possibilità della s. (cf. J. Alvarez, Opera spiritualia, I, Lione 1688, 3, 1; Pseudo Macario, De orat., n. 12; PG 34, 861).

La Chiesa, avendo da Cristo il mandato di magistero, propone in più modi quale sia la maniera più sicura per raggiungere concretamente la s., specialmente in documenti particolari concernenti la spiritualità cristiana, nell'approvazione delle Costituzioni di Ordini religiosi, nel canonizzare i santi, nel condannare errori.

Da questo magistero risulta che la s. consiste praticamente nell'esercizio delle virtù in grado eroico. A ciò si richiede che il fedele compaia molti atti di tutte le virtù cristiane (chi peccasse contro una, pur avendo le altre, non può essere santo) in un grado superiore a quello comune dei buoni, abitualmente, anche in circostanze ardute, tra difficoltà ed impedimenti, e costantemente. Per quanto tempo? Certo per uno spazio di tempo abbastanza prolungato (P. Lambertini [Benedetto XIV], De beatificatione ecc., I, III, cap. 39, n. 5). Alcuni lo calcolano, approssimativamente, di dieci anni. Non si può avere virtù eroica e quindi s. mortificazione (v.) sia interna che esterna.

Le virtù in grado eroico non differiscono da quello comuni, se non di grado. Gli abiti virtuosi infusi e acquisiti sono infatti i medesimi, e la prontezza, facilità ed alacrità proprie di chi agisce eroicamente non sono differenze essenziali ma qualitative (Sum. Theol., 3a, q. 7 a. 2; F. Suárez, In 3 divi Th., q. 7, a. 2). Per la s. non si richiede la contemplazione infusa (P. Lambertini, loc. cit., 26, n. 8). Nelle condizioni attuali dell'umanità, decaduta per il peccato originale, la s. non esclude qualche caduta in peccati veniali di fragilità (Denz-U, 833). I santi però vi cadono meno che gli altri, con minor volontarietà, e man mano che progrediscono nella perfezione aumentano di purezza. Tale desiderio di purità il conduce a praticare la confessione frequente. Molti santi si confessarono quotidianamente. Così s. Caterina da Siena, Caterina di Svezia, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Pietro Claver, Carlo Borromeo, Luigi Bertrando, Alfonso de Lugo, Leonardo da Portomunizio (cf. B. Saint-Jure, Connaissance de N.-S. J.-C., III, cap. 10, § 9).

La s. nasce da un duplice principio, divino ed umano. Iddio dà la Grazia, e l'uomo la cooperazione. Non mancando mai Iddio da parte sua, per raggiungere la s. occorre la più attiva cooperazione umana, contrariamente a quanto dicevano i quietisti e semiquietisti i quali conducevano ad una passività erronea e perniciosa (Denz-U, 471, 1221). Bisogna saper unire passività, ossia docilità alla condotta dello Spirito Santo, con attività. È utile un certo metodo di vita ascetico, che ordini i mezzi da usare per raggiungere progressivamente le varie virtù.

La teologia spirituale insegna vari metodi, secondo la diversità delle vocazioni, delle vie che conducono a Dio, delle varie indole e stati d'evoluzione delle anime. Tra i mezzi più utili per raggiungere la s. va raccomandato soprattutto agli inizi l'uso di una buona direzione spirituale la quale dovrà condurre le anime ad una vita di preghiera, ossia di elevazione a Dio nelle più svariate forme; ad una vita intensa sacramentale, con la pratica accurata della penitenza e della S.ma Eucaristia; ed infine ad una vita di mortificazione e di abnegazione, con le quali il fedele riesce a compiere gli sforzi necessari alla s. ed a superare gli ostacoli. Tra i mezzi sempre raccomandati dai santi è importante l'abitudine del raccoglimento, del silenzio e del ritiro, con la fuga delle vanità mondane, che permettono l'elevazione alle cose celesti e la considerazione dei valori eterni. In generale i maestri di spirito consigliano di iniziare il lavoro della propria santificazione al più presto, nel periodo della giovinezza (F. Charmot, La direction spirituelle, Parigi 1934, pp. 30-36). Pur essendo tutti chiamati alla s. e dovendo perciò ciascuno desiderarla, vi sono tenuti in modo speciale i religiosi e gli ecclesiastici (CIC, can. 124-26). Gli ultimi pontefici hanno in modo particolare illustrato la natura della s. sacerdotale, dimostrando che, in virtù dell'ufficio e dell'Ordine sacro, i sacerdoti devono risplendere dinanzi ai fedeli, pur d'ogni colpa e con virtù non mediocri.

Nella s. si raggiunge il massimo bene. L'individuo è da essa reso buono, ricolmo di santi pensieri e desideri, di santo amore, pronto alle più grandi imprese, ricco di una bellezza superiore, felice già in terra con il pregustare alcunché delle gioie celesti, con intimi giubili provenienti dall'abitazione di Dio in lui, con il possesso della vera libertà e sicurezza, e perciò della pace. La s. irradia, poi, in favore del prossimo; perché nessuno soccorre l'umanità più santi. Il santo aiuta, sopporta, perdona, invita al bene. I perfetti fanno nascere sul loro passaggio nuovi esempi virtuosi. Dio per merito loro resta placato e fa scendere più grazie sul genere umano. Infine la s. realizza una maggior gloria di Dio. Il santo attua la gloria di Dio, obiettivamente, in quanto è un suo capolavoro, ossia un effetto dell'attività divina creatrice e redentrice; e soggettivamente, giacché tutto il suo essere si consuma nella lode, nel servizio, nell'amore di Dio. Il santo è come un cantico alla divina bontà. Le sette domande o petizioni del Pater noster hanno nel santo la pienezza maggiore di attuazione. Perciò la s., portando al massimo la figliolanza divina, è la vera ed intima amicizia con Dio, e vien lodata dalla Scrittura come la perla preziosa, il tesoro nascosto, il Regno di Dio (O. Zimmermann, op. cit., § 52, pp. 276-78).

Bibl.: J. Müller, Über den Begriff der Heiligkeit, in Zeitschrift. Abt. Theol., 20 (1896), p. 471 sqq.; H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1937, pp. 234-61; P. Remy, Le sens du mot sainteté, in Études franciscaines, 49 (1937), pp. 464-74; B. Remec, De sanctitate et gratia, Lubliana 1940; F. Gagna, De processu canonizationis, Roma 1940; Gabriele di S. Maddalena, Normes actuelles d. la s., in Études carmélitaines, 28 (1949), pp. 175-89; G. Rambaldi, Spiritualità del clero, in Circ. Catt., 1950, II, pp. 12-23, 238-304. Arnaldo M. Lanz.