SARP, PAOLO. - N. a Venezia il 14 ag. 1552, m. ivi il 14 genn. 1623. Già a 18 anni si distinse a Mantova nelle dispute; nel 1575 entrò nell'Ordine dei Serviti e nel 1579 aveva già la carica di provinciale. Nel 1585 venne a Roma come procuratore generale del suo Ordine. Le vere cause della sua inimicizia mortale verso la Curia romana e la Compagnia di Gesù non sono state ancora abbastanza esplorate: ma è certo che nel 1593 la nomina del S. a vescovo di Milapotamos favorita dal card. Santori, e più tardi le nomine ai vescovati di Caorle e Nona, furono respinte a Roma. Urtavano i suoi rapporti con i protestanti e specialmente con il Bedell, cappellano dell'ambasciatore inglese a Venezia, Wotton.
P. S. cominciò a far parlare molto di sé quando, il 28 genn. 1606, divenuto teologo di Stato della Repubblica di Venezia, con lo stipendio annuale di 200 e poi di 400 forini, fu consigliere della Repubblica nella lotta contro papa Paolo V: e con moltissimi pareri, dei quali solo una piccola parte è stampata, sosteneva che le censure inflitte dal Papa a Venezia, e in special modo l'interdetto, non fossero validi; appoggiò la Repubblica nella resistenza al Papa, fu con i giuristi Mennocchio e Pellegrino e con l'ex-gesuita Marsiglio, protagonista nella propaganda antipapale.
Ristabilita la pace tra il Papa e Venezia, la Repubblica continuò a proteggere lo scomunicato S., che il Papa avrebbe voluto veder consegnato all'Inquisizione romana.

Sannelli, Maria Gennaro, venerabile - Riratto conservato nella Casa generalizia dei Redentoristi Roma.
Quando il 5 ott. 1607, vittima di un attentato, fu ferito da tre pugnalate alla testa, si indicò come mandante il nunzio Gessi; non è però dimostrato che la cosa fosse voluta da Roma.
Protetto dalla Repubblica, il S. continuò la sua lotta contro il Papato con altri mezzi: consigliò ed aiutò gli inviati del calvinista Du Plessis Mornay e del protestante tedesco Dohna, che volevano introdurre a Venezia il protestantesimo: ma il deluse, rifiutando di convertirsi. Negli anni 1612-15, sotto l'influsso degli scritti gallicani contro il Concilio di Trento del Gentillet, del Ranchin, del Thou e del Gillot, progettò di assestare un colpo al Papato della Centroriforma, con una sua Istoria del Concilio Tridentino. In gioventù aveva conosciuto a Mantova Camillo Olivo ex segretario del card. Ercole Gonzaga, inoltre a Venezia l'ex-ambasciatore francese al Concilio, Ferrier; aveva raccolto da molto tempo, oltre a racconti verbali, anche note scritte, e l'Archivio di Stato di Venezia era a sua piena disposizione. Ciò malgrado, le fonti per la sua Istoria del Concilio Tridentino sono relativamente povere. Le lacune delle fonti furono riempite con una certa fantasia.
Ai pregi formali dell'opera, concisione e precisione magistrale del linguaggio ed esposizione avvincente, fanno riscontro numerosi errori nei particolari; e la mendace maggiore è lo spirito antipapale nascosto con cura, ma affiorante in ogni pagina.
La Istoria è in realtà un atto di accusa contro la Curia romana: fu stampata nel 1619 de Dominis (v.), difficilmente all'insaputa del S. Sebbene fosse stata posta il 22 nov. 1619 all'Indice dei libri proibiti, dieci anni dopo la sua apparizione era già tradotta in cinque lingue, molto letta e spesso stampata malgrado le confutazioni del Pallavicino. Durante il Risorgimento se ne fecero almeno tre ristampe.
Il S. credette di non essere protestante né irreligioso. La sua opera si spiega con il suo concetto di Chiesa, fortemente influenzato dal gallicanesimo (concetto che continua la linea di Marsilio da Padova), e specialmente con il suo odio profondo verso il Papato e l'Ordine dei Gesuiti. Egli fu un nemico intelligente, e perciò pericoloso, del papato della Riforma cattolica.
Esiste in S. un Museo archeologico che è senza dubbio fra i più importanti della regione; vi si conservano resti del periodo preromano e romano. Da scavi recenti poi (1927-29), in una località vicinissima (Pian di Bezzo), dove si è trovata una necropoli romana, sono venuti alla luce in ottimo stato diversi mausolei con cuspide piramide curviline, scoperta questa di interesse nazionale, poiché in tutto il territorio della penisola solo a S. si è conservato questo tipo di architettura romana, se si eccetta Aquileia dove già da tempo erano stati messi in luce numerosi cippi sepolcrali, di piccole dimensioni però, con coronamento a forma di cuspide a piramide curviline. Uno di questi mausolei eretto alla memoria di «Aulus Murcius Obulaccus» è stato ricomposto all'aperto in un bel ripiano all'ingresso della città; risulta di tre corpi struttivi: un imbasamento, una edicola centrale prossima, una cuspide piramide a spigoli curvi; il tutto raggiunge l'altezza di ca. 9 m. Interessante è pure la Cattedrale a tre navate in stile romanico-bizantino della fine del sec. VIII, che, modificata più volte all'interno, mostra però all'esterno la sua struttura originale. Vi si conserva una parte di ambone, pregevole opera di scultura romanica, altre sculture e dipinti di varie epoche.
L'archivio vescovile ricco di preziosi documenti e manoscritti, conservato un tempo nella rocca di Ciola, ha subito più volte danni, specie nel sec. XVI e ultimamente nel 1944, in seguito al furore delle armi belliche; la stessa cittadina, incendiata per oltre metà da rappresaglia nemica, è stata fra le più provate della «linea gotica». Quasi a ricordare e valorizzare queste dolorose vicende, è sorta in S. l'Opera di carità Linea Gotica, iniziativa di carità e di suffragi eretta canonicamente in fondazione di culto il 4 nov. 1948 e riconosciuta dallo Stato come ente morale il 31 ag. 1951.
Fra i santuari va ricordata una cappella della Cattedrale dedicata a S. Vicinio, primo vescovo, venerato come patrono della diocesi; qui sono conservati i resti mortali del Santo e la cosiddetta «catena di S. Vicinio», suo strumento di penitenza.
Vari monasteri, retti dai Camaldolesi, fiorirono un tempo nella diocesi: tra questi sono da ricordare quello di S. Salvatore in Summano, da S. Pio V unito in perpetuo alla mensa vescovile; di S. Ambrogio di Ranchio; di S. Giovanni «inter ambas Para» (cioè fra i due torrenti Para) detto anche «Cella di S. Alberico», dall'eremo del Santo; di S. Maria in Trivio. «Vedi tav. CXXVIII.
SARTI, EMILIANO. «Erudito, n. a Roma nel 1795, m. ivi nel 1849. Fu scrittore per la lingua ebraica nella Biblioteca Vaticana e professore alla Sapienza.
Scarsa la sua produzione letteraria; ebbe però il merito di raccogliere molti testi epigrafici che in parte pubblicò. Le sue schede passarono al suo amico G. Pellicioni professore in Bologna e da questi a G. B. De Rossi; ora sono nella Biblioteca Vaticana. Principale nucleo della raccolta è formato dalle iscrizioni trovate negli scavi Cartoni nella zona estense presso la cappelletta di S. Ercolano, fra il 1824-25; ora molte sono nel Museo Lateranense, altre in quello Capitolino; alcune epigrafi provengono dagli scavi estensi del card. B. Pacca, pure del 1825; altre dalla Lipsanoteca del Vicariato. Iscrizioni cristiane furono edite da lui in collaborazione con G. Settale nel 1840, quale appendice all'opera di F. L. Dionisii: Monumenta sacra Basilicae Vaticanae Cryptarum (Roma 1773). Collaborò col Mommsen per il CIL.
SARTIGES, EUGÈNE de. «Diplomatico, n. a Gannat il 18 genn. 1808, m. a Parigi il 3 ott. 1892. Iniziò la carriera diplomatica nel 1830 a Roma come uditore dell'ambasciata; fu poi plenipotenziario dell'Impero francese a Washington e all'Aja, quindi (dall'ott. 1862 al nov. 1863) presso la corte di Torino, ove mostrò molto tanto nella questione dell'«Aunis». Sulla nave francese di tal nome, il prefetto di Genova aveva fatto arrestare il brigante La Gala, su cui pendeva una severa condanna; il governo imperiale ne voleva l'immediata liberazione. Dopo lunghe trattative, il brigante venne sottoposto a nuovo processo, condannato alla pena capitale e successivamente graziato, giusta gli impegni fra Vittorio Emanuele II e Napoleone III. Poche settimane più tardi il S. fu inviato ambasciatore a Roma ove riuscì discaro a Pio IX ed al card. Antonelli. Insistette a lungo presso il proprio governo per il ritiro delle truppe francesi; dallo Stato pontificio e indusse l'Imperatore e il ministro degli Esteri, Drouyn de Lhuys, a stipulare con il Convenzione di settembre (v.).
Negli anni successivi il S., che era legato a filo doppio con i Comitati segreti novatori, reiterò i propri rapporti a Parigi in senso sfavorevole al governo pontificio. Nel 1867, al momento dell'invasione garibaldina nel Lazio, premeditatamente si trovava in congedo e non ebbe parte in quelle vicende: dichiarò però che se si fosse trovato a Roma non avrebbe richiesto l'intervento delle forze imperiali come aveva fatto il suo incaricato d'affari Armand (v.). Ai primi del 1868 venne richiamato in patria, con il pretesto della sua nomina a senatore. Con la caduta del secondo Impero (1870), si ritrasse a vita privata.
SARTORIO, GIULIO ARISTIDE. «Pittore, n. a Roma l'11 febbr. 1860, m. ivi 3 ott. 1932. Scolaro del padre Raffaele, il S. fece larghe esperienze nei musei e nelle gallerie romane, sebbene crescesse e s'affermasse fra il 1880 e il '90 in quel fervido ambiente intellettuale romano ove le pose letterarie dannunziane e le indagini veristiche stranamente si accoppiavano. I soggetti dei suoi primi quadri, successivi ad una fugace esperienza alla Fortuny, quali Malaria del 1882 esposto a Roma, i Figli di Caino esposto a Parigi nel 1889, e quindi la Gorgona e gli Eroi e la Diana di Efeso, esposti all'Internazionale di Venezia del 1897 ed ora nella Galleria romana d'arte moderna, mostrano il frutto di quegli orientamenti del gusto. Ma il S., che ha lasciato il meglio di sé in alcuni paesaggi della campagna romana, tentò anche la grande composizione e non solo nel fregio della Camera dei deputati con la Storia d'Italia dai Comuni al Risorgimento, ma in dipinti di carattere sacro, quali Cristo benedicente l'umanità nella chiesa di Lucinico ed i cartoni per i musei della cattedrale di Messina, opera quest'ultima interrotta dalla morte del pittore.
SARUG (ebr. Šerūgh). «Discendente di Sem, presentato come figlio di Reu e padre di Nachor; quindi sarebbe stato provato di Abramo (Gen. II, 20-23; I Par. 1, 26). È ricordato anche nella genealogia di Gesù, che si legge in Lc. 3, 35. Mentre nel testo ebraico è detto che S. divenne padre a 30 anni e che visse 230 anni, nella versione greca gli si assegnano 100 anni in più, facendolo diventare padre a 130 anni. Angelo Penna
SARVIA (ebr. Šerūjāh, «ferita»?), «profumata con storace»?). «Sorella o meglio sorellastra (cf. II Sam. 16, 9; 19, 21) DAVIDE (v.), ricordata solo come madre di Ioab, Asael, Abisai (v.).
Strano che questi tre fratelli vengano sempre (ca. 20 volte) chiamati con il nome della madre e non (come voleva l'uso) del padre, che pure era ben conosciuto (ibid. 2, 32; Fl. Giuseppe ne sa il nome: Sur). Fra le molte ipotesi, la più verosimile è che si volesse mettere in risalto la parentela con David. Gino Bressan