SAVONAROLA GIROLAMO - Il supplizio del S. sulla Piazza della Signoria (23 maggio 1498), dipinto di ignoto contemporaneo - Firenze, Galleria Corsini.
Il giorno 25 marzo il minorita Francesco da Puglia, predicando, sfidava alla prova del fuoco chiunque sostesse la scomunica del S. non esser valida. Fra' Domenico fu pronto a raccogliere la sfida e la stessa Signoria, nella quale prevalevano ora gli Arrabbiati, cui quella pareva un'ottima occasione per sbarazzarsi del S., fece sì che le parti non potessero più tirarsi indietro, invitandole a sottoscrivere, a di 29, le proposizioni da provarci col fuoco: le quali riguardavano in somma la flagellazione e la rinnovazione della Chiesa e di Firenze, la invalidità della scomunica del S. Stipulato il 6 apr. alla presenza della Signoria e del vicario dell'arcivescovo l'atto definitivo, che stabiliva intendersi perdente quella parte che avesse riusciato o soltanto tergiversato, la mattina del 7 si venne al cimento. Ma non si fece altra prova che di parole e di discussioni infinite. Vincente ai termini dell'accordo sottoscritto, essendo venute dalla parte avversa le ricusazioni e tergiversazioni, il S. parve tuttavia perdente a gran parte del popolo, soltanto perché contro tutto e contro tutti non aveva fatto il miracolo che si aspettava da lui. Questo la moltitudine non glielo perdono; di che profittarono gli Arrabbiati per dargli il colpo di grazia. All'indomani, Domenica delle Palme, il S. pronunciava un breve sermone, nel quale, presagio della prossima fine, si disse pago che il Signore, nei giorni della sua Passione, volesse fargli a sua similitudine. Quel pomeriggio, accingendosi uno dei suoi frati a predicare nel Duomo, vi fu suscitato un tumulto. A un tratto, come era stato preordinato, tutto fu pieno di popolaccio e di cittadini in arme, manovrati dagli Arrabbiati, accorrenti a S. Marco. Il S. avrebbe voluto impedire ogni difesa e fece per consegnarsi agli assalitori; ma gli fu chiuso il passo dai suoi. Andò a pregare nel coro, dove rimase per sei ore, mentre alcuni cittadini e pochi frati difendevano il convento e la chiesa dagli assedianti. Levatosi dalla preghiera ed essendogli comunicato l'ordine di presentarsi in Palazzo, si consegnò, con fra' Domenico, nelle mani dei suoi nemici.
Esaminato nei giorni seguenti e crudelmente torturato, rispose con fermo coraggio finché, alla lunga, la sua fibra delicata cedette sotto i tormenti, ond'ebbe slegato un arto e aperte le carni; dopo, la tortura gli fu continuata. Fu così possibile in due consecutivi processi, se non fargli dire ciò che volevano, fargli rinnegare almeno la sua missione profetica. Non bastando, dopo la sottoscrizione, interpolarono certe clausole alla fine dei capoversi e introdussero alcune postille che avvelenavano il contesto. Furono letti questi processi in pubblico, ma non si osò di farvi assistere, come era uso, il presunto
dice (1558), ne usci sempre inconcussa. In questa ultima sede furono bensì sospese poche cose, non perché contenessero errore, ma perché bisognose, per essere volgarmente intese, di alcuna dichiarazione. In verità tale dottrina, imbevuta di tomismo, non potrebbe essere più immacolatamente cattolica; e ciò oggi è riconosciuto senza contrasto anche da quei protestanti che con manifesta stortura avevano dapprima tentato di appropriarsi del grande nome del S.; né si poteva fare un'ingiuria maggiore a chi per la fede cattolica operosamente visse ed in essa esemplarmente morì. Se vi furono contrasti fra il S. e il Borgia, la sua posizione verso il Romano Pontefice fu sempre devota e reverente; né tale devozione e reverenza si stancò di professare fino ai suoi ultimi istanti.
Di ciò rendono testimonianza, oltre che la sua vita, la sua predicazione e le sue opere. La principale di esse è il Triumphus Crucis, da lui scritto in latino e subito riscritto in volgare: lucido e serrato trattato apologetico della fede cristiana, che fu in uso fino al cadere del secolo, e in un suo libro di propaganda Fide, a cura della quale fu ristampato in esecuzione del testamento del cardinale Antonio Barberini, fratello di Urbano VIII. Né può essere trascurato il De simplicitate christianae vitae, in cinque libri, di cui il primo tratta della dottrina cattolica, gli altri della semplicità del cuore e della semplicità esteriore. Delle altre opere, alcune sono di carattere esegetico, alcune di argomento ascetico: nitido specchio, nella cornice di un candido dettato, di quella perfezione spirituale che aveva saputo in sé edificare. Delle sue canzoni giovanili s'è detto; le altre sue poesie sono per lo più laudi, che per forza di sentimento e per originalità stanno fra le migliori del tempo. Vieti pregiudizi umanistici bollarono il S. come nemico della poesia; forse è vero invece che sentendosene troppo attratto, e reputandola inutile, se non dannosa, al conseguimento dell'ultimo fine, giusta quanto esposto nel suo Apologeticus de ratione poeticae artis, cercò di reprimerla nel cuore suo, come prima rigidamente vi aveva repressi gli affetti familiari. La chiarezza, la semplicità, l'efficacia furono le principali qualità del S. scrittore; e altrettanto può ripetersi per quelle del predicatore. Le sue prediche hanno squarci di grande efficacia e bellezza, anche nel testo che ce n'è pervenuto, certamente molto imperfetto (cfr. R. Ridolfi, Studi savonaroliani, Firenze 1935), anche spogliate del fascino della voce e della persona, che fu senza dubbio grandissimo. Pregiudizi della stessa sorte di quelli che lo dipinsero come nemico della poesia, vollero farlo credere nemico dell'arte, di cui nobilmente sentì; ma né i troppo retoricamente diffamati «bruciamenti delle vanità», né le cose da lui dette contro certe deviazioni pagane, possono cancellare il debito che l'arte ha con chi ispirò un Michelangelo, un Botticelli, un Simone del Pollaiolo.
Edizioni. — Delle opere del S., molte volte ristampate nei secc. xv-xvi, ma sempre separatamente (molti opuscoli ascetici furono raccolti nelle Additiones del Quétif a G. F. Pico, Vita... H. Savonarolae, Parigi 1674), manca un'edizione moderna complessiva; alla mancanza vuole ovviare l'Edizione nazionale, di cui i 2 primi voll. (Pre-diche sopra Ezechiele, a cura di R. Ridolfi) sono in stampa. Neppure delle singole opere si hanno moderne edizioni critiche, tranne che dell'Epistolario (Le Lettere di G. S., a cura di R. Ridolfi, Firenze 1933). Nella raccolta, poco felicemente condotta, Prediche italiane ai Fiorentini, Firenze 1930-35, furono pubblicate le prediche sopra Aggeo (vol. I) e sopra i Salmi (vol. II) a cura del Cognasso (con molti errori); le prediche sopra Amos a cura del Palmarocchi (vol. III-IV). Di tutte le altre prediche ed opere si hanno solo edizioni antiche, o moderne affatto trascurabili.
