SEMPLICITÀ

SEMPLICITÀ. - In astratto, esprime l'assenza di complessità. Nell'ordine morale contrasta con la doppiezza o ipocrisia, e comporta due gradi: l'uno obbligatorio, l'altro consigliato.

La s. obbligatoria si oppone al vizio della doppiezza, che spinge all'inganno; e siccome lo storicamente della verità non è solo un peccato particolare, ma è il segreto d'ogni disonestà, in questo suo primo e necessario grado la s. è sinonimo generale di rettitudine, di probità, di autentica pietà. Così di frequente nella S. Scrittura (Iob 1,1; Prov. 2, 21-22, ecc.). Tale s. fondamentale Gestu loda in Natanaele, mentre lo accoglieva tra i suoi discepoli (Io. 1,47). Chi non nutre assoluto orrore verso ogni anche minima frode e bugia non può entrare nello spirito evangelico.

La doppiezza alla quale si oppone direttamente la s. evangelica, o di consiglio, non è più quella dell'immoralità, ma quella dell'imperfezione acconsentita o di discordia spirituale, dell'intenzione divisa tra la stima di Dio e quella del mondo, tra il desiderio dei beni eterni e quello dei beni temporali, tra gli appelli della carità e le seduzioni dell'amor proprio, insomma tra «spirito e carne» (Gal. 5, 16). Dio non è amato con tutto il cuore; l'occhio dell'anima non è limpido (Mt. 6, 22-23); intenzioni estranee anche se non proprio contrarie, all'amor di Dio ingombrano il cuore; le inclinazioni verso ciò che non è Dio non sono puramente ordinate ad accontentare Dio: non procedono, almeno virtualmente, dalla carità. Invece nel cuore semplice, indiviso, niente interiore e soggettivo dell'anima della Grazia, che guida ogni passo nel distacco e nel disinteresse, che sono i due aspetti interni della s. evangelica.

Il distacco dal mondo, la s. riguardo alle cure necessarie della vita temporale (ἀπὸ τῆς 25-34; I Cor. 29-35; Phil. 4,6), trova il suo esempio (I Thess. 1,7) nella generosità dei neo-convertiti di Macedonia, la cui «estremità pura non è una vera e propria verità» (I Cor. 8, 1-4); la s. spiega quell'abbandanza luminosa di buone opere (Mt. 5,16; Rom. 12,8; II Cor. 9,11), che rassomiglia alla luce «senz'ombra» di Dio (Iac. 1,17; I Io. 1,5), quale «dà a tutti semplicemente» (Mt. 5,43-48; Iac. 1,5). Il suo simbolo è la terra senza spine, che rappresenta l'anima non offuscata dalle sollecitudini temporali (Lc. 8,14).

Il disinteresse personale, l'oblio di se stesso, dà principio ad una s. più squisita, designata dalla parola ἀφελον, la quale rievoca tanto la buona terra «non sassosa» della parabola (Lc. 8,13), quanto la «via apianata» predicata dal Battista (Lc. 3,4-5; cf. spagn. Ilanesa). Il suo esempio classico è quello dato nelle riunioni della comunità primitiva di Gerusalemme (Iac. 2,46-47), libere da ogni accezione di persona (Iac. 2,1-4), da ogni contrasto egoistico (I Cor. 11,20-22), da ogni calcolo nascosto (Lc. 14,11-14), anzi da ogni affaccendarsi (Lc. 10,41-42). Di tale s. nel convivere, tutta accoglienza modesta e schiettezza, la città di Siena nel tempo dei suoi Santi intagliava la promessa sul frontone della Porta Camollia: Cor magis tibi Sena pandit («Siena ti apre un cuore più largo di questa porta»); essa si oppone alla chiusura e durezza del cuore.

Insomma la s. lodata nel Vangelo è quella della carità (I Cor. 13,4-7), che apre l'anima all'influsso, diretto o mediato, di Cristo, non una ingenuità qualunque, non la puerilità che rende accessibile alle seduzioni del male e dell'errore (II Cor. 11,3). «Nella vita, si vuol un po' di malizia, dice s. Teresa, e non tanta s.!» (Ep. 27, 3; cf. Ps. 17,26-27; Prov., 9,4,16). Occorre che la s. si alle alla maturità cristiana (I Cor. 14,20), all'arte evangelica di insinuarsi fin nel cuore del prossimo, anche mal disposto, per guadagnarlo a Dio: «siate semplici come colombe» (Mt. 10,16) perché il Signore prende la difesa dei semplici (Ps. 73,19; Lc. 13,34). La s. della colomba è propriamente la purità evangelica (ἐκπερασμένη, 2,10; 5,2); questa è la perfetta. La s. INTENZIONE (v.) retta e cerca Dio in ogni cosa; la purità illumina fin agli affetti profondi, e riesce a trovare Dio in ogni cosa (Mt. 5,8); perché Dio s'intrattenne coi semplici (Prov. 3,32).

BIBL.: S. Gregorio Magno, Reg. Past., 3,11 e Epist. 40; Sum. Theol., 2,2-2,3; 1,9,10, 2, ad 4; 1,11, a. 3, ad 2; Iustiziano di Cristo, 1,3, 3, 11, 4, 5; Iren. 2,23, 26; Exer. spir., n. 169; id., Const. S. I., P. 3, C. 1, n. 23, 26; id., Examen gen., C. 4, n. 7; card. Giov. Bona, Manuductio ad caelum, cap. 25.