SERVO DI JAHWEH (ebr. 'Ébhedh Jahweh). -
Personaggio descritto in quattro carmi di Isaia:
I) 42, 1-7 (9); II) 49, 1-7 (9); III) 50, 4-9; IV) 52, 13-
53, 12. È chiamato «servo» da Jahweh; è il suo
diletto cui affida, fin dal seno materno, la missione
di promulgare la giustizia (legge) alle genti, di illu-
minarle e salvarle, di ricondurre il «Residuo d'Israele»
e di consolare gli afflitti; è mite con i deboli. Istruito
da Jahweh come un discepolo, gli è obbediente nel-
l'insegnare e nel sopportare percosse ed umiliazioni
inaudite per adempire la sua missione. Jahweh rivela
lo stupore delle genti di fronte all'enormità della sua
passione ed alla grandiosità della sua conseguente esal-
tazione (cf. Is. 50, 5-6; 52, 14; 53, 1-22). Il pro-
feta descrive la vita stentata, le deformità che il corpo
del S. di J. subisce per espiare i peccati del popolo
perverso che lo condannò e soppresse violentemente,
nonostante la sua innocenza e mansuetudine, e lo
seppelli con gli empi e con il ricco. Jahweh gli con-
cede posterità immensa ed accetta la sua espia-
zione ed intercessione per i peccatori.
La tradizione attribuisce i carmi ad Isaia profeta;
non pochi critici al deutero - Isaia. Si discute se i carmi del
S. di J. fossero in origine un poemetto distinto e quale ne
fosse la successione, l'estensione, la forma drammatica. In-
numerevoli sono le ipotesi per l'identificazione del S. di J.
Così classifica C. R. North le varie identificazioni del S. di
J. da parte di quanti non seguono l'interpretazione messia-
nica: a) l'Israele storico, l'Israele ideale, i pii israeliti,
l'ordine dei profeti. b) Un personaggio storico; furono
proposti Isaia, Ozia, Ezechia, Iosia, Geremia, Ezechiele,
Giobbe, Mosè, Ioachin, Ciro, Sassabasar, Zorebabel,
Melullam (Is. 42, 19), Neemia, Elezzaro, un ignoto dot-
tore della legge, un ignoto contemporaneo dell'autore.
c) L'autore dei carmi, che dovrebbe predetto la sua morte
o non avrebbe composto il IV carme. d) Una raffigura-
zione mitologica sulla falsariga dei miti di Tammuz-
Adone o una derivazione dal rito babilonese della umilia-
zione del re nella festa del capodanno. e) Una figura ideale
ed astratta; autori recenti l'avvicinano ai miti di Râs
Samrah (Nyberg, Engnell), od al Maestro di giustizia dei

SERVUS SERVORUM DEI - Superscriptio con il s. s. D. del Praeceptum di s. Gregorio Magno al suddiacono Felice, rettore del patrimonio dell'Appia, con cui assegna la massa ad « Aquas Salvias » alla basilica di S. Paolo (25 genn. 604) - Roma, Galleria lapidaria del monastero di S. Paolo fuori le mura.
documenti del Mar Morto (Dupont-Sommer), o lo ritengono un'allegoria come quella del figlio prodigo.
Altri interpretano il S. di J. secondo il contesto della 2ª parte di Is., altri lo staccano, altri danno una certa fluidità al significato del S. di J. Qualcuno distingue due servi: Israele in 41, 29-42, 4 e 41, 1-4, 9 e 49, 1-7, poi il Messia in 52, 13-53 (Kissane); oppure Ioachin per i primi tre carmi e Sedecia come figura del Messia nel quarto (Coppens). Per altri il S. di J. è polivalente, cioè indica Israele come servo che si sviluppa nell'idea di un servo individuale per eccellenza senza abbandonare l'idea di un Israele ancora servo (H. H. Rowley) oppure è una personificazione ideale del Messia con i tratti del profeta di Deut. 18, 15, del dottore e del salvatore provenienti da Is. 9 e 11, da Geremia ed Ezechiele.
L'interpretazione messianica è ancora la più solida. Ha in favore la tradizione ebraica (Settanta, Targum, Talmud), la testimonianza esplicita degli scrittori sacri del Nuovo Testamento e la tradizione cristiana indiscussa fino, almeno, al tempo di Grozio (cf. J. Knabenbauer, Comment. in Is. prophet., p. 347 sgg.). Per gli scrittori del Nuovo Testamento basta confrontare Mt. 12, 18-21 con Is. 42, 1-4; Rom. 15, 21 con Is. 52, 15; Io. 12, 38 con Is. 52, 1; Mt. 8, 17 con Is. 53, 4; Act. 8, 32-35 con Is. 53, 7-8; Lc. 22, 37 con Is. 53, 12. Nei quali si rileva adempito in Cristo quanto è detto del S. di J. (cf. anche Lc. 2, 32 - Is. 42, 6; Mt. 11, 5 - Is. 42, 7; Apoc. 19, 13-15 - Is. 49, 2; Mt. 26, 67 - Is. 50, 6). Gesù applica a sé Is. 53, 12 (Mc. 15, 28; Lc. 22, 37). Nessuno può dubitare che la figura e la missione del S. di J. convengano in pieno solo a Cristo, anzi che gli convengano così chiaramente da far proclamare Isaia evangelista della passione. Le obiezioni (il S. di J. deve ricondurre Israele dall'esilio in patria [49, 5]; perciò sarebbe vissuto durante l'esilio; la sua passione è proiettata nel passato, la glorificazione nel futuro; il Messia paziente è concetto ignoto nel Vecchio Testamento; la voce « servo » è usata più volte per Israele) si risolvono con una certa facilità. Nessuna delle altre ipotesi regge al vaglio rigoroso della critica.
1939; A. Vaccari, I carmi del S. di J., in Miscellanea Biblica, II, Roma 1934, pp. 216-44; J. S. van Der Hoog, Les chants du Serv. de J., Parigi 1936; H. Kruse, Carmina Servi J., in Verbum Domini, 29 (1951), pp. 93-205, 286-95, 334-40; id., De carminibus S. J. nova quadum interpretatione, ibid., 30 (1952), pp. 341-47 (è quella di J. Lindblom, The Servant Song in Deutero-Jaiah, Lund 1951) con nota di P. Nober, p. 347 sgg.; R. J. Tournay, Les chants du Serviteur, in Revue biblique, 50 (1952), pp. 355-84, 481-512; b) cattolici: Chr. R. North, The suffering Servant in Deutero-Jaiah, Oxford 1948; N. H. Smith, The Servant of the Lord in Deutero-Jaiah, in Studies in Old Test. Prophecy, ed. H. H. Rowley, Edimburgo 1950, pp. 187-200; C. Lindhagen, The Servant motif in the Old. Test., Uppsala 1950; H. H. Rowley, The servant of the Lord, Londra 1952, pp. 1-88. Bonaventura Mariani