SERVUS SERVORUM DEI (δουλος τῶν δουλων
τοῦ Θεοῦ). - Formola adoperata in modo costante
dalla Cancelleria pontificia nella «superscriptio» o
«intitulatio» dei documenti emanati dal Papa dal
sec. IX a tutt'oggi.
L'uso della formula di devozione o di umiltà Servus Dei
o Jesu, Jesu Christi, δουλος Θεοῦ ο Χριστοῦ, Ιεσου Χριστοῦ
nell'«intitulatio» delle lettere risale agli Apostoli: Paolo
(Rom. 1, 1; Tit. 1, 1), Pietro (II Pt. 1, 1), Giacomo (1, 1)
e Giuda (1, 1) l'adoreranno e il loro esempio fu poi
seguito da altri, come, per ricordare solo alcuni es., dai
cristiani di Vienne e Lione, δουλο Χριστοῦ nella loro
lettera ai fratelli d'Asia e di Frigia (Eusebio, Hist. eccl.,
V, 1, 3); da s. Agostino «servus Christi servorumque
Christi» (De peccatorum meritis et remissione, III, 1; Ep.
130: PL 44, 185; ibid., 33, 494); da s. Cesario d'Arles
«episcopus minimus servorum Dei famulus» (Ep. II alla
badesca Cesaria: PL 67, 1128; ed. G. Morin, II, Mared-
sous 1942, p. 134); da Lorenzino di Canterbury e dai suoi
colleghi Mellito e Giusto «servi s. D.» (Beda, Hist. eccl.,
II, 4); da Giovanni l'Elemosiniere (m. nel 619) δουλος
τῶν δουλων τοῦ κυρίου ἡμῶν Ιεσου Χριστοῦ (Vita, 3: ed.
H. Gelzer, Friburgo in Br.-Lipsia 1893, p. 9; PG 93, 1619);
da Mauro di Cesena nel 649 che si firma «Maurus s. s. D.
episcopus» (Mansi, X, 883), ecc. Inoltre Damaso nella
iscrizione in onore di s. Saturnino si sottoscrive «Da-
masus episcopus servus Dei» (A. Ferrua, Epigrammata
Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 189) e papa Ilaro
si dice «Famulus Christi» nell'iscrizione dedicatoria
dell'oratorio di S. Giovanni l'Evangelista nel Battistero
Lateranense (v. rip. alla V. ILARIONE). Non è qui il caso

Servus Servobus Dei - Superscriptio con il s. s. D. del Praecoptum di s. Gregorio Magno al suddiacono Felice, rettore del patrimonio dell'Appia, con cui assegna la massa ad "Aguso Salvias " alla basilica d
di elencare i monumenti epigrafici riguardanti vescovi con il « Servus Dei » o « Christi » (cf. E. Diehl, *Inscriptiones latinae christianae veteres*, I, Berlino 1924, nn. 995, 1797, 1851, 1855) o semplici fedeli, « famulus » o « servus Dei » o « Christi » (cf. *ibid.*, nn. 1419-58; F. Grossi-Gondi, *Trattato di epigrafia cristiana latina e greca*, Roma 1920, pp. 159-61), « servus sanctorum » (H. Delehaye, *op. cit.* in bibl., p. 378), perché troppo numerosi. Papa Giovanni VII si chiama « Servus Sanctae Mariae » (v. UOMINI ILLUSTRI); Gregorio II « Apostolorum principum servus » (cf. illustr. in *Enc. Catt.*, VI, coll. 1125 sg.). L’espressione « ill. ecclesiae servus » ebbe lunga durata (cf., ad es., la lettera di Ugo arcivescovo di Lione, del 1099, nel *Monasticon Cisterciense*, ed. H. Séjalon, Solenses 1892, p. 56; le lettere 340 e 466 di s. Anselmo d’Aosta: nella lettera 472 lo stesso adopera « minister »: ed. F. Schmitt, *S. Anselmi Cantuariensis Opera Omnia*, V, Edimburgo 1951, pp. 278, 415, 420).
S. Gregorio Magno, che già si era chiamato s. *D.*, ancora diacono, nella donazione al monastero di S. Andrea del 28 dic. 587 (appendice al *Registrum*, ed. cit. sotto, III, p. 437), fu il primo Papa a fare largo uso del s. *D.* nelle « superscriptions » delle sue lettere e dei suoi « praecepta » (cf. Paolo Diacono, *Vita S. Gregori*, II, 1: PL 75, 87: alcune lettere che hanno conservato il formolario protocollare nel *Registrum*, I, 14a, 39a; IV, 17a; V, 53a; VI, 56a; XII, 16a: ed. P. Hewald-L. M. Hartmann, in MGH, *Epistolae*, I, pp. 14, 53, 251, 353, 425; II, p. 363; e il « praeceptum » del 25 genn. 604 per la basilica di S. Paolo inciso su lastra di marmo). Gregorio fu poi imitato in modo sempre più frequente dai suoi successori dei secc. VII e VIII, come si rileva dai documenti pervenutici (cf. C. Silva Tarouca, *Nuovi studi sulle antiche lettere dei papi*, Roma 1932) e dall’elenco delle « superscriptions » poste all’inizio del *Liber diurnus* e nella formola 86 (ed. Th. E. V. Sickel, Vienna 1899, pp. 1-3, 111). A mano a mano che il s. *D.* si avvia a diventare titolo esclusivo del papa, cessa di essere adoperato da altri dignitari ecclesiastici; però gli arcivescovi di Ravenna continuarono ad adoperarlo fino agli inizi del sec. XIII (cf., ad es., il documento emanato dall’archiv. Ubaldo il 12 ott. 1213, perg. n. 4694 dell’Archivio arcivescovile) assieme al pomposo titolo: « Dominus sanctus ac meritis beatissimus atque Apostolicus Pater Patrum » (stesso Archivio, pergamene dei secc. X-XII).
Non è improbabile che la polemica per il titolo di « vescovo o patriarca ecumenico », fattasi vivissima so

Servus Servorum Dei - Ilutco con l'accrizione: Iohannes Servus Sanctae Mariae" (Giovanni VII, 705-707) - Roma, S. Maria Antiqua.
sotto i pontificati di Pelagio II e di s. Gregorio Magno contro i patriar
tto i pontificati di Pelagio II e di S. Gregorio Magno contro i patriarchi di Costantinopoli, che si fregiava di tale appellativo almeno dal tempo di Acacio (485-519), abbia influito sulla scelta del s. *D.* da parte di s. Gregorio. Nella polemica contro Giovanni il dignitatore, S. Gregorio, pur conscio della sua autorità, spinse tant’oltre la sua umiltà da rifiutare per sé il titolo di « papa universalis » (*Registrum*, VIII, 28, ed. cit., II, p. 30).
SESAC (ebr. *Sisag*, Settanta *Sovazzij*). « Faenao d’Egitto (Seison I), fondatore della XXII dinastia (934-913 a. C.), di cui portò la capitale a Bubasti nel Delta, anziché a Tanis.
Stabili a Tebe come gran sacerdote un nipote, e vi costruì, davanti alla sala ipostila del tempio di Ammone di Karnak, un gran cortile a portici, con un largo ornato di bassorilievi e un’iscrizione in cui ricorda le sue imprese di guerra, ed enumera, fra l’altro, 100 città del Regno di Giuda e 50 del Regno di Israele da lui conquistate. Vi è qui una allusione alla sua campagna contro Roboam re di Giuda, nel 5° anno di regno di questo sovrano, ricordata in *Reg. I*, 14, 25-26 e *II Par*. 12, 2-9.
Avendo Salomone perseguitato Ieroboam, questi si rifugiò presso S. e vi rimase fino alla morte di Salomone (*Reg. II*, 40), sicché si fece l’ipotesi che Ieroboam stesso fosse l’istigatore di S. ad invadere la Palestina; ma il Faraone, dopo aver invaso il Regno di Giuda, saccheggiò anche notevole parte del Regno di Israele, sul quale nel frattempo era salito come primo re dissidente Ieroboam stesso. Nulla vieta di credere che S., nell’intento di eseguire rappresaglie contro quelli che erano stati amici della XXI dinastia precedente (Salomone era imparentato con il re della XXI dinastia rovesciata da S.), avesse incoraggiato i torbidi sorti alla morte di Salomone, che condussero alla divisione della Palestina in due regni, fra loro ostili, e poi avesse voluto, per accrescere il suo prestigio e per fare largo bottino, assalire Roboamo successore di Salomone. L’incursione di S. in Palestina accompagnato, come dice *II Par*. 12, 3, da 1200 carri da guerra e da 60.000 cavalieri, oltre che da una turba di Lidi, di *Sukkijjim* (Volg. « Troglodytae » e di Etiopi, lo condusse al saccheggio di Gerusalemme, donde asportò i tesori del Tempio e della reggia, e in particolare gli scudi d’oro fatti fare da Salomone per la casa della foresta del Libano).
