SETTE DORMIENTI, santi. - Secondo la leggenda più diffusa, un gruppo di giovani cristiani (il numero varia da tre a otto) durante la persecuzione di Decio (249-51) si rifugiò in una grotta presso Efeso. Scoperto il loro nascondiglio, l'Imperatore ordinò che fossero murati vivi.
In circostanze non ben definite si risvegliarono, e, ancora sotto la paura della persecuzione, mandarono uno di loro in città per comprare da mangiare. Allora si scoprì il fatto meraviglioso del loro sonno durato tre secoli.

(fot. Cantera)
Nessuno, salvo qualche devoto agiografo, difende la storicità del racconto. Il devoto romanzo dei S. D. insensibilmente, dal campo della letteratura passò in quello della liturgia; tuttavia il loro culto, in origine, «non è la continuazione di un fatto religioso del politeismo greco» (cf. H. Delehaye, op. cit. in bibl., p. 177 sg.). I S. D. Massimiano, Malco, Martiniano, Dionigi, Giovanni, Serapione e Costantino sono ricordati nel Martirologio romano il 27 luglio. Il Menologio di Basilio li ricorda al 23 ott. ma invece di Malco e Serapione ha Giamblico e Antonino.
Il Corano (sūrah 18,8 sgg.) e gli ḥadīṯ (= tradizione) denominano i D. con i termini: aḥl al-ḥahf, aṣḥāb al-ḥahf ossia «gli uomini della caverna». La loro leggenda viene usata per provare la verità della risurrezione della carne, come nella dottrina cristiana. Questa sūrah viene recitata ogni venerdì alla moschea. Una tradizione antica insegna che tale recitazione settimanale ripara le brecce fatte nel muro di Gog e Magog (cf. Cor. 18,93; 21, 96) dalle orde barbariche omonime, la cui irruzione deve provocare la fine del mondo. Avvenimento escatologico di cui tutto il resto della sūrah ne espone i prodromi e di cui la preghiera dei credenti deve allontanare il giorno. Un antico ḥadīṯ di Muḥammad b. Ḥālid di Ḥuttal, discepolo di Ku-
ṭajjir b. Ḥišām (m. nell' 822), la cui isnād (= catena d'una tradizione orale) risalirebbe fino al qārī (= lettore o meglio recitatore del Corano) Nāfi' di Medina, dice che «chi recita la sūrah dei S. D. il venerdì, uno splendore esce dai suoi piedi fino all'orizzonte celeste, che lo farà risplendere nel Giorno del Giudizio, e i suoi peccati commessi tra i due venerdì gli saranno perdonati».
La leggenda era penetrata nella Nubia già nel sec. VIII. La marina da guerra dell'Impero turco era dedicata ai S. D. Esistono disegni che li rappresentano sia nelle miniature che sulle barche e sulle vele, dove sono scritti i loro nomi.
In Efeso si è rinvenuto il cimitero dei S. D. (v. ENOCH. Catt., V, coll. 124-25). In Roma M. Armellini scoprì sulla sinistra dell'Appia, poco oltre s. Cesario, un oratorio dedicato all'arcangelo Gabriele e ai S. D. con affreschi del sec. XI-XII offerti da Maria e Beno de Rapiza (M. Armellini, Seoperta di un antico oratorio presso la Via Appia dedicato all'arcangelo Gabriele ed ai S. d., Roma 1874; id., Le Chiese di Roma dal sec. IV al XIX, nuova ed. a cura di C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 732-33). - Vedi tav. XXIII.